Ogni tela colorata ha un nome diverso

Stanotte ho sognato di avere un pomeriggio libero e di passarlo tutto nel negozio di tessuti per il patchwork.
Passavo ore a parlare dei colori delle stoffe e dei lavori di filo.
Senonchè ad un certo punto mi ricordavo che dovevo andare a prendere Diego dai nonni… tempo libero finito e risveglio improvviso!

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Soluzioni note e problemi meno noti

Ho appena finito di leggere un libro di quelli della serie adocchiata all’aeroporto di Stoccolma: “Algorithms to live by” di Christian e Griffith, che in italiano si tradurrebbe con: gli algoritmi utili nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un saggio che raccoglie numerosi esempi di problemi risolti per l’informatica, ma che si potrebbero applicare alle decisioni che prendiamo giornalmente.
Le idee buone e preziose come un tesoro non mancano, e gli autori sono arguti ed entusiasti: riuscirebbero di sicuro a far innamorare dell’informatica qualcuno che debba ancora scegliere che studi intraprendere!

Insomma, gli algoritmi sono modi di risolvere un problema, già messi a punto e confrontati con altri approcci più o meno buoni. A volte i metodi presentati si posso spendere per le scelte personali, come nell’esempio sui modi per mettere in ordine i libri.
Altre volte si devono gestire problemi non risolvibili, quelli che neanche con tempi di calcolo infiniti si riescono a risolvere: i problemi “intrattabili”. Questa situazione capita più spesso del previsto. Ad esempio, capita agli economisti, per cui: “se il tuo computer non sa trovare una strategia equilibrata, allora non lo sanno neanche i mercati”.
Infine vengono trattate questioni di interesse sociale: è il momento delle riflessioni sulla teoria dei giochi.
Le regole del gioco fanno sì che certe strategie siano evidentemente più convenienti: diventano strategie dominanti. Ma come sono queste strategie? Favoriscono il mascheramento della verità, il bluff? O la convergenza su dati veri e comportamenti corretti?
Se non possiamo cambiare le regole del gioco, magari possiamo scegliere a quale gioco giocare.

Quota 20 quilt

Appena ho completato il ventesimo pannello patchwork, mi sono accorta che era pieno di errori. Una serie di errori preziosissimi, che mi hanno fatto capire un sacco di cose.
All’improvviso, dopo molto cucito spontaneo, ho cominciato a “vedere” cose che prima non notavo.
E mi sono passata in rassegna tutti i lavori fatti in precedenza, alla luce delle nuove idee.

Ho notato che il passaggio da un campo con un tipo di trapuntatura ad un altro campo trapuntato in modo diverso, è come il passaggio da un colore all’altro.
Mi sono accorta che componevo a partire dai moduli di taglia intermedia (i “blocchi”, ad esempio quadrati concentrici), e non sempre questo bastava ad ottenere il risultato cercato.
Ho scoperto che l’effetto finale è dettato molto anche dal tipo di iter compositivo: unire i blocchi a striscie? a spirale? provando a posarli vicini paralleli e tutti pronti, o solo uno dopo l’altro?
Tra i tipi di iter compositivi sono passata dal progetto tutto pianificato in partenza, al puro caso di frammenti sparsi sul tavolo da cui appare una forma a sorpresa…
Sì, finalmente ho cominciato a vedere a che livello la “composizione” diventa “forma”. La forma della macchia di colore che si condensa all’improvviso in un insieme sulla tela, coi suoi pesi e i suoi sbilanciamenti. E’ una sagoma che ha praticamente la scala dell’intero quilt, a volte largo quasi un metro… In fondo non è strano che ci siano volute venti prove prima di pensare veramente sulla scala giusta: prima d’ora non avevo mai disegnato su fogli grandi un metro!

U volanti