Già il titolo è bellissimo: “Erba Volant”

In una delle mie ultime passeggiate in libreria, la deliziosa copertina del saggio di Renato Bruni, Erba Volant, mi ha catturata: raffigurava semi volanti, quelli dei soffioni, su un colore di sfondo brillante, mescolati a più piccoli e nascosti paracadute usati da degli ometti in viaggio, un viaggio tra le piante, alla loro altezza e grandezza.

E così ho scoperto un lavoro originale e approfondito, una serie di racconti sulle soluzioni strategiche messe a punto dalle piante in milioni di anni di evoluzione, idee che quasi quasi anche la tecnologia potrebbe prendere a prestito, per fare quella che si chiama “biomimetica”, ovvero una modalità di innovazione che adotta metodi già sperimentati e collaudati dalla natura, e li rimette a punto per un diverso contesto tecnico e tutto umano.

L’autore ci tiene bene a dire che, anche se le piante non si offendono ad essere guardate e copiate, vanno ben capite a fondo, nelle loro soluzioni di “sistema”, e che una versione analoga tecnologica deve essere per forza ricostruita non uguale ma adattata al nuovo ambito.

Non è solo l’argomento, ad essere particolare, ma anche il modo in cui viene presentato.
Infatti, in questo libro, le piante vengono “intervistate”, e “parlano”, e sono così simpatiche nelle loro personalità, che il cactus sul davanzale del nostro ricercatore, un cactus di nome “Palla”, mi verrebbe proprio voglia di conoscerlo. E di chiacchierarci un po’.
Perchè poi le soluzioni dei cactus sono tra le più belle!
Quelle per recuperare l’acqua anche dall’umidità dell’aria dei deserti, dalle occasionali nebbie di passaggio, con reti e aghi e interni spugnosi, che catturano ogni gocciolina invisibile e la trattengono per far bere, appunto, ai cactus, abbondanti sorsate, che nessuno di noi senza quei metodi avrebbe saputo condensare così bene.

L’opera vuole essere una carrellata abbastanza varia di esempi di biomimetica, per come se ne possono incontrare oggi, per cui alcuni capitoli secondo me sono meno completi e più macchinosi, perchè certi filoni di ricerca la prendono più alla larga, come ad esempio l’imitazione della fotosintesi, perchè non è che si possa veramente copiare tutto il sistema, la fotosintesi riprodotta “in scatola” non sarebbe nemmeno efficiente.

Ma anche in questo sta un interessantissimo messaggio.
E cioè che le soluzioni delle piante non sono necessariamente efficienti.
Roba da domandarsi se l’efficienza valga veramente così la pena, come la intendiamo noi nei sistemi produttivi.
Le piante combinano molte esigenze insieme, e per questo non possono averle tutte spinte al massimo.
Un pizzico di collezione di zuccheri, un po’ di capacità di ripararsi in caso di rottura, un po’ di tolleranza nei confronti del pezzetto di organo perso e mangiato dall’insetto o parassita di turno, e una visione da stratega che dice che forse è meglio ricrescere di là, piuttosto che sprecare energia per combattere di qua. Parliamo invece di collaborazione. Come nel caso della pianta che chiama il predatore del suo insetto parassita, emettendo il giusto odore o sviluppando una forma attraente.

No, non possiamo copiare del tutto la filosofia dalle piante. Noi umani siamo individui singoli, mentre le piante non necessariamente lo sono. Ad esempio, i pioppi si clonano e si propagano in copie dal patrimonio genetico uguale, per cui lo stesso senso di competizione e collaborazione tra specie non si può avere veramente impostato nello stesso modo. Quei pioppi che crescono proprio lungo fiume e che vedo sempre far vibrare le foglie nei miei giri in bici.

E’ quasi rassicurante vedere le possibilità che le piante hanno saputo mettere in campo. Ricordare che, se lasciate in pace, loro, la Terra, la ricoprono.

Come quei muschi che hanno colonizzato una bella percentuale della superficie terrestre, lanciando semi dalla loro piccolissima altezza, riproducendosi un po’ più in là, e un po’ più in là, sempre vicino alla macchia precedente. Quei muschi che ho visto far soffici cuscinetti sui muretti delle case, giù per la discesa di Scala Santa: li ho fotografati da vicino, e i loro pedicelli “spara semi” che spuntano un po’ più su delle minute foglie, ora li ho guardati con un occhio diverso.

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Dall’offerta limitata all’acccesso libero

Qualche giorno fa ero a Padova stazione, con il treno del ritorno in ritardo di oltre un’ora, e il libro da viaggio sul punto di finire.
Allora mi sono messa a girare per una libreria segnata da una linea editoriale che non mi piaceva, e come conferma sembrava che tutti i libri che sfogliavo fossero terribili.

Con un po’ di pazienza e tanti piccoli assaggi, ne ho trovato uno che mi incuriosiva, sembrava un po’ troppo il racconto di un gruppetto di carriere vincenti, ma almeno era scritto con brio.
E invece, poi, l’ho apprezzato.
Free, di Stephen Witt, storia del periodo in cui la musica ha cominciato ad essere disponibile liberamente sul web, dapprima con copie illegali e poi con collezioni d’archivio estese all’infinito, si è rivelato un libro scritto con lo stile del giornalismo investigativo.
In fondo, il destino dell’industria discografica, stravolta dal cambio del modi di distribuzione offerti dall’accessibilità delle tecnologie digitali, è una storia che può essere confrontata anche a quella di altri settori.
Mi è piaciuta in particolare la sintesi di questo fenomeno espressa da una citazione del blog di analisi finanziaria di Izabella Kaminkas:

“I tassi di interesse negativi sono funzione della abbondanza globale (offerta dagli sviluppi tecnologici), e sono una tendenza che non può essere fermata neanche dalla più forte banca centrale – a meno che la società non faccia dei passi indietro (come molti ricconi vorrebbero). Al giorno d’oggi, per mantenere i tassi di interesse positivi, dovremmo sottrarre quasi ogni bene del pianeta dalle persone che ne avrebbero bisogno, per fare sì che continui ad avere un alto valore di mercato. La tattica della scarsità artificiale che è stata usata negli anni per ottenere questo risultato, è sempre più difficile da realizzare, a causa della liberazione dalla legge della domanda e dell’offerta operata dalle nuove tecnologie che permettono accessi illimitati ai beni di consumo. Questo fa emergere forme economiche diverse, collaborative, che possono ignorare i tassi di redditività.”

Le api danzano nella luce ultravioletta

Mentre adocchiavo la bella copertina del libro di Karl von Frisch, Il linguaggio delle api, non sapevo che stavo per cogliere un classico degli anni Settanta.
In questo lavoro che gli è valso il Nobel, il biologo descrive le capacità delle api di comunicare tra loro come una “danza”, e questo uso delle parole dà l’idea del rapporto di meraviglia che l’autore aveva nei confronti della Natura che osservava.
Ho trovato affascinante non solo il cuore dello studio, la spiegazione del significato del simbolo a forma di otto che l’ape mostra volando alle altre, per spiegare distanza e direzione del prato dove ha trovato il bottino, ma anche lo studio delle altre capacità sensoriali.
L’ape vede lungezze d’onda leggermente diverse dalle nostre: meno nel rosso, più nell’ultravioletto. E i fiori hanno “guide per il nettare” nel campo dei colori visibili solo a loro!
In quella data si diceva che l’ape è l’unica altra specie oltre a quella umana, a comunicare per mezzo di simboli. Chissà se alla luce delle ricerche di oggi è ancora così?

Le parole dette sono solo la punta dell’iceberg

Ho divorato in una settimana il saggio di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, Come non detto – Usi e abusi dei sottintesi.
È molto interessante rendersi conto che le parole che vengono dette sono solo indizi portatori di informazioni essenziali, che poi vengono completati dalla mente di chi ascolta, integrandole poi con stereotipi, usi, conoscenze condivise, e tutta una serie di deduzioni possibili.

Chi ascolta un discorso allusivo, lo completa nella propria mente, intuendo il “non detto”, e così facendo si rende complice di chi parla, si lascia agganciare da un presunto messaggio nascosto messo in comune, si fa persuadere.

Le pubblicità sono un esempio tipico di questa situazione: nei pochi secondi di uno spot video, si deve capire rapidamente una situazione, nonostante i colpi di scena portino a ricredersi in corso d’opera.
Mentre le immagini filano via veloci, la fatica consumata a dedurre il “non detto” ci fa supporre di aver capito tutto, sia l’esplicito sia il sottinteso.
E invece non è così.
Spesso una allusione nasconde molte altre cose, a volte anche ingannatorie, ed è lì che dovremmo soffermarci a controllare se il messaggio è proprio tutto vero…

L’arca di Noè non aveva abbastanza metri quadri

Ho pescato questo breve saggio di Lisa Signorile, Il viaggio e la necessità, tra i libri di scienza, un po’ nascosto nello scaffale basso della Libreria Antico Caffè San Marco. E in una settimana ne ho attraversate tutte le dimensioni di milioni di anni e zolle tettoniche alla deriva.

Lisa Signorile, zoologa, racconta le migrazioni degli animali dai tempi dei continenti uniti in un’unica pangea, che poi si staccano e si riuniscono in nuovi modi (tipo: le due Americhe si sono riunite quattro volte). Le storie più avvincenti, tra dinosauri carini tutti impiumati e marsupiali di ogni taglia e misura, sono riprese dalle ricostruzioni dei paleontologi e dalle sagome dei fossili, si svolgono nell’arco di ere geologiche, e poi si interrompono, ad esempio per colpa dell’arrivo di nuovi predatori giunti da un altro continente.
La prima parte di questa avventura, però, serve a dare l’idea dello schema dell’evoluzione. Non esiste una configurazione di insiemi di specie immutabile, se si tiene conto dei milioni di anni con cui si sono adattati gli animali alle rispettive nicchie ecologiche.
Nella seconda parte del libro si sottolinea come i cambiamenti di equilibro tra le specie oggi si manifestano anche nel giro di poche decine di anni, quando arriva da un diverso continente un parassita senza rivali che lo tengano sotto controllo, trasportato alla velocità dei nostri mezzi a motore.

La specie umana, osserva l’autrice, in fondo è arrivata piuttosto di recente, nella storia delle forme di vita sulla terra. Il mantenimento della biodiversità è proprio a noi che serve, che siamo relativamente delicati e specifici. Piante e roditori possono benissimo riorganizzarsi e riprendere il filo dell’evoluzione da dove era stata disturbata l’ultima volta, come hanno già fatto molte volte in passato, meteorite compreso.

Tra i bracci a spirale della nostra galassia

Nella tripletta di saggi scientifici che avevo comprato alla Libreria Antico Caffè San Marco, c’era un breve volumetto della casa editrice Il Mulino, da cui ho sempre trovato proposte valide.

Nascita e morte delle stelle di Giuseppina Micela, Direttrice dell’Osservatorio Astronomico di Palermo, fa un rapido escursus sulle fasi di evoluzione dei corpi stellari, che son tutt’altro che statici, se si considerano i loro tempi ovviamente, tant’è che l’evoluzione di una stella ha un inizio e una fine, e queste fasi alimentano la fucina degli elementi chimici.
Ho potuto così completare i riferimenti che, qualche tempo fa, mi aveva suggerito il piccolo Alessandro, scuola elementare, quando mi aveva citato i miliardi di anni che ci vorranno per l’evoluzione del nostro sole: la prossima fase sarà quella dell’esaurimento delle sue riserve di idrogeno da bruciare, seguita dal collasso del nucleo e dall’espansione sotto forma di gigante rossa.

Le piccolezze dei nostri tempi si ridimensionano, quando si osservano le immense grandezze dello spazio.

Vita di Marie Curie

La biografia di Marie Curie si trovava da un po’ di tempo nella mia biblioteca tra i libri ricevuti in prestito.
Ho cominciato a leggerla al volo, trovando vicende personali e incontri con amici ricercatori che poi, nell’andare avanti dei capitoli, sarebbero diventati dei punti di riferimento della chimica e della scienza, se non dei premi nobel. Tanto per dare l’idea, nelle passegiate in montagna con Maria Curie c’era anche Einstein.

Il tono con cui è stata scritta questa biografia, datata anni ottanta, potrebbe quindi sembrare quello di una straordinaria saga famigliare e amicale immersa nella scienza dell’atomo.
Se non fosse per un’attenzione in più che l’autrice, Francoise Giraud, ha messo nell’osservare l’evoluzione del contesto storico.

Francoise Giraud, giornalista, è stata ministro della cultura in Francia.
Quindi, nella stesura di questa biografia, ha potuto sottolineare con cognizione di causa il passaggio tra le forme di finanziamento alla ricerca, nel corso della vita di Marie Curie, dal mecenatismo al finanziamento pubblico strutturato. La protagonista, unica donna che ha ricevuto due premi nobel in settori entrambi scientifici (fisica e chimica) ne ha vissuto gli effetti, dapprima girando il mondo a caccia di benefattrici, per la raccolta fondi destinata a comprare un preziosissimo grammo di radio, e poi potendo costruire e presiedere il laboratorio di radioattività oltre che la cattedra alla Sorbona, all’interno di un sistema accademico divenuto finalmente stabile.

Sembra un passaggio epocale, roba dell’altro secolo, eppure in fondo non era così tanto tempo fa.

Ho centomila miliardi di amici a cui dare da mangiare ogni giorno

Il quarto saggio scientifico che ho letto di recente l’ho comprato in aeroporto a Stoccolma, dove mi sono rifornita già altre volte.
La traduzione in italiano è in corso di preparazione, intanto il titolo originale inglese “10% human” è stato già tradotto in molte lingue, e il titolo francese suona più o meno così: “I nostri amici batteri”.

L’autrice Alanna Collen è una biologa evoluzionista, e questa impronta torna fuori spesso nel corso della sua scrittura.
L’evoluzione delle specie ha visto il pianeta popolato prima dai batteri e poi dalla specie umana, quindi fin dalle nostre origini la formula della convivenza veniva messa a punto.
Sì, perchè di convivenza fondamentale e necessaria si tratta: il genoma umano produce solo il 10% delle cellule che costituiscono il “noi”, il restante 90% di cellule che ospitiamo per il corso della nostra esistenza è costituito da estranei con un loro codice genetico diverso, ma insieme a noi operativo, ovvero quello di miliardi e miliardi di batteri che ci aiutano in numerose funzioni, da quelle digestive a quelle del controllo del sistema immunitario, producendo sostanze che noi non siamo in grado di formare.
Il modello proposto e già ben sviluppato a livello scientifico è quello della simbiosi e dell’ecosistema. Noi siamo il pianeta popolato dai batteri, e senza di loro non potremmo fare molte cose. Ad esempio, produrre enzimi necessari alla nostra nutrizione, che vengono sintetizzati nel nostro intestino dalla flora batterica. E scomporre le fibre vegetali pur senza essere ruminanti con tre stomaci, il che non ha solo una utilità nell’assorbimento dei nutrienti, ma anche nella formazione di sostanze che stabilizzano il nostro sistema immunitario. I batteri calmano i nostri eserciti di difesa immunitaria producendo sostenze che ne regolano l’equilibrio!
Le battaglie contro i batteri combattute dagli antibiotici, si rivolgono solo ad alcuni tipi dal comportamento nefasto (e a volte danneggiano gli altri batteri per noi utili, se si tratta di antibiotici troppo ad ampio spettro o assunti ripetutamente). La maggior parte dei batteri che ospitiamo stabilmente sta bene in compagnia con noi.

Ogni giorno i batteri si moltiplicano al nostro interno, mentre noi espelliamo quelli defunti che hanno finito il loro lavoro. Sì, il 75% della massa da noi espulsa quotidianamente sono batteri che hanno finito il loro ciclo vitale e a noi funzionale. Altro che scarti inutili!
Quindi, come potremmo restituire il favore al gruppo più gradito dei nostri ospiti?
Una piccola dritta che ho ripreso tra le buone abitudini è la seguente: mantenere stabile nella dieta la porzione delle verdure, specialmente quelle fresche. Foraggio per la mia flora.

Per fortuna l’insalata mi è sempre piaciuta!

Storie di chimica e altre avventure

Qualche tempo fa ho preso una tripletta di libri divulgativi scientifici, grazie al buono regalo di compleanno dei miei.

Devo dire che su uno di questi tre, “Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi” di Sam Kean, avevo qualche dubbio, perchè era chiuso nella confezione e non si poteva sfogliare, insomma non mi era stata possibile la prova sullo stile di scrittura che faccio sempre leggendo almeno un paragrafo a caso nel volume, in modo da capire se mi trovo in sintonia oppure ho davanti un mattone.
Anche all’inizio della lettura, l’ho considerato un po’ con le pinze, perchè in apertura si sfoggiavano molti aneddoti biografici sui primi scienziati che abbozzavano la tavola periodica degli elementi, che avevano a volte dei caratteri burrascosi o di cui si sapevano dei pettegolezzi come il colore del maglione indossato alla cerimonia di assegnazione del nobel.
Però poi mi sono affezionata alla lettura con un crescendo.
Ad un certo punto della lettura, lo schema della tavola periodica degli elementi si è fatto “aperto”: come si rappresentano in una mappa gli elementi chimici oggi? Spirali o grafiche tridimensionali? Il problema è ancora in discussione!
E in chiusura, dal Principio di Indeterminazione di Heisenberg in poi, mi sono proprio divertita, dato che la chimica e la fisica del futuro hanno in serbo ancora quesiti e risposte capaci di scardinare gli schemi!

Ora mi sto domandando se questo saggio variegato è adatto ai miei amici e cari chimici, o se piuttosto bisogna andarci ancora cauti, quando si gioca in casa dell’esperto.

Quanto è lunga un’ora

Ieri pomeriggio stavo tornando a casa, e non riuscivo a chiudere il libro che stavo finendo, Longitudine di Dava Sobel.
Ho attraversato la stazione camminando e leggendo, e sono stata colta dal fascino delle ultime righe.

Il libro è la storia di un inventore umile, circondato da una comunità scientifica a volte competitiva, per questo è facile prendere le parti del protagonista.

Nel 1714 il Parlamento inglese offrì una ricompensa di ventimila sterline in oro (l’equivalente di 10 milioni di euro) a chi avesse scoperto come determinare la longitudine di una nave nell’oceano. Astronomi famosi come Galileo, Cassini, Huygens, Newton e Halley avevano cercato invano in passato una soluzione rivolgendosi alla Luna e alle stelle. La posta in palio stimolò altri ad avanzare proposte. Fu un orologiaio autodidatta, l’inglese John Harrison, a trovare la soluzione: bastava che ogni nave fosse equipaggiata con un cronometro in grado di segnare sempre l’ora “esatta”, quella di Londra, ad esempio, e un semplice confronto con l’ora locale avrebbe subito fornito la longitudine della nave. Il libro dunque narra la storia avventurosa dei quarant’anni di sforzi che furono necessari a Harrison non solo per costruire e perfezionare quel cronometro, ma per persuadere la comunità scientifica dell’efficacia del suo metodo.