Domenica, pranzo dai nonni.
Diego vede Dorfi e fa gridolini euforici. E’ incuriosito, non ha mai visto da vicino altri cani, allunga la manina dalla sua sedia. Dorfi si avvicina appena per annusarlo, poi fa il giro del tavolo, nota gli odori del pranzo, e chiede la sua porzione di assaggio, bau bau!
Quindici anni fa, stessa casa.
Dopo pranzo, faccio il giro delle vie circostanti, porto Dorfi a curiosare tra le scalette in pietra e i fiori raccolti ai lati delle stradine, macchina fotografica alla mano. Inquadro il muschio che cresce sui tetti bassi, gli iris dalla tinta intonata con la lamiera ondulata; a volte metto solo a fuoco, guardo attraverso le lenti della reflex senza scattare. Gli scatti si preparano a tornare fuori in una delle mie mostre. Il rito si ripete ogni giorno, con una compagnia fedele.
Qualche anno prima, gioco col dizionario di un libro fantasy. Voglio inventare una parola nuova. Metto insieme un paio di frammenti di quel linguaggio che non esiste, per comporre il nome “Dorfea“. In teoria, si può interpretare. E la traduzione suona più o meno così: “Spirito della terra“.
Una idea che parla di passeggiate nel bosco.
