Trieste Film Festival: i vincitori e il pubblico

Questo articolo, come il precedente sullo stesso argomento, è stato pubblicato su Bora.la

l'accredito

Il Trieste Film Festival è finito, e sono stati annunciati i vincitori.
Innanzitutto, a bilancio della rassegna, ho visto che il pubblico si è sempre fatto vedere ampiamente nelle sezioni serali, pur in assenza della sede centrale del cinema Excelsior, oggi chiuso, e del quale si sente la mancanza. Nel pomeriggio ho notato un’affluenza minore, e questo non rendeva giusto merito alle pur ottime proiezioni presentate in quell’orario. La mia sensazione è che le poche “pigne” e i buoni lavori siano stati distribuiti abbastanza equamente nell’arco della giornata, ad esempio il premiato STURM è stato proiettato alle 18.
Non sono mancate le tipiche “facce da festival”, quelle da maratoneta che presenzia a tutta la rassegna, preferibilmente nelle prime file, e ancora meglio se sempre sulla stessa sedia.

A posteriori della premiazione, mi ritrovo a concordare con i risultati della sezione “premi del pubblico”.
Nella sezione documentari ha vinto DIE FRAU MIT DEN 5 ELEFANTEN – LA DONNA CON I CINQUE ELEFANTI, di Vadim Jendreyko, e il responso del pubblico ha coinciso con quello della giuria.
Nella sezione cortometraggi troviamo il video di animazione intitolato BOB, già descritto nell’articolo precedente; un corto che non si può negare abbia strappato diverse risate al pubblico oltre che un buon applauso in chiusura.
Il premio del pubblico nella sezione lungometraggi è andato a STURM (TEMPESTA), prodotto da Germania – Danimarca – Paesi Bassi, e proiettato al Miela mercoledì pomeriggio. Confermo infatti che questo è stato anche il mio preferito personale in assoluto.

STURM è la storia inventata di un processo all’Aia per crimini di guerra in Serbia, un’opera realizzata con un discreto livello di realismo. Infatti viene dato spazio ai retroscena professionali e personali dei personaggi mentre portano avanti le attività processuali. Si racconta di testimoni in bilico tra il rischio di ritorsione e gli ingranaggi della legge internazionale, di operatori giudiziari più o meno vicini alla politica e di complicati equilibri di compromesso negoziale. In particolare ho apprezzato il filo rosso che legava le sorti delle protagoniste femminili. Di queste, si sono messi in evidenza i pochi appigli presenti al di fuori della condizione di subalternità, le oscillazioni e i dubbi personali, ma anche la loro determinazione ad uscire a testa alta da un sistema che non è il loro.

Per quanto riguarda le altre sezioni del concorso, faccio un cenno a KYNODONTAS (CANINO), di Yorgos Lanthimos – cinema greco, menzione speciale della giuria per i lungometraggi.
Si tratta della tipica costruzione di un micromondo artificiale, che ovviamente ha molto da rivelare sul nostro mondo reale.
La storia è centrata sulle strane abitudini di una famiglia che vive segregata in una villa sin dalle sue origini: i tre figli, in particolare, non hanno mai superato la soglia del cancello, e perciò l’ambiente ha le inquietanti sfumature dell’idillio che nasconde un campo di concentramento. Infatti si tratta di un “concentramento” applicato sulla mente, mediante l’insegnamento e l’educazione. Il risultato che i figli non escano mai dal perimetro è stato ottenuto semplicemente perchè i genitori li hanno istruiti così fin dalla nascita. Emerge dunque l’apparentamento tra l’approccio educativo e le tecniche di addestramento adottate per i cani (da cui il titolo, che fa riferimento alla passione del padre per i cani da guardia addestrati).
Ne emerge una parodia del termine ‘capofamiglia’: il padre è l’unico che esce per andare al lavoro e tornare a casa liberamente. Inoltre è necessario un contributo collaborazionista: la madre non esce mai, ma avvisa il marito telefonandogli in fabbrica, se qualcosa di difficilmente spiegabile si è verificato, in modo che al suo rientro vengano create nuove fandonie che permettano di continuare a reggere il palco. Spettacolare è ad esempio la scena in cui il figlio maggiore non osa superare la soglia del cancello pur aperto, e posiziona accuratamente il piede in un punto adiacente al confine concesso, mentre il padre varca il limite e poi rientra, semplicemente per riprendergli un areoplanino giocattolo caduto fuori.
Il regista non si risparmia il gioco della riproposizione di alcune scene di sesso in chiave assurda, perchè condizionate anch’esse dalla logica imperante. Ne è un esempio il rapporto tra le due sorelle minori adolescenti, una continua alternanza punizione/premio, del tipo: “Se mi regali quel ferma capelli ti lecco. Dove vuoi tu. Per esempio sulla spalla”.
Per il resto, lascio all’immaginazione del lettore il crescendo delle dinamiche di gruppo portate sempre più al limite del sostenibile.

Sei triestino? Leggi questo

I giorni scorsi, a cavallo del Capodanno, ho finito di leggere Cime irredente.
E’ la storia del Circolo Alpinistico triestino, dei suoi personaggi, della città, a cavallo di due guerre ed oltre.
E’ la storia di una citazione in giudizio.
E’, sullo sfondo, la storia dei diversi momenti culturali e politici di un sito di confine, un sito che talvolta è stato avanguardia ed estremo rappresentante della storia nazionale. Questa storia, in teoria, la conoscevamo già, ma a vederla rappresentata in dettaglio così vicino a noi, non può lasciare indifferenti. Le scuole, i cognomi che tutti sappiamo.
Fondamentale.

Ed è, inoltre, un lavoro che porta dentro di sè lo stile tutto particolare di un ricercatore scientifico: Livio Sirovich.
Che, mentre cerca informazioni negli archivi, in una delle sue metafore che io ho preferito su tutte (e che quasi mi spiace qui svelare), si fa prendere dalla “nevrosi del trapano”, e scava, scava, scava…

Qualche citazione che renda la temperatura del lavoro.
Pagina 168: “Come sempre accade, lo scoppio della guerra appiattisce la ricchezza dei diversi sentimenti individuali nella società multilinguistica e multiculturale di Trieste”.
Pagina 231 e 233: “Pare evidente che (…) non si intuisse la piega che stava prendendo l’intolleranza italiana”; “Per i nazionalisti di sangue misto, la nascita del frutto razzista dalla pianta della mistica nazionale è lacerante; eppure, non tutti aprono gli occhi”.

Molto attento, infatti, è il lavoro che l’autore fa nell’interrogarsi sul grado di consapevolezza dei personaggi storici, biografie o loro diari o lettere alla mano.
Notevoli, inoltre, sono le interviste inedite, che Sirovich riesce a realizzare con i personaggi ancora viventi, che pure accolgono le sue rivelatrici domande con urbana cortesia.

Quando ho smesso di leggere questo libro, mi sono sentita per giorni legata a quell’approccio investigativo; mi sembrava di parlare ancora mentalmente con la voce dell’autore, anche se era un dialogo fra me e me. Non potevo staccarmi da quella curiosità appassionata…
Devo andarlo a trovare.

Cime Irredente

Il percorso Vertikala e i sentieri sotto la Napoleonica

Che bel!
Come primo post dell’anno, possiamo registrare una splendida giornata di sole.
Oggi abbiamo esplorato i boschi delle colline sotto l’altopiano, e siamo andati a caccia di sentieri nuovi. Riferimento, come sempre: la cartina Tabacco n. 47.

Il primo tratto che abbiamo percorso è stato il sentiero Vertikala.
In teoria questo sentiero inizia nella parte più alta di Scala Santa, subito sotto il ponte per la ferrovia. In pratica abbiamo verificato che quel tratto è mezzo abbandonato, per cui conviene entrare nel bosco più in giù, dove comincia il gruppo più folto di case. Si entra di fronte all’uscita del sentiero Piscianzi-Scala Santa (a destra per chi scende), e si procede giù per la collina in direzione dell’antenna di Gretta.

Il punto più basso del sentiero Vertikala attraversa il rio Martesino. Nell’avvicinarci al rumore dell’acqua che sembrava piuttosto forte, abbiamo temuto di incontrare delle difficoltà ad attraversare il guado. Invece l’attraversamento è comodamente garantito da un ponte, si prosegue dunque dall’altro lato in un bosco curato.

In meno di un’oretta si sbuca in via Bonomea, e per noi in quel momento era arrivata l’ora di pranzo.
Abbiamo però ceduto alla tentazione: continuiamo la passeggiata, un altro sentiero ci attende!

Solitario Viandante Palla nel bosco Palla nel bosco l'identificativo della rotta
l'ingresso al sentiero della Strada Stefania da Gretta muschio alla base guado sul rio Bovedo sentiero identificato in bianco e blu

Era da un po’ che volevo percorrere la Strada Stefania nella direzione da Gretta a Prosecco. In passato ci avevo provato solo dal lato opposto, perdendola a metà.
Con questa idea in mente, ripartiamo per un’altra ora di strada.

Attraversiamo via Bonomea, saliamo di pochi metri fino alla fontana, e ci inoltriamo tra le case in via Terstenico.
Il sentiero riparte da lì nel bosco, con grande vista sul mare a sinistra. Si scende un po’, e si superano due guadi senza difficoltà.

Il secondo guado è quello del rio Bovedo, ed è lì che la nostra esplorazione incontra un nodo.
Dal guado del rio Bovedo infatti si apre la scelta tra almeno tre diramazioni del percorso. Noi abbiamo deciso di rimanere sullo stesso livello di quota, e così facendo ci siamo inoltrati presso la conca di Cjevoline, e abbiamo visto apparire la strada Napoleonica guardando da sotto in sù. Senonché, tra noi e la Napoleonica stava un ampio solco nella collina che ci manteneva separati da essa. A quel punto, abbiamo capito che la Strada Stefania era persa.
Per continuare sulla Strada Stefania (che dopo il guado in qualche modo risale, attraversa la ferrovia e si posiziona sul costone della Napoleonica, agganciadosi immediatamente sotto ad essa) avremmo probabilmente dovuto fare una scelta diversa al guado. Poco male, ci riproveremo la prossima volta.

Il nostro giro si è concluso dunque più in basso, sbucando in via Ulderico Moro. Il curvone di strada del Friuli era a portata di mano. Siamo ritornati a casa in bus, per un pranzetto tardivo e affamato.

un tronco piuttosto ingallato il sole che bacia il golfo davidaola love uno scorcio da sopra il Faro
le quercie dalle foglie dorate dolci piantine del sottobosco riflessi sullo stagno nel bosco lo stagno a metà strada
il bosco sopra Strada del Friuli Miramare visto dal bosco luci sparse sull'acqua le Alpi dietro il castello

Weekend con la neve

Sabato e domenica li ho passati vicino alle fonti di calore: scaldino, caminetto, calorifero. Per cena e per pranzo sono andata da ma e pa (dove ho assaggiato un tentativo di dolce cotto nella macchina del pane).
Quando è uscito il sole, siamo andati a fare una passeggiata con Dorfi. La neve, e forse anche il sale della strada nei polpastrelli, dopo un po’ le facevano tremare le zampette.
Il sentiero di collegamento tra Piscianzi e Scala Santa era percorribile, anche con la neve. Già altre volte il bosco mi aveva dato la sensazione di essere un posto caldo. Questa volta, con la luce del tramonto, l’effetto era ancora più evidente.
E se quella era la giornata più corta dell’anno, vuol dire che siamo a posto, pronti per la risalita.

contadinelle del presepe il presepe a casa mamma l'abete del giardino di casa erba fresca con la neve
colori caldi oltre i vigneti il sentiero con la neve sotto la tettoia d'inverno zampette di cane
la neve sui pastini dorfi nel bosco tramonto sul mare papi e pa

Erano anni che non succedeva

Oggi, sabato mattina, abbiamo approfittato per dormire un po’ di più.
Ma, nel silenzio, era comparso un rumore insolito: sgrat, sgrat, sgrat….
“Sembra qualcuno che spala la neve dalla strada”, pensiamo entrambi, come se fosse una strana fantasia.
Mi alzo, apro la finestra, e invece… “E’ proprio così!”, dico a Dado, “C’è la neve, e ha ricoperto tutto!”
E mentre son qua che scrivo, Dado ha preso un po’ di neve dal davanzale, e me l’ha sfregolata tutta sulla testa…

neve sulla strada troppo freddo per lavorar giardinetto innevato Dadone con sciarpa e berretto

Salvia e sommaco

Domenica scorsa sono andata in esplorazione di un nuovo sentiero, denominato “Strada Stefania”, adocchiato come sempre sulla carta Tabacco del Carso.

Si imbocca alla fine della Napoleonica, dal lato di Monte Grisa. Costeggia la Napoleonica un po’ più in basso, in posizione esposta sul costone, con grande vista mare. La conclusione dell’itinerario arriva sul Monte Radio, ma questa parte per stavolta non l’ho trovata: lascio alle prossime puntate la ricerca della seconda metà della strada.

Scopro così un “single track” poco battuto, tra rocce carsiche e tronchi di pino marittimo. Il percorso in questa stagione rende al massimo, tuffandosi in un’esplosione di sommaco e salvia selvatica. Luci e profumi colpiscono la mente fino a farti ridere, euforica…

l'arrivo del tram presso l'Obelisco l'inizio della strada stefania vista mare su grignano salvia e sommaco
il rosso dell'autunno salvia, sommaco e rocce carsiche margherite gialle con fondo mare strada stefania
strada stefania colori punteggiati incontro con Francesco piante nane e frattali

Il sentiero Piscianzi – Scala Santa

L’altro sabato, mattina nebbiosa, avevo un paio d’ore a disposizione. Giusto il tempo di esplorare un sentiero che avevo visto sulla cartina, e di cui non avevo ancora trovato l’inizio. Mi sfuggiva, come un mistero del bosco: un percorso vicino a casa, ed irraggiungibile nello stesso tempo… com’era possibile! Bisognava trovarlo!

E così ho preso il tram, portando ago e filo con me. Chissà cos’avranno pensato gli altri passeggeri, mentre vedevano che durante il tragitto mi rinforzavo i bottoni un po’ allentati del cappotto…

Scendo poco sotto l’obelisco.
Il primo tratto da percorrere è il sentiero parallelo a via degli Olmi: un’ampia discesa che porta fino a Piscianzi. Foglie gialle rosse e verdi sulla strada, piccole gocce di condensa, aperture panoramiche su colline e vigneti. Chi l’ha detto che col tempo bigio non si possono apprezzare le meraviglie dell’autunno? Il sottobosco è più profumato, gli alberi vicini scacciano il freddo e i colori vincono lo stesso.

Mi fermo a sbirciare un campo coltivato sulla sinistra, metto il naso nella rete che interrompe il muro alto. Silenzio, filari dorati di viti. Sembra che non ci sia nessuno, eppure… FLUFF FLUFF FLUFF! L’aria si sposta sopra di me. Passa uno stormo di uccelli, un lenzuolo sopra la testa, un suono che è una sorpresa. Devo venire in questi angoli nascosti, per riscoprire il rumore del volo?

l'imbocco sotto via degli omi la rugiada sul sottobosco l'ingresso al sentiero vista sulla collina d'autunno
castagne nel bosco Piscianzi Dado sotto la pergola piccola servitù

Arrivo a Piscianzi, i lavori alle tubature vanno a rilento. Chi vuoi che venga quassù con la macchina per l’asfalto?
Il sentiero che cerco inizia qua, tra le case, in via delle Robinie. Ecco l’ingresso, su un tratto privato, sembra un rito di passaggio: una galleria coi pampini d’uva mi dà il benvenuto.

Il collegamento tra Piscianzi e Scala Santa fa il giro della collina senza scendere di livello. Quanto sarà antico questo tratto? Il bosco è avvolgente e luminoso, si vede il fondo tappezzato di ghiande. Il giorno dopo non resisterò e dovrò tornarci, per mostrare la mia scoperta anche a Dado.

A fine sentiero si sbuca in Scala Santa, più o meno a metà altezza, resta solo la discesa.
Molte foglie ai lati della strada, vedo a terra delle castagne, provo a muoverle con la scarpa. Ma la scarpa mi fa SPLACH, accidenti, non erano castagne! Riparo al danno tra le foglie, vedo altre “castagne” nei dintorni, però queste sono rosa, rosse, gialle… aha, ho capito, sono prugne, ora mi stanno più simpatiche!

Il giro è quasi concluso, la discesa punta al mare. Da dietro un’auto salta fuori un gattino scatenato. Ha deciso di farmi un agguato! E’ carino col suo collare rosso, cerco di fargli una foto. Poso il ginocchio del fotografo, e lui mi salta sulla spalla… Gratta il muso sull’obiettivo, non sta fermo un momento! Sì, lo so, anche io voglio giocare. Però il pranzo mi attende. E allora ciao, ci rivediamo quando ripasso di qua!

i colori del bosco le foglie a manina il sentiero di ghiande sembrano castagne, e invece...
il gatto giocattolone il gattino scatenato ciao gatto sei sulla mia spalla la mappa dei sentieri nascosti

Lunga vita alla musa dell’arte

L’altro sabato siamo andati a vedere la mostra al Salone degli Incanti: Trieste al centro, opere di Petrus.
Era da tempo che mi catturava la coda dell’occhio, e credevo che si trattasse di fotografie. Invece no: dipinti, tratti da fotografie, della nostra città e delle altre.

Ci vuole un po’ di tempo, durante la visita alla mostra, per entrare nel suo vero significato.
All’inizio sembra solo un’operazione seriale, una raccolta di angoli facili e più o meno uguali di scorci architettonici della città. Tinte piatte, punti di vista costanti. C’è persino un dettaglio del Salone degli Incanti, in una sorta di autocelebrazione del luogo della mostra.

Sul pavimento, al centro della sala, è riportata una mappa della nostra città, con l’individuazione di tutti i luoghi che sono stati fotografati e poi dipinti.
E lì viene fuori il senso di appropriazione che può essere dato dall’operazione artistica.
Anche io, quando disegno un soggetto che ho fotografato, entro con la matita in tutti gli anfratti , fino ad impararli a memoria; ne annoto il luogo, in un diario dell’incontro. Il ritratto diventa impresso nella memoria in modo sicuro, valorizzato. Non può più essere perso.

Casa del Vento Luci e Incanti Università frammenti
Dado coi piedi sul territorio serialità mostra di Petrus a Trieste corners