Quota 20 quilt

Appena ho completato il ventesimo pannello patchwork, mi sono accorta che era pieno di errori. Una serie di errori preziosissimi, che mi hanno fatto capire un sacco di cose.
All’improvviso, dopo molto cucito spontaneo, ho cominciato a “vedere” cose che prima non notavo.
E mi sono passata in rassegna tutti i lavori fatti in precedenza, alla luce delle nuove idee.

Ho notato che il passaggio da un campo con un tipo di trapuntatura ad un altro campo trapuntato in modo diverso, è come il passaggio da un colore all’altro.
Mi sono accorta che componevo a partire dai moduli di taglia intermedia (i “blocchi”, ad esempio quadrati concentrici), e non sempre questo bastava ad ottenere il risultato cercato.
Ho scoperto che l’effetto finale è dettato molto anche dal tipo di iter compositivo: unire i blocchi a striscie? a spirale? provando a posarli vicini paralleli e tutti pronti, o solo uno dopo l’altro?
Tra i tipi di iter compositivi sono passata dal progetto tutto pianificato in partenza, al puro caso di frammenti sparsi sul tavolo da cui appare una forma a sorpresa…
Sì, finalmente ho cominciato a vedere a che livello la “composizione” diventa “forma”. La forma della macchia di colore che si condensa all’improvviso in un insieme sulla tela, coi suoi pesi e i suoi sbilanciamenti. E’ una sagoma che ha praticamente la scala dell’intero quilt, a volte largo quasi un metro… In fondo non è strano che ci siano volute venti prove prima di pensare veramente sulla scala giusta: prima d’ora non avevo mai disegnato su fogli grandi un metro!

U volanti

La danza dell’aristocrazia

Ho appena fnito di leggere “La ballerina dello zar“, di Adrienne Sharp, romanzo basato sulla vita del personaggio realmente esistito di Mathilde Kschessinska, prima ballerina dei teatri imperiali dela russia zarista, alla vigilia della rivoluzione russa.
Narrato in prima persona, con gli occhi di una donna che ha vissuto cent’anni, osserva il passaggio dal vecchio al nuovo mondo: dalla vicinanza anche intima alla monarchia assoluta, alla fuga da un mondo che va in rovina, verso un destino di emigrazione.

Per uno strano caso, negli stessi giorni ho letto il lungo articolo di Internazionale, intitolato: “I nuovi privilegiati“. Vi ho trovato numerose analogie.
Come nella storia del corpo di ballo e della corte di granduchi vicina all’imperatore russo, l’articolo tratteggia la presenza oggi, negli Stati Uniti, di una moderna aristocrazia. Si considera classe media, essendo cresciuta grazie a cultura, business e relazioni sociali, ma ora possiede ricchezze milionarie e tramanda ai figli soldi e potere.

In molte occasioni sono state esaminate le diseguaglianze odierne, osservando che si trovano ai livelli di quelle della “belle époque”.
Ci si potrebbe domandare, come fanno certi capitani d’impresa americani (che tengono sotto casa l’aereo per volare via in Nuova Zelanda): dobbiamo prendere in considerazione anche la seconda parte della analogia, includendo la rovinosa fine di quell’epoca di privilegi, col sospetto di essere entrati nell’età della rabbia?