Ho divorato in una settimana il saggio di Filippo Domaneschi e Carlo Penco, Come non detto – Usi e abusi dei sottintesi.
È molto interessante rendersi conto che le parole che vengono dette sono solo indizi portatori di informazioni essenziali, che poi vengono completati dalla mente di chi ascolta, integrandole poi con stereotipi, usi, conoscenze condivise, e tutta una serie di deduzioni possibili.
Chi ascolta un discorso allusivo, lo completa nella propria mente, intuendo il “non detto”, e così facendo si rende complice di chi parla, si lascia agganciare da un presunto messaggio nascosto messo in comune, si fa persuadere.
Le pubblicità sono un esempio tipico di questa situazione: nei pochi secondi di uno spot video, si deve capire rapidamente una situazione, nonostante i colpi di scena portino a ricredersi in corso d’opera.
Mentre le immagini filano via veloci, la fatica consumata a dedurre il “non detto” ci fa supporre di aver capito tutto, sia l’esplicito sia il sottinteso.
E invece non è così.
Spesso una allusione nasconde molte altre cose, a volte anche ingannatorie, ed è lì che dovremmo soffermarci a controllare se il messaggio è proprio tutto vero…