Soluzioni note e problemi meno noti

Ho appena finito di leggere un libro di quelli della serie adocchiata all’aeroporto di Stoccolma: “Algorithms to live by” di Christian e Griffith, che in italiano si tradurrebbe con: gli algoritmi utili nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un saggio che raccoglie numerosi esempi di problemi risolti per l’informatica, ma che si potrebbero applicare alle decisioni che prendiamo giornalmente.
Le idee buone e preziose come un tesoro non mancano, e gli autori sono arguti ed entusiasti: riuscirebbero di sicuro a far innamorare dell’informatica qualcuno che debba ancora scegliere che studi intraprendere!

Insomma, gli algoritmi sono modi di risolvere un problema, già messi a punto e confrontati con altri approcci più o meno buoni. A volte i metodi presentati si posso spendere per le scelte personali, come nell’esempio sui modi per mettere in ordine i libri.
Altre volte si devono gestire problemi non risolvibili, quelli che neanche con tempi di calcolo infiniti si riescono a risolvere: i problemi “intrattabili”. Questa situazione capita più spesso del previsto. Ad esempio, capita agli economisti, per cui: “se il tuo computer non sa trovare una strategia equilibrata, allora non lo sanno neanche i mercati”.
Infine vengono trattate questioni di interesse sociale: è il momento delle riflessioni sulla teoria dei giochi.
Le regole del gioco fanno sì che certe strategie siano evidentemente più convenienti: diventano strategie dominanti. Ma come sono queste strategie? Favoriscono il mascheramento della verità, il bluff? O la convergenza su dati veri e comportamenti corretti?
Se non possiamo cambiare le regole del gioco, magari possiamo scegliere a quale gioco giocare.

La danza dell’aristocrazia

Ho appena fnito di leggere “La ballerina dello zar“, di Adrienne Sharp, romanzo basato sulla vita del personaggio realmente esistito di Mathilde Kschessinska, prima ballerina dei teatri imperiali dela russia zarista, alla vigilia della rivoluzione russa.
Narrato in prima persona, con gli occhi di una donna che ha vissuto cent’anni, osserva il passaggio dal vecchio al nuovo mondo: dalla vicinanza anche intima alla monarchia assoluta, alla fuga da un mondo che va in rovina, verso un destino di emigrazione.

Per uno strano caso, negli stessi giorni ho letto il lungo articolo di Internazionale, intitolato: “I nuovi privilegiati“. Vi ho trovato numerose analogie.
Come nella storia del corpo di ballo e della corte di granduchi vicina all’imperatore russo, l’articolo tratteggia la presenza oggi, negli Stati Uniti, di una moderna aristocrazia. Si considera classe media, essendo cresciuta grazie a cultura, business e relazioni sociali, ma ora possiede ricchezze milionarie e tramanda ai figli soldi e potere.

In molte occasioni sono state esaminate le diseguaglianze odierne, osservando che si trovano ai livelli di quelle della “belle époque”.
Ci si potrebbe domandare, come fanno certi capitani d’impresa americani (che tengono sotto casa l’aereo per volare via in Nuova Zelanda): dobbiamo prendere in considerazione anche la seconda parte della analogia, includendo la rovinosa fine di quell’epoca di privilegi, col sospetto di essere entrati nell’età della rabbia?

Meno rifiuti, più creazioni

A monte della mania taglia e cuci che mi è nata la scorsa estate, c’era una domanda. Come potevo recuperare gli abiti usati che non mettevo più, in modi diversi dal portarli nei bidoni (a volte strapieni) della raccolta di abiti smessi?
Era l’ultimo giorno di vacanza, e Davide mi aveva accompagnata ad un mercatino in città vecchia, dove prendere spunti su lavori di riutilizzo creativo della stoffa.
L’idea ha cominciato a prendere forma proprio quando stavano finendo i giorni di agosto liberi per realizzarla comodamente… ma non per questo si è fermata.

Da lì, ho cominciato a trasformare vecchi pantaloni e camicette in nuove gonne, a raccogliere abiti dismessi a casa non solo da me ma anche da Davide, e mi sono arrovellata parecchio sui modi per riutilizzare queste stoffe usate.
Ho scoperto di non essere l’unica a trasformare i vecchi abiti con la macchina da cucire. Io per il mio guardaroba mi accontento di un paio di soluzioni in serie, ma il filone, che si chiama up-cycling, cioè una attività di riuso che ridà nuova vita ai capi datati, è ben descritto in un libro dal titolo che rende l’idea: La gonna che visse due volte. Sembra infatti che il rifar gonne a partir dai pantaloni, sia venuto in mente a molti.

Altre interessanti scoperte, le ho fatte leggendo Il salto della pulce. La rivoluzione dell’usato. Una “seconda vita”, per le cose e le persone. Ho scoperto la storia dei mercatini dell’usato che non trattano solo i vestiti (i quali, con mille giri, per essere rivenduti, a volte cambiano continente: l’ingresso di un capo in un bidone di raccolta è solo uno dei possibili inizi di questo percorso) ma anche altri oggetti, con iter avventurosi e solo parzialmente messi a norma.
Questo libro è stato scritto da autori che si sono impegnati nel settore, e fa chiare distinzioni tra le buone partiche e quelle che non sono sane, spiegando i passi necessari per costruire delle filiere del riutilizzo.

Continuo a mettere da parte maglie e capi che stavano fermi nel fondo dell’armadio, e non è facile dare a tutti un nuovo uso, dato che solo certe stoffe e solo certi colori si prestano ai tipici utilizzi e abbinamenti.
E’ da lì che ho cominciato ad approfondire il patchwork: rispetto ad altri lavoretti in stoffa, il patchwork si presta nobilmente al salvataggio delle più piccole pezze. Per questo sono finita nel tunnel del quilt modern, di cui mi fioccano idee a grappoli. Pur non essendo ancora arrivati i nuovi piedini che ho ordinato per la macchina da cucire, ho ben che cominciato ad esercitarmi con il trapunto a mano libera.

la prima parte del trapunto a mano libera esercizi di trapunto

Il cucito si è rivelato molto versatile, le idee si ampliano, eppure riuscire a combinare al lavoro creativo l’impegno ecologico del recupero, rimane per me un lato chiave.
I casi in cui tutta la stoffa di un lavoro l’ho presa da capi usati, sono ancora abbastanza particolari.
Per il resto, per ogni metro di tessuto nuovo che uso, altrettanti metri di stoffa riciclata sono presenti nel retro dell’opera.

il retro delle tovagliette per Valentina La stoffa per il retro delle presine

Carta o digitale?

Diego ha appena imparato a fare “disegni digitali” (sul nuovo tablet di Davide), in cui il bello secondo lui è che “il colore non finisce mai”.
Questo non gli impedisce di creare continuamente (non smette di certo per questo, ora che ha preso l’abbrivio) i disegni sulla carta con i pennarelli classici, anche se i colori che lui usa più spesso si consumano presto, mentre Diego preferisce avere in mano pennarelli “che funzionano alla grande”.

diego e papa' si abbracciano mentre mamma a casa cucina la cena

Nel frattempo, io ho appena finito di leggere un libro che parla della storia della carta, fino all’avvento del digitale, che non per questo fa smettere completamente di leggere libri cartacei.
All’autore, Mark Kurlanski, riesce particolarmente bene l’escursus della storia della produzione della carta e degli analoghi supporti nei vari paesi del mondo, Egitto – paesi arabi – Spagna – Olanda – Messico – Giappone – Stati Uniti e così via. Tanto per chiarire: in Cina, la carta veniva prodotta già nel 200 avanti cristo, mentre in Italia ben più tardi Dante ancora scriveva su pergamena (la pergamena è coesistita a lungo insieme alla carta). E comunque la risma di fogli nuovi per i disegni di Diego che ho comprato sabato, prodotti da Fabriano, proviene dalla prima grande fabbrica italiana che produce carta fin dal 1200.
Questo saggio, l’ho letto in originale in inglese, col titolo “Paper – paging through history”, perchè l’ho adocchiato in una libreria dell’aeroporto di Stoccolma, anche se altre volte i lavori in lingua originale li ordino in formato e-book, per leggerli subito su kindle senza aspettarne l’importazione.
Quindi si conferma: carta e digitale continuano a coesistere, anche per me.

Guardare negli occhi

Da quando ho letto, qualche settimana fa, il saggio di Amintav Gosh, La grande cecità, il cambiamento climatico e l’impensabile, è difficile per me guardarmi intorno e non ricordare suoi ragionamenti.
Anche se il titolo ammetteva subito di trattare un argomento impegnativo, l’ho preso perchè ho visto, tra le pagine sfogliate, che sapeva analizzare lucidamente la nostra cultura, con una scrittura molto lieve e scorrevole.

Gosh è un autore di narrativa, quindi il suo quesito di partenza è: perchè i romanzi non sanno parlare di riscaldamento globale?
Da qui, ripercorre la storia del romanzo.
E se fossero altre, le forme narrative adatte?
La nostra cultura individualista non ha molti luoghi per parlare di quello che è più grande e soverchiante, non solo della persona, ma anche dei popoli e dei loro destini.
Forse lo fanno il mito, la religione, il perturbante.

A me piace, tra le immagini che Gosh propone, quella della Terra impersonata.
Lo sguardo della tigre che incrocia il tuo.

Le piante sono bestie complicate

Nell’ultimo viaggio mi sono portata due libri, e ne ho comprati altri due. Ho fatto bene, perchè il primo l’ho finito tra il quinto e il sesto volo, e i successivi li userò nel prossimo viaggio che inizia tra poco.

Ho letto Le piante son brutte bestie, di Renato Bruni, che mi aveva già appassionato con Erba volant.
Sfogliavo le prime pagine sotto il sole che filtrava nel bus, e già mi emozionavo.
E’ un libro di scienza delle piccole cose, quelle del giardino e dell’orto, ed effettivamente viene da chiedersi: perchè non averci pensato prima?
E allora, giardinieri e amanti dell’ortaggio: date un’occhiata tra le pagine!
Perchè la risposta precisa c’è, per questi ed altri quesiti del giorno:
– Quant’è l’acqua che occorre dare alle piante?
– E’ davvero una buona idea dissodare spesso la terra?
– C’è più azoto nell’urina o nel concime?
Renato Bruni recupera riferimenti scientifici e curiosità per le piante da giardino e da tavola e, fosse stato per me, avrei continuato a divorarne le primizie per molti altri capitoli e pagine, se non fosse ad un certo punto finito il libro che ha una sua ragionevole lunghezza.

Ma ora che sono diventata una fan di questo autore, posso restare alla finestra e vedere se dopo il primo e secondo volume, magari tra qualche anno fiorirà un altro lavoro…

Il ritorno del romanzo

Davide qualche settimana fa mi ha fatto una sorpresa.
Mi ha regalato l’ultimo libro di Jeffery Eugenides.

L’ho appena finito, divorato al volo in lunghe sequenze (fuori la neve del nord, fuori il sole di qui).
Era da prima della nascita di Diego, che non leggevo più romanzi.
Abituata da tempo ai saggi, e con un rapporto diverso nei confronti dell’emotività (Diego ha cambiato il funzionamento del mio cervello), non riuscivo più a fare la sospensione dell’incredulità. Neanche sui brevi racconti. Non mi piacevano.

O forse non trovavo quelli scritti bene.

Jeffrey Eugenides lo avevamo già apprezzato entrambi (Davide, io, e lo abbiamo regalato agli amici) in Middlesex.

Il suo ultimo romanzo, va detto, è molto diverso dalla saga plurigenerazionale di Middlesex.
Middlesex, col vigore del pioniere, poteva permettersi di fare riferimento a cent’anni di solitudine, quello che generava nuove creature con realismo magico.

La trama del matrimonio è più concentrato.
Condensa drammi non privi di alti e bassi, in lunghe tirate centrate in una sola unità di tempo, luogo e spazio: un enorme primo capitolo sviluppato su un’unica giornata, il giorno di laurea dei tre studenti protagonisti.
Un anno successivo in cui le conseguenze delle incredibili scelte di un giorno si dipanano a salti.
E del finale non dico, altrimenti farei troppe rivelazioni.

Sì, non ho avuto difficoltà a leggerlo, ma piuttosto a fermarmi (quando scendevo dal bus, quando tornavo in camera).
I personaggi sono umanissimi.

E il rapporto con la letteratura, centrale.

Leggo di Eugenides: della sua biografia, si sa pochissimo, è riservato.
Quando parla in pubblico, ricorda sempre la letteratura che lo ha influenzato.
Ecco, questo avviene anche qui.
Il libro è un continuo rimando a riferimenti letterari.

Un riferimento chiave, è quello al genere “vittoriano”, ovvero al romanzo in cui il matrimonio creava la trama principale.
Se facessimo la stessa cosa oggi (anzi, negli anni ottanta, in cui la storia è ambientata) e assegnassimo l’argomento “matrimonio” a un gruppo di giovani appena cresciuti ma ancora inesperti, cosa succederebbe?

Eugenides si lascia spazio per fare riflessioni sulla visione del mondo.
Usa un incredibilmente ampio spazio per parlare di religione, in modo per fortuna decisamente laico (altrimenti verrebbe voglia di tirargli il libro in testa… come fa uno dei personaggi in un momento chiave della storia).
E così, in un certo senso, il bisogno di religione, viene spiegato.
Insieme ad altri fatti irrazionali, tra cui la follia (ah, ma non quella di Dostoevskij. Quella solo parzialmente controllata, che porta in farmacia).

Non credo che negli anni ottanta il matrimonio avesse molto a che fare con l’irrazionale, come ha raccontato lui. Non per tutti, almeno. Per i personaggi scelti, sicuramente sì, ma è solo uno dei possibili sviluppi.
Però, staccandosi perfino dal matrimonio, e tornando al generale, il racconto che l’autore fa del rapporto tra l’irrazionale e il razionale, è decisamente interessante.

Fino a dove arriva la neve

Questa settimana ero in viaggio, e per passare le molte ore in arereo e in treno, mi sono portata due libri nuovi da leggere.
Ho fatto bene.
Il primo l’ho già finito, dopo tre voli un intercity e un pendolino.
L’argomento aveva tempismo perfetto: mentre fuori dal finestrino scorrevano rade macchie bianche della neve tra l’erba dei campi, il libro “La scienza in vetta” di Jacopo Pasotti mi aggiornava sul numero dei ghiacciai perenni. Che sono in aumento.
Ma il vero motivo è che la superficie coperta da ghiacciaio si è dimezzata, e che quelli che prima erano grandi isole di ghiaccio perenne, ora si sono frammentate in piccole isolette solitarie e in ritirata.

L’autore riesce a contenere l’informativa sull’impatto del cambiamento climatico in alcune parentesi, mentre il resto del libro descrive con gusto la scienza delle rocce, dei vulcani, dei cristalli di neve e della pressione in vetta.
Sì, fa venire voglia di andare a visitare i luoghi citati.

Intanto, il mio viaggio continuava.
Al mio arrivo in Finlandia, ho cominciato a sentire pareri concordi: “non c’è più la neve della mia infanzia”. “Da piccolo andavo ogni anno a sciare, ora questo sarà più raro, e sono già due inverni consecutivi che siamo senza neve”.
Io sono stata sorpresa dalle giornate calde, e la migrazione visibile della linea della neve mi ha impressionata, eppure qualcun altro qui al nord, che in passato si lamentava degli inverni che arrivavano a 20 gradi sotto zero, mi ha detto: “mi piace stare più al caldo, sono contento”.

Sulla “post verità”

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Lo scorso ottobre sono tornata a vedere le conferenze di State of the net, un appuntamento molto interessante che parla della attualità collegata al mondo della rete e dell’informazione digitale.
Gli anni scorsi c’erano interventi sia critici che entusiastici, ma in questa tornata è stato messo fin da principio in evidenza il punto di vista più recente: siamo entrati dell’era della “post verità”.

Uno dei discorsi chiave è stato quello di Walter Quattrociocchi, che ha analizzato le dinamiche sui social network della diffusione di notizie false, evidenziando come i gruppi di utenti che seguono notizie fondate scientificamente oppure che invece diffondono quelle che in realtà sono bufale, ebbene, questi gruppi non si parlano tra loro. Ma soprattutto, se in qualche caso si incontrano, escono dal confronto ancora più rafforzati nelle loro credenze iniziali.
A fine intervento, mi sono fatta dare i riferimenti del libro di Quattrociocchi appena pubblicato sul tema, Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità, dall’autore che mi ha detto: “E’ proprio fresco di stampa. Non ho ancora visto come sono venute le copie del libro!”, e la sera stessa (dopo un salto veloce in libreria al limite dell’orario di chiusura), avevo già afferrato la mia copia del breve saggio (“Ce l’ho prima ancora dell’autore!”, gongolavo fra me e me…).

Dopo averne divorata la lettura, ho temporeggiato un po’ prima di scriverne una recensione. Infatti questo studio, che analizza bene le dinamiche attuali, lascia l’argomento ancora aperto: quali strategie correttive e approcci utilizzare nell’era della post verità?

Nel frattempo l’argomento era dibattuto sulle testate principali, anche ieri sera su radio popolare ne parlavano i cronisti con Paolo Attivissimo, ospite che spiegava l’approccio presentato nel suo blog: non solo spiegare quando una notizia è falsa con i fatti alla mano. Ma mostrare qual è il metodo per ritrovare la fonte e controllare come stanno le cose. Un metodo accessibile a tutti.

Oggi ho letto il punto di vista della giornalista Brooke Borel che si è occupata per anni di verifica dei fatti (“fact checking”), e che è andata oltre la semplice questione delle notizie fasulle. Traduco un suo passaggio chiave, in cui cita anche gli studi del docente di comunicazione e giornalismo Mike Ananny:
Sono turbata come tutti i giornalisti dalla vista della diffusione sempre più ampia di notizie false, anche quando le informazioni fattuali che le smentiscono sono disponibili. Ma se i fatti non contano, cosa è che conta? La storia delle notizie – e le strutture di potere che ne controllano la diffusione e il consumo – può offrire indizi su come contrastare le notizie false in modi che il solo controllo delle fonti non riesce a fare. Il punto di partenza è considerare che la notizia fasulla potrebbe essere uno strumento di lotta non contro la realtà, ma uno scontro tra poteri. Le notizie fasulle sono l’evidenza di fenomeni sociali in gioco, relativi alla lotta tra le visioni di gruppi diversi di persone, in riferimento non al mondo che c’è, ma al tipo di mondo che vogliono.”

Ok, dunque che dire delle varie polarizzazioni che si formano in questo periodo, che sembrano spuntare come funghi, tra contrapposizoni e populismi che ricordano il proliferare delle eresie nel medio evo?
Per darne una lettura, cito un estratto dal blog di Wu Ming:

A partire dal marzo 2016 e fin dentro l’estate, le mobilitazioni contro la Loi Travail – cugina di primo grado del nostro Jobs Act – hanno spazzato via la politica della paura. Nessuno parlava più dell’emergenza-terrorismo. La contraddizione primaria aveva riguadagnato il proscenio. Il conflitto vero, quello tra sfruttatori e sfruttati, oscurava quelli falsi, come «Occidente vs. Islam», «Degrado vs. Decoro», «Europeismo vs. populismi» et cetera.
Un movimento sovversivo opera una radicalizzazione fedele all’etimologia del termine, poiché va alla radice delle disuguaglianze e dell’esclusione, ne attacca le basi strutturali.
Mentre la lotta di classe dall’alto viene combattuta incessantemente, 24 h su 24, quella dal basso è diventata un concetto tabù, è indicibile, anzi, impensabile. L’ideologia dominante deve sempre far pensare ad altro, spostare il discorso su contrapposizioni secondarie. Ma quando si torna a praticare quella lotta e a dirla, essa fornisce agli esclusi, ai discriminati, ai precarizzati l’unica alternativa alle «radicalizzazioni» farlocche, che hanno mille appariscenze ma, di riffa o di raffa, sono sempre fasciste
.”

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Addendum: link ad uno splendido articolo di Christian Raimo su Internazionale: “Un antidoto al veleno della post verità”

La navigazione naturale

Questa mattina, mentre ero trasportata dal bus, ho finito di leggere il libro: “L’antica arte di trovare la strada“, di Tristan Gooley.
Mentre giravo l’ultima pagina, il sole che sorgeva nel primo giorno d’inverno faceva capolino da sopra la collina. E io pensavo che la luce stava per arrivare esattamente da sud-est, e che poco dopo avrei percorso un vialetto orientato giusto a nord-est, e quindi, camminando, avrei incrociato le ombre degli alberi proprio a novanta gradi.
Non avevo mai fatto caso alla combinazione delle mie direzioni del mattino, prima di leggere questo libro. Ora invece so che il sole, nel giorno più corto dell’anno, spunta da un angolo decisamente spostato rispetto all’oriente, nella mia città che (guarda un po’) si trova alla latitudine di 45 gradi nord: sul confine di uno spicchio di un quarto di Terra.

Molti sono i metodi naturali, ovvero basati su sole, luna, stelle, vento, correnti marine, alberi, muschio, animali e insetti, che l’autore spiega nel corso del suo lavoro, come utilizzabili per trovare l’orientamento.
In realtà, il senso della direzione di cui parla lui, è quello che può essere utile a chi va in barca, o guida un arereo, insomma a chi copre grandi distanze, e deve tenere la rotta. Invece per i miei giri in bici o a piedi sui sentieri, le tortuosità del momento non possono mai essere evitate per tenere la barra dritta verso un punto cardinale scelto come meta.
A volte l’autore si lascia prendere la mano dalla curiosità per gli antichi miti, che portano il ricordo delle conoscenze dei navigatori e dei migranti di una volta, che dovevano per forza muoversi senza strumenti.
Però l’insegnamento è utile lo stesso, e affascinante. Mi è piaciuto molto il senso unificante che emerge dal suo approccio. Fare attenzione alle direzioni che si formano in modo spontaneo nella natura, e alle geometrie degli astri, è un giusto atto di ascolto per la realtà che ci circonda.