Voglio fare l’astronauta

Diego: “Papà, si può andare sulla luna?”

Davide: “Forse con una scala molto grande… No, non credo… Ci vuole un razzo, come il razzo Egidio, ma vero”

Diego: “E dove si trova un razzo?”

Davide: “All’Agenzia Spaziale Europea, lì hanno i razzi per andare sulla luna”

Diego: “E come si fa ad andare là?”

Davide: “Devi studiare molto e poi devi andare a fare domanda per entrare, e se sei bravo ti scelgono per andare sulla luna”

Diego: “Ma vieni anche tu, con me?”

Davide: “Se vuoi ti accompagno a fare domanda…”

Scoprire un posto dopo dieci anni di visite

Oggi per la prima volta, invece dell’aereo mordi e fuggi, ho preso in Finlandia un treno.
Finalmente sono uscita da quel mondo ovattato a parte, grigio di giacche e trolley, e mi sono trovata negli spazi d’abiti informali di tutti i giorni.
Il paesaggio mi è apparso finalmente vicino, dal finestrino, come qualcosa che per alcuni istanti è stranamente familiare (i campi bruni o dorati che scorrono possono sembrare della bassa friulana), e poi per tutto il resto del tempo ritorna ad essere tipicamente locale (filari continui di alberi lunghi ritti, e luce sempre più tenue sopra le loro cime).
Per quasi tutte le tre ore di viaggio passate finora, le persone che mi hanno circondato nel vagone hanno osservato un quasi completo silenzio (ci sono mille modi di dire silenzio, qui).
Ora sono sul secondo segmento di treno su tre, e un ritardo di venti minuti (anche qua?) sta per farmi perdere la coincidenza. Mi hanno detto che l’altro treno aspetta. Chiudo, mi metto la sciarpa, corro fuori e vedo come va.

****************

Sì sì l’ho preso, il treno successivo, insieme a un gruppo di ragazze bionde con i calzettoni che sono scattate nella mia stessa direzione. Mentre aspetto ancora un po’ la partenza di quest’ultimo treno (c’era margine, insomma), sbircio il binario da oltre la tendina rosa, accomodata sui sedili azzurri a righine anch’esse rosa, di una carrozza che nelle forme ricurve ricorda quelle dei nostri intercity più datati, ma che nella manutenzione rimane come nuovo.
I treni decorati al binario qua vicino, ospitano disegni di abeti e oche in volo.
I ragazzi coi capelli lunghi che aspettano di partire, tengono parcheggiata accanto a sè la fedele bicicletta da passeggio nera.

Ho trovato diversi piccoli vezzi negli accessori dei vagoni.
I distributori di fazzolettini agganciati alla parete.
I cuscinetti celeste regolabili come poggia testa.
I termometri a mercurio vicini alle porte mediane, con una scala graduata che, lo devo ammettere, non va significativamente sotto lo zero.
La donna che ha controllato i biglietti, ha verificato con precisione se il ritardo accumulato anche da questo treno avrà impatto sul mio viaggio successivo. Ho notato, sul suo foulard e sulla camicia, i colori e le geometrie di una divisa delle ferrovie, ma il suo abbigliamento mi è sembrato morbido e non ingessato.

Lo sapevo già, poiché vale anche dalle mie parti, che i mezzi pubblici vengono usati in maggior parte dalle signore. Ma adesso mi sto domandando se qui si sono anche tolte lo sfizio di renderli graziosi e comodi secondo il loro gusto.

Frammenti di atmosfera svedese

Da oggi sono di nuovo in viaggio, per i prossimi quattro giorni, e la tappa di questo momento è una attesa di quattro ore nell’aerorto di Stoccolma.
Diego ancora non lo sa, ma il primo posto in cui mi sono buttata è il negozio di giocattoli, che mi ha subito dato un bel po’ di spunti interessanti. Ho l’impressione che i giochi spiritosi, ma che fanno comunque ragionare, qua siano più diffusi.
La seconda cosa che mi è venuta in mente è il blog di un papà italiano che vive in Svezia e che racconta le sue avventure con le figlie, che ha seguito da piccole stando diversi mesi a casa, dato che in questo paese il congedo parentale può durare molti mesi ed è possibile, ben agevolato, per entrambi i genitori. Mentre passeggiavo per il corridoio mi domandavo: chissà se l’autore del blog è da queste parti, e magari lo vedo di persona invece che in formato virtuale.
La terza tappa l’ho fatta in libreria. Già in passato mi sono presa dei libri in inglese qui, e oggi in prima linea ho visto il saggio (che in realtà sto già leggendo) che ultimamente vorrei consigliare a tutti: “il Capitale nel XXI secolo”. Bene, hanno buoni gusti.
Appena per ultimo, mi è venuto in mente il punto di ristoro, dove ho trovato un muffin gigante ricoperto di cioccolata bianca: mio!
Ora la sera sta diventando più inoltrata, l’aria del nord comincia a intrufolarsi tra le corsie, e comincio a sentir bisogno del cappottino, che stamattina dopo tanti mesi ho tirato fuori dall’armadio.
La giornata sarà ancora lunga, dato che l’ultimo volo mi porterà alla meta all’una di notte. Spero di non addormentarmi prima sul divanetto, mentre l’aereo se ne va senza di me…

Storielle ammmericane! – 3

A Kansas City non c’è un centro città come lo immaginiamo noi europei (palazzo del Comune, piazza con la chiesa, piazza delle Erbe…). Di conseguenza, il centro commerciale è uno dei luoghi di maggior interesse per gli americani.
Abbiamo preso un taxi per andare a uno particolarmente buono, secondo il metro dei KansasCitiani. È situato vicino all’autodromo, allo stadio del calcio (anzi, “soccer”), e ad un parco acquatico. Nei 25 minuti di strada ho chiacchierato con il tassista, un 30enne nero che lavora per pagarsi gli studi, area finanza. Nei grandi spazi che attraversiamo, mi dice che ci si può muovere solo in automobile, non ci sono trasporti pubblici che arrivano così fuori dal centro città (che poi, come dicevo, non c’è). Attraversiamo il fiume Missouri, bello grande! Conto, nei prossimi giorni, di andare a Kansas City dove c’è la confluenza del fiume Kansas e del Missouri.

Arrivati al centro commerciale, ci assicuriamo di avere il numero di telefono diretto del tassista, così non avremo difficoltà per il ritorno.

I camerieri e le cameriere, così come i commessi e le commesse dei negozi, li ho trovati tutti particolarmente gentili. In genere, nei negozi del centro commerciale, hanno tutti l’auricolare e, quando sei in cabina a provare un vestito, chiamano il collega in reparto per farti portare la taglia giusta. Non so se è tempo di saldi o no, fatto sta che in diversi negozi , all’entrata, la commessa ti spiega quali sono le caratteristiche dell’offerta del giorno.
Entro in un negozio di vestiti. Una commessa mi saluta sorridendo, si avvicina e mi spiega che l’offerta fuori tutto significa che paghi un pezzo e te ne regalano altri due (di prezzo uguale o minore). Inoltre aggiungono un ulteriore 25% di sconto. Fico! Quindi una camicia da 50$ la paghi 37,5$ e ne porti via altre due. Al cambio, con 25€ ti prendi tre camicie. Ma tutto sommato non ne ho bisogno, quindi lascio il negozio. Davanti alla porta trovo la stessa commessa dell’entrata. Con un altro sorriso, mi saluta con un “god bless your day!”.
Immagino cosa avrebbe potuto dirmi se avessi comprato qualcosa…

Cose strambe viste in giro: negozio dei dinosauri, con un acquario di pesci strani. Il pub con la più grande varietà di birre alla spina del mondo (secondo loro). E, per bigotti, reparti interi di librerie dedicati a studi biblici, compresi dizionari elettronici con tutta la bibbia inside, per chi non può fare a meno della parola del suo signore quando è in movimento…

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Storielle ammmericane! – 2

Per entrare negli Stati uniti, c’è bisogno di compilare una domanda di ingresso, un “visto” semplificato. In questa domanda, da compilare online, ti chiedono, con un’ingenuità che mi stupisce e mi fa ridere insieme, se stai “cercando di entrare negli Stati Uniti per compiere attività criminali” o se sei “stato coinvolto in azioni di spionaggio, sabotaggio o azioni terroristiche”. Se rispondi di sì, non ti fanno entrare. Geniale!
Basta solo fidarsi della sincerità delle persone. La sincerità è la caratteristica tipica del criminale o del terrorista medio.
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Con la domanda compilata, registrata, e collegata al tuo passaporto elettronico (che contiene un chip con le tue impronte digitali e le foto), puoi presentarti al gate di ingresso del volo. Nel mio caso, mi accoglie una hostess che parla italiano, e guarda caso, ha studiato a Trieste.
Mi dice che deve farmi delle domande di routine per capire se posso salire sul volo.
“Perché vai in America?” – “Per lavoro”
“Dove hai intenzione di soggiornare?” – “in albergo” e mi fa tirare fuori l’indirizzo preciso.
“Ti ha invitato qualcuno? Hai una copia dell’invito?” – “Non sottomano…”
“Quando e dove hai preparato il bagaglio?” “Ieri a casa mia”
“Dove è stato il bagaglio da quando lo hai preparato fino ad adesso?” – “con me”
“Cos’hai comprato in aeroporto?” – “il giornale”
“Sei stato avvicinato da qualcuno che ti ha chiesto di portare qualcosa per lui oppure ti ha dato una busta da mettere in valigia per conto suo? Perché è capitato una volta, e dentro c’era una bomba! – “… no”
“Bene, puoi andare”
‘Sta storia della busta che dentro c’era la bomba mi sa di leggenda metropolitana… Avete mai sentito di una storia così sui giornali?
mi ha detto mio cuggino che una volta gli hanno dato una busta e invece era una booooombaa… Mio cuggino, mio cuggino!
httpv://youtu.be/AFW81wHXcbE

In volo, le hostess ci distribuiscono un foglio, da compilare e presentare alla dogana. All’interno non solo domande tipo “quanti soldi trasportate”,”avete merce che volete vendere negli USA”, ma soprattutto se stiamo cercando di importare agenti patogeni, malattie, terra o sementi contaminate, frutta o verdura.
In effetti portare colture o animali estranei mi sembra importante. Gli australiani ne sanno qualcosa; nell’800 hanno importato conigli per il gusto di andare a caccia, e adesso non sanno più come liberarsene, perché i conigli, in Australia, non hanno nessun predatore naturale e si riproducono senza limiti. Hanno anche importato una specie di edera rampicante e decorativa, che tanto piaceva agli inglesi, e anche questa non hanno ancora capito come distruggerla. Quindi conosco il problema, e, dopo aver compilato il foglietto, sbarco e mi metto in fila per la dogana. Fila lunga. A un certo punto passa una poliziotta, con un cane tipo bracco poliziotto anche lui, lungo tutta la fila. Il cane ha una mantellina con scritto “Proteggi l’agricoltura”, e la poliziotta ha in mano un sacchetto di plastica.
Il bracco fiuta la gente e si ferma davanti ad una donna dall’aspetto nord-europeo, scodinzola e punta la sua valigia. La poliziotta dice qualcosa tipo “bravo Fufi” al cane, e apre la valigia, trovando all’interno ben due mele di provenienza estera. Prende le mele, le fa annusare al cane, contento, e le mette nel sacchetto prendendole con i guanti. Nel sacchetto vedo altre mele, alcune morsicate, e delle banane. Saranno il premio per il bracco o saranno distrutte? Comunque prende nota del nome della donna, forse per una multa.

In fila davanti al banco dell’agente della dogana c’è un gruppo di persone dai tratti arabi. Ovviamente sono controllati a lungo. Uno di questi, evidentemente, assomiglia al tipico ritratto del terrorista, “occhi neri, barba lunga, pelle scura… È uno di loro!”. Lo controllano più volte e la sua fila si blocca per venti minuti.
Invece l’agente che controlla me, mi chiede di nuovo le impronte digitali e mi fa una foto, per confrontarle con quelle registrate nel passaporto. Un’altra volta ancora mi chiede il motivo per cui voglio entrare negli USA, quanto e dove starò. Passo indenne, mi consegna il foglio timbrato, che devo riconsegnare 50 metri più in là ad un altro agente che lo guarda e lo mette via.

Le divertenti procedure di ingresso in America, sono a prova di bomba…

Storielle ammmericane! – 1

Sto andando in America per lavoro.
E, come diceva Chuck Palahniuk in Fight Club, anche io ho conosciuto il mio amico di volo a porzione signola.
Ovviamente, essendo un americano standard, non poteva che chiamarsi John Smith! Nome standard. (E anche adesso che scrivo dal gate di imbarco per Kansas city, all’altoparlante stanno chiamando John Smith. Ma un altro, credo).
Il volo intercontinentale è stato lungo, ma non terribile. Le poltrone della classe business sono belle comode e il pranzo è stato piuttosto piacevole.
Abbastanza divertente la mossa che lo steward ha fatto per smezzarmi un bicchiere di vino che mi aveva offerto: ne avevo chiesto un poco per assaggiare, e me ne ha versato uno pieno. Gli chiedo se può mettermene meno. Prende un altro bicchiere, si mette in mezzo alla corsia, lontano dagli altri passeggeri. Si flette sulle ginocchia, mette un bicchiere quasi sopra l’altro. Prende la mira, e in un solo movimento versa dal bicchiere in alto in quello in basso, alzandosi contemporaneamente di nuovo in piedi. Mi guarda soddisfatto mostrandomi i due bicchieri con la stessa quantità di vino e mi fa cenno di scegliere quello che preferisco. Bella mossa!
Il mio amicoporzionesingolaJohn era piuttosto pratico di viaggi lunghi e quindi si è sentito in dovere di darmi un po’ di suggerimenti. Non richiesti e di conseguenza inutili…
E nel frattempo, dall’aperitivo di benvenuto in poi, si è scolato, nell’ordine: due vodka doppie con ghiaccio, due bicchieri di vino a pranzo, un gelato affogato al baileys, un whisky e cola.
Risultato: a me è venuto il mal di testa, lui invece ha dormito a lungo e benissimo…

All’aeroporto di Chicago aspettiamo l’ultimo volo per Kansas City. L’aereo arrivava da Madison, Wisconsin, a circa 30 minuti di volo da noi. Ma da quelle parti il meteo era terribile e non potevano partire. Così, di 20 minuti in 20 minuti, il volo è stato posticipato di quasi 4 ore…
La fame si fa sentire. Tra macdonals e la concorrenza, vado dalla concorrenza. Ordino un panino, e l’ispanico al bancone mi attacca bottone spavaldo:
I:”ah, una persona felice!”
D: “Dici a me?”
I:”sì, sei felice, lo vedo dai tuoi occhi!”
Lo guardo, e non mi sembra di avere questo aspetto così sgargiante, dopo 26 ore dalla partenza…
D:”son contento che ti sembro felice, ma sto aspettando il mio volo da più di tre ore, il mio umore non è proprio…”
I:”ma se non fosse per questo saresti contento?”
D:”beh, forse sì…”
I:”vedi che avevo ragione?”
D:”ah-ha.., sìssì…”
I:”da dove vieni?… Aspetta, indovino… Germania!”
D:”no…”
I:”Polonia!”
D:”no…”
I:”allora… Russia! Sei russo!”
D:”no, vuoi provare ancora?”
I:”…”
D:”sono italiano”
I:”ah!”, e in italiano “un italiano vero!”
D:”esatto!”
L’ispanico smette di colpo di guardarmi e di chiacchierare. Due minuti dopo, “Panino pronto” e senza aggiungere altro me lo consegna…
Siamo così ben considerati nel mondo?
E soprattutto: il panino faceva cagare così di suo o me lo hai fatto cattivo apposta???

Lunghe attese da viaggio: manuale di sopravvivenza

Ok, lo avevo anticipato, sono di nuovo all’aeroporto di Atene, e questa volta per il viaggio di ritorno.
Cosa ci può essere di interessante in questo momento da viaggiatore fermo, momento peraltro lungo, che ora è solo all’inizio e in cui devo cercare di non consumare troppo i miei passatempi, per salvarmeli a rotazione fino alle 11 di questa sera, ora del ritorno a casa?
Non so perchè, ma essere in giro da qualche parte del mondo, senza dover fare per forza qualcosa di definito, mi affascina in qualche modo.
Tanto ora me lo sono rimesso in testa, che la libertà è sempre vincolata (il tempo durante un viaggio a volte è libero, ma libero non è il luogo, non può trasformarsi nel salotto di casa come se avessi un tappeto volante immediato *puff*). Per cui tanto vale andare a caccia in ogni occasione del margine di manovra che per quei minuti viene offerto, e giocarci un po’ su.

Per esempio, ora, uno dei miei nuovi giochini da viaggio è beffare il limite nel trasporto bagaglio a bordo. “Un solo bagaglio a mano, di peso e dimensioni consentite”. In questo caso, la caccia è ai limiti letterali delle regole nella loro più o meno efficace implementazione.
Non ho dimenticato la massima che un collega mi aveva consegnato anni fa (“Ci sono solo due tipi di bagaglio: il bagaglio a mano, e il bagaglio perso”), e ne ho visto prova nelle peripezie di altri viaggiatori frequenti (“mi hanno restituito la valigia persa dopo otto mesi, e nelle etichette degli aeroporti che aveva visitato prima di ritrovare casa, si vedeva che aveva fatto il giro del mondo”).
Quindi ho messo nella vista il radar per individuare le macchinette di check-in automatico, quelle che ti permettono di saltare il primo paio della lunga serie di occhi umani che guardano quante valigie hai con te, per spedire a parte peso e ingombro in eccesso, prima di lasciarti salire a bordo. Con gesti svelti tra la folla lenta, cerco di passarla liscia tra i buchi di attenzione del personale, occupato a guidare il flusso sparso di massa umana verso i posti incasellati nel velivolo.
Oggi ad esempio un funzionario della sicurezza mi ha controllato il biglietto prima di farmi entrare nella zona vassoi-nastri trasportatori-copripiedi di plastica della verifica ai raggi x. Poichè in quell’istante ero veramente da sola, senza fila a far volume dietro a me, questo addetto ha visto le mie due grosse valigie e mi ha chiesto “Questo è il suo bagaglio a mano?”. Ma io gli ho risposto con gentilezza: “Sì”, e lui ha esitato, ma mi ha fatto passare, forse domandandosi se era suo compito controllare anche il troppo bagaglio, o solo la corrispondenza gate-biglietto sulla carta che gli avevo esposto sorridendo.

Ma torniamo alle libertà minimaliste e un po’ meno connotate di sfida, che possono riempire tutti gli altri minuti del tempo di attesa.
Ora sono in un caffè in open-space, con tavolini neri a varie altezze (se vuoi scegli quelli alti da drink con sedie-trespolo, oppure piazzi tutte le tue cose più largamente come ho fatto io ora, spalmando pc giornali e vassoio sul tavolo da quattro pur essendo in uno).
Ovvio che la conquista di questa postazione è per ben poco tempo dedicata davvero alla fase pranzo, che non ho concluso perchè il mio bicchiere non è del tutto vuoto, ed è invece mirata a tutte le utenze e ai servizi che posso richiamare a me con un solo passo da questo comodo punto di incrocio.
Il monitor con aggiornamenti sui voli è giusto a portata d’occhio (che non mi capitasse che mi distraggo troppo): il conto alla rovescia verso il momento in cui mi dovrò alzare dice: meno cinque ore.
Il punto ricarica-le-tue-batterie è offerto da uno sponsor che ha fissato il suo totem pubblicitario alle mie spalle (ho detto alle spalle, non ho scelto per panorama la pubblicità).
La porta d’imbarco del mio prossimo volo è traguardabile oltre le porte a vetri alla mia destra. Inutile andarci già ora (sarebbe come finire il gioco dell’oca troppo presto), però non si sa mai che venga veramente mantenuta quella uscita, o che sia cambiata per qualche motivo di traffico volo.

Per il pranzo ho conservato l’atmosfera del paese ospitante, scegliendo una classica insalata greca.
Ho raccolto pazientemente in un angolo i troppi coriandoli rosa di cipolla cruda tritata. Me li sono ritrovati stampati poco dopo sull’angolo del giornale che stavo leggendo, e quasi quasi li avrei fotografati, per ricordare gli aromi che possono ancora emergere da un settimanale datato 12-18 aprile. Me lo porto in giro ormai da tempo, si vede che ho pochi altri momenti per leggerlo.

Insomma, una attesa potenzialmente infinita va studiata sotto la luce dei frammenti di libertà che può offrire.
Ma per i bimbi che viaggiano con i turisti vicini a me, è molto più difficile resistere alle costrizioni dell’aeroporto.
A volte immagino Diego che si materializza tra le mie braccia sul sedile con cintura di sicurezza, e mi rendo conto che per lui la postazione fissa nel cubicolo avrebbe un tempo di tolleranza tipo un decimo della durata del volo. Non me lo vedo costretto al suo posto, come gli altri pupi che frignano in braccio agli altri passeggeri genitori. Nel mio orecchio mentale, piuttosto, suona la sua vocina squillante, che giubila “uak uak” di allegria, per aver -fuori d’ogni regola- conquistato la corsia di emergenza su cui gattonare a cinquemila metri, schiaffando sui metri conquistati una manina appiccicosa dopo l’altra, per agguantare palmo a palmo tutto lo spazio della moquette che ricopre il piano di camminamento dell’aereo.

Un’ora fa ero alla porta di imbarco dell’aeroporto di Creta, in una zona sovraffollata di persone assiepate in piedi.
I bambini dei turisti finivano presto abbarbicati sui loro genitori-albero. Come potevano accettare l’immobilità forzata, senza saper ancora leggere il loro destino di volo sui monitor?
Anche lì, pensavo a cosa avrebbe voluto fare Diego.
Per lui, avrei potuto svuotare completamente l’aeroporto, tornandoci la sera dopo l’orario di chiusura, appena lavato il pavimento. In questa trama immaginaria, la signora delle pulizie è una mia amica disposta a farci intrufolare. Così aggiustato, il terminale basso dell’aeroporto di Creta è tutto per lui, movimentato solo da alcune luci colorate della notte. Gambe di sedia come pertiche fisse al suolo, ecco pronta una nuova piazza grande per il gioco, con pareti-limite lontanissime tra loro, misurabile anche da bebè esploratori. Questo divertimento quasi impossibile non glielo posso veramente regalare, ma prestare per un momento con la fantasia forse sì.

Viaggiare veloce, viaggiare lento

Prima dell’alba.
Suona il campanello della porta.
Cos’è? Me lo sono sognato?
Cerco di prendere il telefono, che mi rotola via dalla mano, e malamente vedo l’ora: 05.22, due minuti dopo l’appuntamento con la ditta di trasporti per viaggiatori. Accidenti! Questo deve essere l’autista che mi chiama! La sveglia che avevo messo, evidentemente, non l’ho sentita.
Seconda scampanellata. Terza. “Guardi che vado via!”, mi avvisa.
“Sto scendendo!”, farfuglio al citofono. Bacino a Diego, bacino a Dado, metto a malapena a fuoco i loro visetti assonnati e disturbati dal trambusto.
Quando mi vede, l’autista brontola ancora, interpretando i pensieri degli altri viaggiatori che mi aspettavano nella navetta, tutti diretti all’aeroporto come me.

Arrivo a Ronchi in un batter d’occhio.
(L’occhio era in effetti rimasto chiuso, aperto solo una volta, il tempo di vedere che il mare di Barcola aveva il colore verde metallo della mattina presto, e giù di nuovo la palpebra).
Passo il check-in, schivo con mossa veloce i controlli aggiuntivi degli addetti alla sicurezza, lasciando alla loro attenzione una signora verdesmeraldo vestita. Oggi non mi stupisco delle routine da aeroporto. Il mese scorso, dopo un anno e mezzo senza trasferte, rivedermi in questi non-luoghi era una specie di prova. Ora è di nuovo abitudine. Tuffo il naso nella lettura del momento, azzero ogni senso di attesa da viaggio con un pensiero distratto.

Colazione a cinquemila metri, formaggio cremoso e gherigli di noce, è quasi la stessa scelta che ho tra le mura di casa.

Atterro a Monaco, butto l’occhio ai dati sul secondo biglietto, raggiungo il mio Gate, vedo sui monitor “imbarco tra pochi minuti”, filo ai bagni senza fermarmi: “mai sprecare una buona occasione per fare pipì”. Quando torno al Gate, la fila è già troppo corta, sono quasi tutti usciti, mi accodo bella ultima come se niente fosse, mostro il biglietto senza neanche averne letto la destinazione (controlleranno loro se è quello giusto, no?), salgo sul pulmino che porta all’aereo, e le sue porte si chiudono dietro di me. Cavolo, solo un secondo fa leggevo il giornale al pit stop, se tardavo ancora un po’ questi andavano via senza di me, connessione serrata questa, e meno male che conosco la mappa dell’aeroporto!

Secondo decollo della giornata, i “parakalò” si moltiplicano atorno a me, la prima pagina del giornale internazionale che ho sotto braccio mostra scene dai sobborghi di Atene, e le hostess mi salutano in greco (credono che i miei capelli scuri provengono da un’Europa più a sud?).
Molte nuvole sfilano al mio finestrino, e quando si diradano la terra mostra gli ultimi lembi prima di sciogliersi nel mare, e però un monte nero alto spunta tra i veli di vapore, piramide che svetta alta con un cappellino bianco che dice “ciuf-ciuf”. Anche se non so quale zona stiamo sorvolando, ricordo subito il colore delle pietre di lava altrettanto nera che molti anni fa avevo calpestato con Dado, nella camminata a mille e passa metri sull’Etna, ed era solo una breve gita di mezza altezza vulcano.
Inconfondibile.

Metto giù il quotidiano che ho divorato, smetto di far correre i pensieri dove capita, e mi fermo a riflettere un po’ sulla situazione.
Sono ormai due mesi che siamo entrati a regime, ho ripreso ad avere nuovi agganci nel lavoro, e Diego ha già fatto due giri di raffreddore insieme a me.
Il suo grande interesse del momento è muoversi-afferrare-scattare, da un lato all’altro della stanza in tre secondi, trasformare ogni persona e oggetto più grande di lui in palestra di free climbing, e chiedere a chi gli sta vicino di partecipare a queste avventure ginniche con allegria curiosa.
Vorrei prendermi un momento di tranquillità con Dado, ripensare al nostro ritmo, confrontarlo con quello di chi ci dà una mano, e sentire se gli equilibri sono realmente quelli che capiamo e vogliamo. Ci vorrebbe una pausa tutta per noi il prossimo weekend, ma sarò all’estero ancora sabato; e i due fine settimana successivi Dado avrà i suoi voli intercontinentali.
Ci prendiamo un giorno di ferie a due?

Esco dai miei pensieri, entro con lo sguardo nel finestrino.
Dopo una breve fase di volo sopra il mare, torna la terra collinosa e mossa, ora indubbiamente greca, e per quanto vedo è tutta punteggiata di generatori eolici. Ogni cocuzzolo di collina ha la sua catenella di steli bianchi equidistanti, ornati di pale rotanti lentamente. E’ come se tutte le strade che scollinano avessero i peli ritti infreddoliti dal vento, c’è una bella abbondanza di generatori chiaramente visibili da ogni altezza.

Secondo atterraggio del giorno, delicato e perfettamente assestato al suolo, e mi ritrovo nel quasi-nuovo-e-ancora-scintillante aeroporto di Atene.
Faccio un giro per visitarlo?, mi domando, quanto tempo ho?
Controllo con più calma il mio programma, e noto… quattro ore davanti a me prima dell’ultimo tratto aereo per Creta.
Posso poltrire un attimino in tutta calma!
Dopodomani sarò già di ritorno, e il passaggio all’aeroporto di Atene sarà ancor “meglio” congegnato: Una pasua di sei ore tra un volo e l’altro!

Non c’è che dire, questa trasferta mi lascia indubbiamente qualche oretta libera.
Qualche oretta per pensare a quel che voglio, tra me e me.
All’aeroporto.

Al Festival dell’Economia di Trento – 1

E’ venerdì pomeriggio, mi preparo per la partenza.
Faccio la valigia con calma, scelgo strati per il super caldo e per la pioggia, preparo i panini.
Come al solito, esco giusta giusta: la vicinanza alla stazione mi vizia.
Arrivo alle macchinette dei biglietti, ce n’è una senza fila, digito la destinazione: T-R-E-N-T… Ok, ecco le soluzioni di viaggio per Trento. La prima è la mia.
Come sarebbe a dire 17:02? Non era 17:10?
Alzo lo sguardo sul tabellone: è proprio così, ricordavo male, e ho quattro minuti alla partenza.
Te pareva: devo sempre fare il gioco del filo di lana.
Evito di prendere il biglietto del ritorno. Vado al binario. Saluto vistosamente il capo treno (che mi tenga d’occhio fin che salgo, prima di fischiare l’ok alla partenza).
Proseguo sul marciapiende finchè arrivo alla carrozza della mia prenotazione, è l’ultima, salgo, le porte si chiudono dietro di me, il treno parte.
Cosa devo pensare di questo tempismo perfetto, posso vantarmi?

Il viaggio procede tranquillo.
Sulle frecce l’aria condizionata è a palla, protestano un po’ tutti ma è inutile, io uso tutti i miei strati fino alla giacca, assurdo perchè fuori son 27 gradi.
Il paesaggio che ci accompagna dal finestrino mi dà la calma: le montagne del Trentino dalle forme note, la pista ciclabile lungo ferrovia, ci sono stata, ci siamo stati, per un attimo mi sento come se fossi là fuori anch’io: in viaggio in bici.

E quando arrivo la sera al mio bed&breakfast di Trento, il caldo esplode di nuovo, ma ti pare, giorno ghiacciato e notte bollente, alla rovescia.
Comunque è fatta, ora sono qua.

il lungo Adige a Trento