stamattina avevo calcolato tutto, che uscivo presto di casa, andavo in banca ed entravo al lavoro entro le 8:30.
invece sono uscito 5 minuti più tardi del previsto. allora cammino veloce e arrivo alla banca che sono le 8:12.
forse ce la faccio. giro la maniglia… chiuso. si apre alle 820. bon, aspetto. alle 8:20:01 la guardia giurata apre, entro, arrivo allo sportello: “devo fare questi due versamenti”. il cassiere guarda e riguarda i bollettini, si sistema con calma la tastiera e il monitor, aspetta che il sistema si avvii, e comincia a battere una combinazione di tasti sulla tastiera.
moooolto lentamente.
mi biascica ancora più lentamente, con una voce profonda e stanca “questi… bollettini… li ha fatti… la filiale… di… piazza borsa… per incassarli… devo fare un bonifico…” e bon, fammi sto bonifico! entro oggi però! altra combinazione di tasti, e poi lentamente “ho bisogno… di un documento… e del codice fiscale…”.
sta un minuto intero, cronometrato, a scrivere il codice fiscale sul terminale. sono 16 caratteri, uno ogni 4 secondi. più lento di un bradipo.
prende un foglio, lo inserisce delicatamente nella stampante, fa la somma dei due versamenti, scrive il risultato sul computer e preme invio. la stampante risponde velocemente con la ricevuta del bonifico. e il cassiere mi dice “vuole… per cortesia… fare una firma per ricevuta…” prendo, firmo, restituisco.
“bene… è tutto… grazie…” e lì arriva il mio sbaglio:
“vuole anche i soldi o posso andare via così?!!?!” – “eh… sì… i soldi… è meglio”.
conta, sottrae, mi dà il resto, saluto ed esco. ore 8:39.
19 minuti per fare un bonifico. record mondiale!
Categoria: storielle
storielle un po’ vere, un po’ inventate, un po’ simboliche…
Jessica chocolat
Questa notte ho fatto un sogno strano, proprio insolito.
La prima cosa interessante è che si svolgeva a cartoni animati: pieno di colori, era proprio come un disegno in movimento.
La seconda cosa affascinante era che si trattava di un giallo. Una cosa facile, da “Signora in giallo”. Infatti nel mio sogno c’era proprio Jessica Fletcher!
La trama non me la ricordo molto, purtroppo è presto sfumata, però c’è un dettaglio di cui conservo vivida l’immagine.
Una cioccolata, dopo aver perso il suo incarto svolazzante, era caduta sulle radici di un albero, tra le foglie autunnali del sottobosco.
Jessica Fletcher era stata rapita, e poco prima era passata proprio di là. Aveva al collo un medaglione con incisa la sagoma di un fabbro, e per lasciare una traccia di sè, aveva avuto il tempo solo di incidere lo stampo del suo medaglione sopra la superficie della tavoletta di cioccolata. I raggi filtravano nel bosco, e colpivano la cioccolata stampata, illuminando la sagoma del fabbro con tinte cangianti, dal viola al giallo al rosso. Immaginate tutto questo coi colori vivaci di un cartone animato… Una meraviglia.
(Foto: riflessi d’acqua alla Barcolana)
La mia casa è dove arriva luce
Certe volte, a fine giornata, accade qualcosa di speciale.
Strada verso casa. Esco dallo stabilimento. C’è un grosso albero tagliato a forma di cespuglio dai giardinieri, un albero speciale. In quell’albero, ogni tanto, si svolge una riunione di condominio. Centinaia di uccellini nascosti tra le foglie chiacchierano in coro, creando uno speciale brusio, fortissimo, CIU CIO CIP CIP CIU CIO…, fitto fitto, quanto i rami che fan da riparo.
Mi sono sempre domandata che cosa li portasse, proprio a quell’ora, a cantare tanto tutti assieme, sovrapponendo mille voci; e altre volte invece niente.
Giovedì scorso, però, ho capito.
Contrariamente alle previsioni del tempo, quel pomeriggio è venuto uno splendido sole, caldo, molto meglio del freddo del settembre precedente.
Il mitico cespuglio era tutto un rumore, e un grande occhio arancio puntava dritto su di lui. Era l’ora: era il momento in cui il raggio di sole orizzontale del tramonto, filtrante tra i piloni, colpiva proprio le finestre del condominio-cespuglio. Un riverbero cinguettante si era acceso su ogni foglia. Era il sole, dunque, era la luce: euforia per uccellini impazziti.
(Le foto di seguito sono state scattate sul Carso durante l’ultimo giro in bici, tra il sommaco in esplosione)
Aria di Ferrara
La settimana scorsa ho passato due giorni a Ferrara. Città amica delle bici, rossa di intonaci e di mattoni. In quei giorni ospitava un festival delle mongolfiere: se ne vedevano volare tante, di forma strana, che si levavano in successione.
La notte successiva ho fatto un sogno strano. Un sogno lucido, di quelli in cui prendi le redini della vicenda in corso e fai quello che vuoi, anche cose impossibili.
Innanzitutto, mi sono accorta che non avevo a che fare con la realtà, ma che stavo sognando, dal fatto che attorno a me stavano succedendo cose assurde. Stavo cercando, nel sogno, di far bollire l’acqua per la pasta; però, ogni volta che mi giravo, la pentola con l’acqua assumeva una forma diversa: si trasformava in una più piccola, o nella antiaderente, cosa senza senso, e io cercavo continuamente di risistemare le cose. Quando ho visto che l’acqua in ebollizione, bella scoppiettante e fischiante, era presente non solo dentro la pentola, ma anche sul fornello ai lati della fiamma, mi sono detta: eh sì, questo deve essere proprio un sogno.
A quel punto mi sono detta: posso fare quello che mi pare! Proviamo per esempio… a volare (che è la tipica cosa che si pensa in quelle situazioni).
E così ho provato a saltare sul posto, ho visto che funzionava, e sono partita per il volo, da quella che era la casa dove abitavo da piccola. Volavo su per le colline della città, con vista sul verde e su grandi arterie stradali, tutte viste dall’alto. Come cosa spettacolare, ho provato anche a volare a pancia in su. Vedevo il cielo sotto di me, e le formazioni degli uccelli che si dispiegavano a lenzuolo, ondeggianti.
Poichè questa idea mi piaceva molto, ho provato a rivederla, e ogni volta che facevo riapparire (a comando nel mio sogno) uno stormo di uccelli in formazione compatta, risultavano sempre meno realistici: cominciavano ad avere una geometria troppo regolare, e si tenevano equidistanti gli uni agli altri allungando delle sottili zampette, che li facevano sembrare sempre più dei nugoli di zanzare… A quel punto devo aver pensato che era inutile tentare di forzare troppo il sogno (anche perchè le cose non stavano prendendo una bella piega), e che così rischiavo di svegliarmi… Infatti, di quello che è avvenuto dopo, ho perso il ricordo, e probabilmente il sogno è finito così.
Ma alla prossima occasione…
Lotta coi bigoli
Questa sera, l’ho passata di nuovo a cantare con Fra.
Mentre lei correggeva gli accordi sulle stampe degli spartiti, io cercavo di riparare l’applicatore di nastro bianco che serviva per correggere i pastrocchi sul foglio. Un meccanismo infernale! Come lo prendevi in mano, ti si smontava tutto, saltavano le rotelline, volavano i ricci di nastro come molle.
Ingranaggi piccoli, ovviamente, e nastro scivoloso da infilare in fessure perfette. Quando cercavo di attaccare l’innesco, si staccava. Quando chiudevo il tutto e provavo a farlo girare, si sballava.
Nella confusione, chiedo: “Ma voi, avete degli scotch che girano per casa, o no?”
E ottengo un: “Sì, solo che ti arrivano per le mani quando cerchi qualcos’altro…”.
Alla fine, ci ho messo un’ora, ma ho vinto io. Riparato, rimontato tutto, e ho capito anche come si regola il meccanismo per tenere il nastro in tensione se si allenta. Non ha più segreti per me!
C’è qualcuno che ha bisogno di riparazioni?
Disavventure quotidiane – parte 2
Giovedì scorso, dopo che ci eravamo ripresi dallo smarrimento della borsa coi documenti, il programma per la sera era questo: andare a Prepotto al civa-civa festival, mangiare lì in sagra e ascoltare il concerto della Banda Berimbau. Era un mese che mi ero annotata questo appuntamento, e non vedevo l’ora di rivederli: sono un gruppo pieno di energia, proprio quello che ci voleva per una giornata insolita come quella.
La strada fino a Prepotto è un po’ lunga: prendiamo l’autostrada per un pezzo, e poi torniamo indietro tra i paesi. Luca non conosce il Carso per cui gli parliamo delle osmizze, che si trovano qua per le alte, e che però bisogna conoscere altrimenti è un po’ difficile trovarle.
Il problema è che anche il “Civa-civa Festival” è un po’ difficile trovarlo: non vediamo nessuna indicazione…
Dopo un paio di inversioni per tornare sui nostri passi e cambiare strada (che figurin!), Dado attiva il navigatore satellitare sul suo telefono e prendiamo una laterale che parte da Slivia: sembra essere la più corta.
Devo dire che la strada mi era nuova, e si faceva pure stretta. “Sembra un single track“, dico ai ragazzi, riferendomi ai sentieri in cui passa una sola bici. Infatti le fronde si avvicinavano sempre più e si passava con l’auto a malapena…
Ad un certo punto la strada si fa sterrata, ma sul navigatore risulta comunque segnata: bon, ah.
I muretti a secco ci affiancano e pure i rovi, quando le pozzanghere sul tragitto si fanno sempre più grandi… Sembra che dobbiamo attraversare delle piscine! Mi fermo, e dopo un piccolo dibattito interno, mi risolvo di esplorare il tragitto a piedi prima di continuare.
Esco dall’auto e cerco di camminare sul lato dove il fondo sembra più solido, ma… ‘splash‘!! Entro col sandalo nell’acqua e nel fango. Bleah! Ok: la pozzanghera è profonda, questo si è capito.
Vediamo se è l’ultima e poi la strada migliora. L’unico modo per andare avanti è salire sul muretto a secco per superare il guado! La strada non è illuminata a meno dei nostri fari… si capisce che non è un bel percorso da cui continuare.
Torniamo indietro: l’unica è fare tutto quanto in retromarcia. (Piccolo dibattito anche su questo, e poi si va). Si passa a filo tra rovi e sassi, fino alla prima apertura verso un campetto laterale dove possiamo fare manovra: finalmente si ritorna a condizioni “umane”.
Mogi mogi, torniamo su una delle rotte scartate in precedenza, senza poter più vantare con Luca la nostra conoscenza del Carso…
In extremis, ci si mette pure il treno col passaggio a livello a farci attendere dietro la sbarra abbassata per diversi minuti.
Alla fine appaiono i primi cartelli piccolissimi: delle freccette con la scritta in verde nascosta nel buio, indicano finalmente il Civa-civa Festival. Finalmente!
Arriviamo a Prepotto che sono le 10: siamo stati un’ora e mezza in strada…
Il Civa-civa Festival si riconosce subito: salsiccie, pollo e cevapcici per tutti.
Il concerto non è ancora iniziato, ma parte proprio quando noi stiamo ordinando la cena.
Pum ta-ta, pum- ta-ta, tar-ta-tara-ta-tara-ta-ta!
La band fa partire i tamburi e procede come un corteo tra i tavoli. Il ritmo chiama tutti, anche i ragazzi alla griglia ballicchiano con gli arnesi in mano!
Mangiamo abbastanza in fretta perchè il ritmo ci fa impazienti, o almeno fa impaziente me che non ho perso il buon umore, perchè si avvicina il momento tanto atteso di poter andare a ballare e saltare in mezzo alla folla.
La banda non si risparmia.
Durante il concerto, i pezzi durano dieci – quindici minuti ciascuno, e quasi tutti sono ad un livello elevato di ritmo.
A mezzanotte i musicisti suggeriscono che sono stanchi e stanno per smettere… ma il pubblico li acclama, e la musica riparte.
Numerose volte sembra che il pezzo sia l’ultimo, ma la musica continua per ore. Tra i tamburi, la nostra amica Licinka che suona fa gli occhi di chi non ne può più, ma il direttore d’orchestra continua a chiedere ritmo ai suoi e salta su e giù per il palco pieno di energia! Quando il pubblico applaude, le bacchette dei percussionisti applaudono di rimando, e così dal loro ticchettio la musica può partire ancora una volta: ogni scusa è buona per fare una ripresa.
La parte finale si realizza con i musicisti mescolati alla folla, in cerchio, che passeggiano in tondo, e noi li sentiamo vicinissimi e facciamo il ritmo a nostra volta con le mani o cantando assieme a loro.
Verso le due il concerto è finito e noi ci avviamo all’auto, però io sulla strada nel bosco ballo ancora e non smetto più…
(Fino al ronf finale sul sedile dell’auto, di cui ho ceduto il volante al Dadone).
Disavventure quotidiane – parte 1
Giovedì pomeriggio ero libera un po’ prima del solito: sono andata in città a fare shopping, una cosa che non mi capita quasi mai. Probabilmente mi ci dedico solo due volte all’anno coi saldi, e poi niente.
Ero euforica perchè la giornata era stata buona, e forse ero anche un poco con la testa tra le nuvole. La mattina avevo vinto un premietto giapponese alla fine di un corso, che prevedeva delle prove simili alle olimpiadi di matematica, architettate dal docente proveniente dall’università di Fukoka… un personaggio!
In città ho provato tanti tipi di vestitini, e ho incontrato Ambra che aveva maglietta e scarpe rosa, colore che sembra essere uno dei suoi preferiti.
Dopo aver chiacchierato con lei inforco la bici insieme al Dado per tornare a casa, che è quasi ora di cena.
Appena arriviamo a casa squilla il telefono, risponde Dado mentre io metto via i nuovi acquisti.
Sento la sua voce un po’ allarmata mentre parla al telefono.
Cosa sarà successo?
Dado mi dice che hanno trovato il mio zaino con i miei documenti! e che posso andare a ritirarlo in via S. Nicolò 6.
A parte il fatto che io non avevo uno zaino ma una borsa da bici, però faccio mente locale… effettivamente sulla bici non c’è più! Che distratta!
Dopo aver parlato con Ambra evidentemente non ho finito di legare la borsa alla bici, e sono partita verso casa con il malloppo appoggiato al portapacchi senza fermi…
Bon bon, meno male che lo hanno trovato, vado subito fuori, sempre con la bici e porto una bottiglia di vino come ricompensa.
Arrivo in via S.Nicolò 6 e non c’è il nome dell’ufficio a cui dovevo rivolgermi. Guardo il numero 6/A ma la vetrina lì non ha nome.
Qua la cosa si fa strana.
Al numero 6 c’è il circolo del bridge, quando suono non mi aprono.
Per fortuna dopo un po’ esce una persona e così riesco comunque ad andare su per le scale a controllare per i piani.
“Qui c’è solo il circolo del bridge”, mi dice la signora, “e io sto anche chiudendo e andando via”.
Accidenti, non ho neanche il telefono per richiamare Dado, perchè tutto è nella borsa persa. Chiedo alla signora se posso fare una telefonata, e lei che è occupata mi indica il telefono fisso che è di là.
Mi rendo conto di essere un po’ sospetta, perchè giro per le stanze con in mano solo un oggetto contundente, che è la bottiglia di vino nascosta in una borsa di tela…
Provo a chiamare ma il telefono è muto: non funziona!
Torno dalla signora… chissà cosa penserà di me, che mi sono infiltrata? Lei si lamenta perchè sta per perdere l’autobus, ma mi porta all’altro telefono che effettivamente era chiuso male, e così capiamo che è per questo motivo che il primo non funzionava.
Chiamo Dado, che mi dice: “Via S. Nicolò 6 mi hanno detto, perchè? Non va bene? Anzi no, aspetta che penso… no no, mi hanno detto Via Cassa di Risparmio 6, ho sbagliato…”.
Bon bon, ringrazio la signora, corro giù, lei è contenta che ho già finito e mi conferma che l’autobus lo riuscirà a prendere lo stesso…
Arrivo in via Cassa di Risparmio 6: c’è tutto, il nome sul campanello corrisponde, mi fanno salire. Finalmente i conti tornano!
Trovo ad accogliermi un mio vecchio compagno di università, Dario, che si è ricordato di me dal nome sui miei documenti. E così, oltre a ringraziarlo, posso anche scambiare un po’ di chiacchiere con lui sugli eventi degli ultimi anni e sulle conoscenze comuni. E’ stato suo cugino Gianpaolo a trovare la borsa, non volevano accettare il vino, ma mi pareva il minimo che come ringraziamento si facessero un brindisi su questo piccolo imprevisto finito bene…
Torno a casa e l’ora comincia ad essere un po’ tarda.
L’euforia per la giornata non mi ha ancora abbandonata, e propongo di andare a mangiare fuori e a sentire un concerto, che la sera è ancora tiepida.
Chiamiamo Luca ovvero la metà di “Beauty&theBeast” per un invito su due piedi, e andiamo a prenderlo dopo dieci minuti con la mia auto. “Con così poco preavviso puoi solo accettare o morire”, gli ho detto esaltata. Il povero Luca, che ha accettato, ancora non sapeva che cosa lo aspettava per la serata: le disavventure non erano ancora finite…
(continua)
Combinazioni
Questa mattina, dormiamo della grossa, quando un rumore insolito ci sveglia.
Accidenti! Chi è che scoccia!
Dado guarda… è un messaggio sul suo telefono.
Dado legge: “Paola! E’ per te! E’ Ambra che dice che stasera vi trovate alle sette e mezza per una pizza alla lanterna!” (alla lanterna? ma se ci eravamo dati appuntamento alle nove in gelateria? boh, avranno cambiato).
Dado guarda ancora meglio e nota che… “Accidenti! Sono le nove e un quarto! Dovrei già essere al lavoro da un pezzo!”. Si veste, corre fuori senza colazione, e via.
Io, ancora immersa nei fumi del sonno, mi dico: che strano, nessuna delle nostre due sveglie ha funzionato. Poltrisco ancora un poco e poi, purtroppo, mi devo proprio alzare: posso usare la flessibilità di orario ‘extra’ ed entrare alle dieci, però per riuscirci devo prendere l’auto e non il bus.
Arrivo in tempo, a filo delle dieci, e la giornata scorre veloce.
A fine pomeriggio chiamo Dado, e ci organizziamo per l’appuntamento per la pizza che è poco dopo. Prima però, presa dal dubbio, chiamo Ambra e controllo.
“Ambra, come mai hai mandato il messaggio sul telefono di Davide e non sul mio?”
“Ma se il telefono di Davide io neanche ce l’ho!”, mi risponde “noi ci troviamo alle nove come avevamo detto”.
Ah.
Allora, che cosa sarà stato?
Arrivo a casa e avviso Dado.
Lui riguarda… “C’è scritto proprio Ambra, però è un numero che non ho! Cosa facciamo, capitiamo da questi tipi in pizzeria a sorpresa, e anche se è stato un errore ci infiltriamo?”
Alla fine si è scoperto l’arcano: era Ambra della scuola di musica, Dado se n’era dimenticato.
Però, una cosa è certa. Meno male che quello strano messaggio è arrivato: sennò noi, questa mattina… chissà quanto dormivamo!!!
al cinema
ieri io e Paola siamo andati al cinema. Paola mi propone “vediamo qualcosa di leggero…”. Cadiamo su Sex and the city. film ben curato come gli episodi della serie tv, punta tutto sulle battutine irriverenti delle quattro protagoniste. e sulla quantità infinita e inutile di accessori e di abbigliamento all’ultima moda. urletti ed esclamazioni arrivano oltre che dal film, anche dalla platea, appena si vedono un nuovo paio di scarpe col tacco 12 o la borsetta firmata.
non riesco a capire come ‘ste ragazze/donne che guardano il film riescano ad identificarsi con le protagoniste: queste sono “donne in carriera”, battute di soldi, che non pensano ad altro che a fare “scioppin”, a riempire l’armadio, o più o meno intensamente a fare del sesso. beh, insomma, posso capire l’ultimo punto, ma gli altri no.
il resto è piuttosto noioso. e le ragazze/signore al cinema mi infastidiscono pure, perché non si trattengono e commentano continuamente ad alta voce “ah, che belle scarpe… oh! che bel vestitoooo!! uuuuuuuhhhh!!!!!”.
comunque la storia è questa: Carrie e Big John vogliono sposarsi, lui al momento del sì non si presenta, lei lo molla, le amiche l’aiutano a tirarsi su, poi lei e lui si reincontrano.
a questo punto la scena cruciale. Lui si mette in ginocchio e dice: “Carrie, vuoi sposarmi di nuovo?” e lei risponde sbattendo gli occhietti “Sì”. a quel punto sono io che non mi trattengo e sbotto ad alta voce: “E allora te son proprio m*na!”. e tutte le persone intorno a sganasciarsi…
Eh, quando ce vo’, ce vo’!
Indovina chi viene alla porta?
Domenica mattina, poltrisco sul divano. All’improvviso: DRIIIIIIN! Suonano alla porta. Chi sarà? Pubblicità a ‘sta ora?
Mi alzo, mezza intontita e tutta scarmigliata, apro e mi affaccio sulle scale. Vedo due tipi dall’aspetto inequivocabile, col libro sotto braccio. Mi scappa un gemito: “Oh mamma mia!…”, e il più giovane, che stava salendo la prima rampa ma in realtà era il più timido, si spaventa e comincia ad arretrare: “Scusi, scusi, l’ho svegliata…” e al mio cenno di conferma rinuncia e torna fuori dal portone col suo compare.
Rientro, e dico al Dado: “Ah ah! Ho fatto scappare i testimoni di Geova facendo lo spettro!!!”



























