Carretti e clanfe

Dopo la storia del gelataio de Campanelle raccontata da Giordano, molti altri carretti sono seguiti. Ha cominciato a raccontare prima Luisa, poi Rita, e poi Franco… ed ecco fatta una collezione di scenette d’altri tempi.

“Nel ’63, Luisa iera ‘ndada a abitar in Borgo San Sergio.
Iera un signor col carretto de gelato, che andava a Muja, con l’ape, e faseva l’ultimo giro a Borgo. El se fermava per ultimo sempre là del piazal de Luisa, e tuta la mularia zigava… “El xè rivà Mòcolo!”
Venti anni dopo, iera picio Davide, e ancora girava Mòcolo, e tuti i lo ciamava cussì.
Perchè el suo gelato no vegniva sempre ben, certe volte iera i tochi de iazo che colava zo pel secio, e quei tochi de iazo ai muleti ghe sembrava come un mòcolo…”

“E in Cavana? Iera el castagnèr, el baracchetto de le castagne.
E quel dei mussoli? Quela volta iera la bancarella che vendeva i mussoli, sì perchè quela volta se podeva! E dopo te se netavi la man su una straza unta, che gaveva tuti i colori meno che neto…
E poi iera el baracheto de la menta: una ioza de menta, nel bicèr de acqua (che iera quel del quartìn, sempre quei iera i biceri), e via.”

“E a Roma? Bancarelle con i blocchi di ghiaccio grandi così, che venivano grattati: ce facevano la grattachecca, e ce facevano le granite con gli sciroppi Fabbri, che costavano un bianco e un nero, meno del gelato.”
“Perchè el gelato iera roba de ricchi!”

“E a Trieste? di fronte alla pescheria, iera una rivendita de stanghe de iazo, i le becàva co la clanfa, un ganzo fatto a “U”, perchè no te rivavi a ciorlo co le mani. E cussì se inganzava el toco co la clanfa, e se lo faseva sbrissar zo pel mucio. Cussì chi lo comperava lo meteva in iazèra. Le iazère funzionava cussì, iera un contenitor dove che te metevi el iazo, e po’ bon.”

“E oggi a Barcola ghe xè i campionati de tuffo a clanfa (la seconda edizione è questo sabato, n.d.r.), che i vien spiegadi anche in lingua facile a questo link!”
From our observations, the clanfa is performed by jumping from a rock or from whatever you want and viva là e pò bon and exposing your panz to the sea with arms and legs wide open and body arcuated back. A moment before the contact with the sea, you have to close yourself with the shape of horse’s zoccolo (the clanfa) and then, just after you are inside the water, you have to reopen yourself to produce a pression wave and to not go down like a pampel against the bottom. A famous triestin baskettar explain the technique on his website (Pecile, 2008). A clanfa not well performed is called panzada and the performer will abbronz his front side immediately (Fig. de merd).

Dieci lire

Domenica scorsa, al pranzo di famiglia, abbiamo fatto una scorpacciata di funghi raccolti in bosco da Luisa e Giordano, accompagnati con la polenta.
Quando siamo arrivati al dessert, sono cominciati gli aneddoti sulla Trieste di una volta.
Nel ’57-’58, Giordano aveva dieci anni.
Ecco un suo racconto di quel periodo.

“I gelati, una volta, i costava dieci lire.
El gelatier vegniva de San Giacomo col carretto, sburtandolo a man fino a sotto la riva de via Campanelle, quela che ora xè dopo la fermata del bus, e che quela volta iera de strada bianca.
El gelatier el gaveva anca la corda. Quando i muleti i vegniva per cior el gelato, i li ciamava: cussì, in cinque-sei, i ghe dava una man per tirar el carretto su per la riva con la corda. Per ogni salita, el gaveva chi che lo iutava co la corda.
El gaveva almeno trenta chili de gelato, in seci de cinque-sei chili l’uno, e una cassettina che tegniva i coni.
Prima de la riva de via Campanelle, ghe iera un spaccetto, dove che el se fermava a bever l’ottavo, e el spetava che vegni i clienti. Ai fioi ghe prometteva un cono de gelato, se i ghe tirava el carretto su per la riva. Per ciò che no i se approfitti, alla fine el contava sempre i coni che i ghe gaveva consumado. Lui restava in spaccetto, e qualchedun ghe offriva un altro ottavo.
Co i muli iera rivadi su per la riva, e el gelatier iera ancora in spaccetto, lori i podeva ciorse soli el meritato gelato, solo che de sconto i ciamava le sorelle e le amiche (tutta la corte, cinque sei mule, fa conto che Giordano el gaveva tre sorelle…), che le vegni a ciorse el gelato anca lore, ma no col cono che poi se capissi: lore le se portava de casa el bicier. E cussì, la mularia iera orgogliosa de gaver ciolto più gelato de quel che i podeva!
El gelatier el saveva o nol saveva, o iera più importante che i ghe zuchi su el carretto?

Alla fine, anni dopo, el gelatier se ga comprà la moto Guzzi, col sidecar, e i vegniva su in due, non più a pie: lui co la moto, e el fio in sidecar. E cussì per la mularia xè finida la pacchia.”

porcini Giordano e Luisa la clanfa Giordano e Franco Rita e Luisa sotto il pesco

p.s. domani continua, con la storia della “clanfa”.

La sciamatura delle api

Qualche giorno fa, tornando a casa presso il giardinetto, abbiamo visto che c’erano i pompieri e che una parte della zona con le piante rampicanti era interdetta al pubblico.
Ci siamo avvicinati; c’era anche Pasquale, l’amico di Dado.
Stavamo per assistere ad un evento speciale: la sciamatura delle api!

Ogni primavera, negli alveari, nascono delle nuove api regine. Le regine vivono diversi anni, ma solo una può restare nell’alveare. Le nuove nate vengono scacciate, talvolta anche uccise, e alla fine del confronto solo una risulta essere la più forte. Le regine che vengono mandate via possono provocare la “sciamatura delle api”: portano con sè alcune api aventi vari ruoli, e promuovono la formazione di un nuovo gruppo e di un nuovo alveare in una posizione che è tutta da cercare.

verdearancionero giallorossoverdemulti gerberosa fingers
dimorphoteca bianca carlini rossi carlini rosa blurosa

Il giardinetto sotto casa nostra era sembrato un buon posto per un nuovo gruppo di api, che si era appostato e raccolto a forma di grappolo su una delle piante di rose.
Pasquale, che le aveva avvistate, ha chiamato i pompieri. Con loro è venuto un apicoltore di Santa Croce, Luciano, che con una scatola a forma di arnia semplificata, ha fatto cadere il grappolo all’interno della nuova “casa”: in questo modo la regina è stata catturata.
Luciano è rimasto per ore sul posto, in attesa del tramonto, perchè le api che ronzavano attorno all’arnia (dapprima come una grossa nube, e poi verso il tramonto sempre più disposte a rientrare a riposo) andavano raccolte tutte o quasi. Anche se nel grappolo non aveva visto la regina, era sicuro di averla catturata, poichè è la presenza della regina (che attira le api con i feromoni) a causare il loro comportamento ordinato attorno al gruppo, ovvero a farle “sciamare”, altrimenti si sarebbero disperse e se ne sarebbero andate ognuna per conto proprio.
Noi abbiamo aspettato con lui il calar della sera, affascinati dal fenomeno e dalle sue spiegazioni.
Per Luciano questa sciamatura era la prima dell’anno.
Nonostante gli anni di esperienza, e le conoscenze millenarie sull’argomento, ancora non si è chiarito come mai le api producano miele tanto in eccesso rispetto al loro fabbisogno di sussistenza.

Per una avvincente lettura sull’argomento: La scomparsa delle api, di Sylvie Coyaud.

Una serata tra amici

Sabato scorso c’è stata la festa di inaugurazione della nuova casa Carluca (festa che, il giorno dopo, era ancora in corso). Un evento speciale per festeggiare l’esito di innumerevoli sacchi di malta, fiumi di sudore, e il ritorno di acqua, luce e gas.
I padroni di casa ci hanno stupito con un’accoglienza del tutto personalizzata: grafiche ufficiali per l’invito, spazio drinks e spazio cibo, pane alle olive fatto in casa, involtini prosciutto e formaggio, bruschette, torta salata, riso freddo, macedonia, gelati e panna… E questo era solo l’inizio.
Infatti ci siamo ritrovati in uno splendido salotto di discussione come non se ne vedevano da tempo. A notte fonda non volevamo più andar via.

party graphics

Abbiamo fatto il giro delle storie strane: ognuno ne aveva da raccontare.

Ha cominciato Alessandra, l’amica rugbista. Quella che, se si dividessero le donne come nei libri di fantascienza tra le timide, le intriganti e le guerriere, sarebbe la “super-donna capace di battere un uomo sul suo stesso campo, quello della forza bruta.” (citando un’intervista della scrittrice Lipperini allo scrittore Evangelisti). Contemporaneamente a questo, ovviamente Alessandra è molto di più. E’ una ricercatrice che abita da sola in una casa enorme, sui cui si è aperto un acceso dibattito: è quella la casa dei sogni in cui rimanere ad libitum, o un posto da sostituire al più presto spedendo le chiavi con raccomandata e ricevuta di ritorno?

Poco dopo è venuta la storia di Tullia, una vicenda su cui lei potrebbe scrivere un romanzo. Da storica professionista, ha trovato l’antico diario di una figlia di ricca famiglia, divisa tra un matrimonio combinato ed un misterioso altro uomo; una fanciulla triestina che a Vienna si annoiava, a Odessa trovava un mondo affascinante, e alla fine il colera se la portava via. Ci siamo sentiti tutti come Tullia, che ha nel cassetto l’idea di andare ad Odessa per cercare negli archivi e raccogliere altri indizi. La serata aveva preso il tono delle “storie investigative”.

Poi sono arrivati gli aneddoti da sportello universitario, gentilmente offerti dalle amiche di Luca che avrebbero materiale per riempire un intero blog. Cose come: il 70% degli studenti, oggi, si presenta all’immatricolazione accompagnato dai genitori. E talvolta anche alla domanda di laurea. Studenti che davanti allo spazio per il titolo della tesi chiedono: “e qui cosa devo scrivere?”. Genitori che chiamano per scoprire se i figli hanno sostenuto davvero gli esami, con la paura di aver sentito bufale per anni. E così via.

E poi ancora storie di sogni. Come i sogni lucidi, quelli in cui prendi tu il controllo e succede quello che vuoi (“vedo una grande montagna e decido, mentre si svolge il sogno, di andare in cima direttamente in volo”). Storie di coach ed allenatori (“per ogni giocatore, devi dare un contributo diverso”, ci spiega Dado). Storie di paure e fobie, quelle che “se le conosci le eviti”, oppure ci scrivi un libro pulp basato sulle tue fervide e paurose fantasie.

Non ci resta che dire: a presto Carluca, alla prossima attesissima puntata!

Consigli di lettura

L’anno scorso, per Natale, Bibi mi voleva regalare l’ultimo libro di Lilli Gruber: Streghe.
Non ha fatto in tempo: l’ho ricevuto in regalo dal papi.
Quest’anno, per il compleanno, Bibi mi stava per regalare l’ultimo libro di Paolo Rumiz: Seconda classe.
Non ha fatto in tempo, anche se ieri era lì e lì per prenderlo: oggi l’ho ricevuto in regalo dal papi.
C’è una strana convergenza nella mia lunga coda di lettura, che vede loro due tendere a dei punti vicinissimi?

blackground carlini viola dimorphoteca bianca dimorpha nel prato
gerbera in fioritura gerbera solare margheritella ortensiaworld
rosarancio screziata petali controluce very dark

Libertà pomeridiane – parte 2

Lo scorso venerdì pomeriggio, l’evento che avevo scoperto “al salto” leggendo il giornale, si è subito rivelato interessante. La conferenza “Libertà d’informazione, giustizia e diritti dei cittadini” era coordinata dal Presidente della Stampa FVG, e tra gli intervenuti c’era il direttore de Il Piccolo. Un evento che è stato chiuso ricordando la differenza tra i talk-show, in cui si scambiano semplicemente opinioni, e i dibattiti (come quello appena avvenuto), da cui si impara qualcosa di nuovo.
Col mio solito piglio protagonista, ho fatto una domanda-intervento con citazioni. Ho parlato con i giornalisti del valore della notizia seria e fondata sulla verifica dei fatti. Non come quella volta che Ambra a Barcola ha salvato una signora che stava annegando, e poi sul giornale era stato scritto che il salvataggio era opera di un “uomo misterioso poi fuggito senza lasciare le generalità” (mentre in realtà lei era rimasta lì per ore a verbalizzare con l’ambulanza).

Poco dopo ho fatto amicizia con Claudio Ernè un giornalista di esperienza de Il Piccolo, che mi ha detto di ricordarsi dell’episodio del salvataggio a Barcola. Me ne ha anche fornita una spiegazione: in quei casi accade che la Polizia non riveli nulla sulle persone coinvolte, e così il giornalista non riesce a sapere i fatti.
Poi mi ha chiesto se secondo me i suoi articoli sono chiari: gli ho promesso che li controllerò, e che gli manderò un mio parere dettagliato.
Prima di salutarlo, con approccio diaristico, mi sono fatta una foto con lui.
Con approccio altrettanto diaristico, un attimo dopo, ha scattato pure lui una foto a me.
Ti credo che poco prima ci eravamo subito intesi, quando parlavamo della raccolta di informazioni dalle fonti originali, e del metodo di lavoro investigativo!

Circolo della stampa

Pupkin Kabarett

Lunedì scorso sono andata al “teatro sotto casa”, il Teatro Miela, a vedere il cabaret del Pupkin.
Alla biglietteria c’era un questionario su preferenze e gradimento. L’ho compilato subito, ancora in piedi nella fila; alla domanda: “Come hai conosciuto il Pupkin: amici/pubblicità/altro…” ho dovuto rispondere: “non me lo ricordo più: sono talmente tanti anni che ci vengo…”.
In questa serata c’era il grande rientro di Massimo Sangermano, un classico che ha fatto impazzire il pubblico come sempre. E’ arrivato sul palco con un carretto pieno di vecchie edizioni de IL PICCOLO, buone per le sue citazioni di comiche assurdità. Il carretto era in effetti straripante, e gliel’avevano anche detto che il palcoscenico era in discesa, ma lui andava avanti con le citazioni folli dal quotidiano… finchè ad un certo punto il carretto non si è allontanato… fino a imbarcarsi giù per le scale sotto il palco…! Gli altri cabarettisti si trattenevano dalle risate… sono anche andati a fare le foto al mini pasticcio!
Che serata.

Niente Band Pupkin Kabarett i giornali di Sangermano

Cosa ci lascia il 2008

Oggi sono andata a trovare Franci, prima della sua partenza per la festa di capodanno a Verona. Mentre lei preparava la valigia, la gatta Gigia si piazzava nell’occhio di bue del raggio di sole che entrava dalla finestra rotonda.
Abbiamo contato le tessere della tombola: i numeri c’erano, tutti.
Mentre posizionavamo le tessere sul tabellone, le ho chiesto: raccontami una cosa che ti è piaciuta del 2008.
Allora Franci ha cominciato così: “Il mio lavoro come tirocinante in ospedale mi dà delle soddisfazioni: mi permette di aiutare le persone. Ti ricordi di quel paziente che, a causa delle lesioni al cervello, non poteva più parlare? E’ migliorato molto, può ricominciare a condurre una vita normale. Ora parla di nuovo, a meno di alcune imprecisioni, grazie agli esercizi di riabilitazione. Le aree del cervello circostanti erano in condizioni abbastanza buone da poter portare ad una compensazione.
Per analizzare questi casi, somministro test neuropsicologici; quando ascolto gli errori e i risultati positivi compiuti dal paziente durante il test, posso fare un’analisi linguistica che è più precisa della immagine delle zone del cervello coinvolte. Sono meglio di una TAC”

Cilla e Palla

Sogni…

L’altra notte ho sognato che cercavo parcheggio.
Cerca, cerca, cerca… ma non trovo parcheggio.
I posti sono troppo piccoli, oppure occupati, oppure col divieto.
Cerco, cerco, cerco… sono in una zona residenziale, e non c’è un posto libero.
Cerco, cerco, cerco… e trovo finalmente uno spazietto!
Scendo, lego la bici alla ringhiera, e mi domando: “Ma se son venuta con la bici, perchè ho cercato parcheggio?”…

cielo aperto

Le mini avventure del mini ombrello

L’altra mattina sono uscita di casa che minacciava pioggia.
Mentre Dado riportava rapidamente dentro casa il bucato steso fuori, io ho preso all’ultimo il suo ombrellino azzurro.
Un ombrellino un po’ strano, devo dire, perchè si chiude ripiegandosi all’insù. Magari c’è una logica in questo: il lembo che si chiude trattiene le gocce d’acqua all’interno, per cui non sgocciola se sei appena entrato a casa di amici. Però ha anche il manico telescopico che si allunga quando vuole lui, basta lasciarlo sotto il peso proprio e, invece di star compatto, cresce…

onde del tramonto nonsolosegni

Bon, fatto sta che quel giorno per fortuna ci sono state poche gocce, e a fine giornata ho preso l’autobus per tornare a casa in tutta tranquillità. O almeno, così credevo…
Poco dopo, davanti al mio autobus (la 23, ndr), ne ho visto un altro che sarebbe stato proprio comodo acchiappare (cioè la 8): mi avrebbe permesso di arrivare proprio sotto casa, ma era difficile saltarci su senza rischio di perderlo, all’unica fermata comune… Comunque mi scappa di dire a voce alta (e il conducente mi sente, dato che ero seduta là vicino): “chissà se riesco a prendere la 8 che sta davanti?”. Fatto sta che il conducente decide di aiutarmi: dà un colpo di clacson per farsi sentire dall’autista della 8, mi lascia scendere dalla porta davanti (anche se non si dovrebbe), e così autorizzata salto giù dalla 23 e riesco a balzare sulla 8 che stava davanti giusto in tempo.
Riprendo posto nella mia posizione preferita, quella davanti con massima visuale, e il nuovo conducente si vanta: “Bello prendere l’autobus così al salto, eh?” Insomma lo ringrazio per la cortesia con cui ha accordato l’intesa per farmi salire, e nel frattempo comincio ad avere la sensazione di avere dimenticato qualcosa…

L’ombrellino di Dado!!!
Ho dimenticato l’ombrellino di Dado nell’autobus precedente!!!
Ormai i percorsi dei due autobus si erano già divisi… L’unica successiva fermata comune era venti minuti dopo, in stazione, all’ultima fermata della 23… Potevo scendere in stazione per tentare di recuperarlo, però mi sarei ritrovata nella stessa condizione che avevo prima di fare il cambio di bus… Non dico tanto per il vantaggio perso sul tratto aggiuntivo che avrei potuto fare con la 8, ma per l’idea che si sarebbe fatto l’autista nel vedermi scendere lì, dopo che si era impegnato per “salvarmi”…

Bon, mi decido. E’ l’ombrellino di Dado, se riesco a raccontargli che l’ho recuperato, mi sarò fatta onore. Quando arrivo in stazione, scendo dall’autobus mimetizzandomi tra la folla che scende… Vado subito al capolinea della 23, dove c’è ancora un autobus che sta fermo: forse l’ombrellino è ancora lì…
E invece no! La 23 non c’era più, quello che avevo visto in lontananza era un altro autobus, per cui l’ombrellino sembrava destinato a finire in qualche mucchio di oggetti smarriti, sigh!!…
All’arrivo a casa, non mi resta che confessare al Dado l’accaduto. Dado mi consola dicendo che in fondo gli era costato solo quattro euro… insomma, pazienza, la storia sembra essere finita…

E invece no.
Il giorno dopo, a metà mattina, mi arriva una strana telefonata.
“Pronto? Ciao, sono Marco”
(Marco chi?, mi domando? Non riconosco la voce)
“Ho il tuo ombrello!”
(Il mio ombrello, cioè l’ombrello di Dado, uao! Che bello! Come sarà successo?)
“Ieri sull’autobus una signora ha anche cercato di seguirti per portartelo!”
(Portarmelo? Seguirmi nel salto da un bus all’altro?)
“Le ho detto: tranquilla, tranquilla, glielo porto io domani in ufficio… Ora sono al piano terra, al servizio assistenza HP, quando vuoi te lo porto…”
Che bello, un collega che era sullo stesso bus mi ha riconosciuta mentre saltavo giù, ha visto la scena e ha chiuso il cerchio!

il cielo intrappolato diamanti nel mare

Sono andata poco dopo a trovarlo (peraltro in un magazzino abbastanza infrattato, con porta allarmata e codice di sicurezza, dove solo chi mette mano all’attrezzatura dei PC può entrare…) e quando ho bussato a quella mega porta buia, lui ha capito che ero io, e mi ha aperto subito con l’ombrellino già in mano…
Sono riuscita solo ad offrirgli un bonus caffè. Per la prossima volta, dato che non ha potuto approfittarne subito. Comunque, fatta!!
Alla fine Dado era così contento che quell’ombrellino me l’ha regalato…

(Ho fatto un affare?)