Il ritorno del romanzo

Davide qualche settimana fa mi ha fatto una sorpresa.
Mi ha regalato l’ultimo libro di Jeffery Eugenides.

L’ho appena finito, divorato al volo in lunghe sequenze (fuori la neve del nord, fuori il sole di qui).
Era da prima della nascita di Diego, che non leggevo più romanzi.
Abituata da tempo ai saggi, e con un rapporto diverso nei confronti dell’emotività (Diego ha cambiato il funzionamento del mio cervello), non riuscivo più a fare la sospensione dell’incredulità. Neanche sui brevi racconti. Non mi piacevano.

O forse non trovavo quelli scritti bene.

Jeffrey Eugenides lo avevamo già apprezzato entrambi (Davide, io, e lo abbiamo regalato agli amici) in Middlesex.

Il suo ultimo romanzo, va detto, è molto diverso dalla saga plurigenerazionale di Middlesex.
Middlesex, col vigore del pioniere, poteva permettersi di fare riferimento a cent’anni di solitudine, quello che generava nuove creature con realismo magico.

La trama del matrimonio è più concentrato.
Condensa drammi non privi di alti e bassi, in lunghe tirate centrate in una sola unità di tempo, luogo e spazio: un enorme primo capitolo sviluppato su un’unica giornata, il giorno di laurea dei tre studenti protagonisti.
Un anno successivo in cui le conseguenze delle incredibili scelte di un giorno si dipanano a salti.
E del finale non dico, altrimenti farei troppe rivelazioni.

Sì, non ho avuto difficoltà a leggerlo, ma piuttosto a fermarmi (quando scendevo dal bus, quando tornavo in camera).
I personaggi sono umanissimi.

E il rapporto con la letteratura, centrale.

Leggo di Eugenides: della sua biografia, si sa pochissimo, è riservato.
Quando parla in pubblico, ricorda sempre la letteratura che lo ha influenzato.
Ecco, questo avviene anche qui.
Il libro è un continuo rimando a riferimenti letterari.

Un riferimento chiave, è quello al genere “vittoriano”, ovvero al romanzo in cui il matrimonio creava la trama principale.
Se facessimo la stessa cosa oggi (anzi, negli anni ottanta, in cui la storia è ambientata) e assegnassimo l’argomento “matrimonio” a un gruppo di giovani appena cresciuti ma ancora inesperti, cosa succederebbe?

Eugenides si lascia spazio per fare riflessioni sulla visione del mondo.
Usa un incredibilmente ampio spazio per parlare di religione, in modo per fortuna decisamente laico (altrimenti verrebbe voglia di tirargli il libro in testa… come fa uno dei personaggi in un momento chiave della storia).
E così, in un certo senso, il bisogno di religione, viene spiegato.
Insieme ad altri fatti irrazionali, tra cui la follia (ah, ma non quella di Dostoevskij. Quella solo parzialmente controllata, che porta in farmacia).

Non credo che negli anni ottanta il matrimonio avesse molto a che fare con l’irrazionale, come ha raccontato lui. Non per tutti, almeno. Per i personaggi scelti, sicuramente sì, ma è solo uno dei possibili sviluppi.
Però, staccandosi perfino dal matrimonio, e tornando al generale, il racconto che l’autore fa del rapporto tra l’irrazionale e il razionale, è decisamente interessante.