Cose che di solito non si vedono – blu

Ho fatto una raccolta di foto strane.
Quelle che mi hanno permesso di fissare, in modo che non scappino più, forme fuggevoli e rare, che non è facile ritrovare e rivedere.

Mi piace cominciare con un fenomeno portato dalla Bora: l’ondulazione della linea d’orizzonte, quando il vento spazza via l’evaporazione del mare.
E poi gli occhietti delle ranocchie curiose, come palline che sbucano a coppie, sul pelo dello stagno rugoso di foglie.
I riflessi del cielo e delle nuvole sull’acqua, trasformati a forma di anelli.
Lo sprofondamento della foglia sotto il suo peso, fino a restare sepolta nel ghiaggio.
La neve che cade incolonnata sul lago, durante la pedalata in Svizzera con Chini.
Il cielo diviso a settori dalle fronde d’albero guardate verso l’alto.
Il blu della superficie del mare, con i disegni delle corde nei giorni della Barcolana.
Le bolle d’aria attorno agli occhi di Dado, quando si tuffava nella piscina di vetro.

vibrazioni all'orizzonte occhietti cielo sull'acqua l'orma del tempo
nevica sul lago tuffo negli alberi onde e anelli blu dado in acqua!!!

Gioielli di luce

Lo scorso weekend mi sono dedicata alle esplorazioni negli angoli vicini a casa.
Molti sanno che a Roiano il nome della piazza principale, piazza tra i Rivi, deriva dal fatto che una volta c’erano effettivamente dei ruscelli che circondavano il sito; questi poi sono stati interrati, ma non sono spariti del tutto.
Ricordo tra l’altro che Roiano, alla fine del 1800, era un villaggio considerato a parte rispetto al centro della città. Il suo “ingresso a Trieste” lo ha fatto, tra le varie cose, quando sono state erette le case (quasi tutte contemporanee) di via Udine e via Boccaccio, in pieno stile Liberty, nel primo decennio del 1900: ecco allora che la contiguità tra Roiano e città è stata ottenuta.
Ma torniamo ai nostri rivi.
Se si salgono le colline delle tre salite principali, la storica Scala Santa, e poi via Moreri, e vicolo delle Rose, è possibile notare nella parte più alta che i ruscelli originali, che si collocano nel solco tra una collina di risalita e l’altra, sono ancora visibili. Sulla carta Tabacco n. 47 riconosco tra questi il rio Rosani, il rio Montorsino, il rio Martesino ed altri. Alcuni sentieri entrano trasversalmente nel bosco, e collegano una salita all’altra attraversando i ruscelli in alcuni punti. E’ il caso del percorso che poi sbuca verso l’antenna di Gretta, ma non ricordo più bene da dove imboccarlo.

Decido allora, sabato scorso, di tornare a mappare questi punti.
Cominciamo con un punto facile. Rio Rosani.
Prendo Vicolo delle Rose, salgo in vespa (che pigra, buuu! ma avevo poco tempo, volevo intanto cominciare).
Il profumo e la vista del bosco, da soli, mi hanno riconciliata con i vecchi ricordi: passeggiate in salita al tempo delle medie, musica nelle orecchie e attività sportiva a Campo Cologna.
Il rio Rosani si vede quando la salita si divide verso Piscianzi, girando sopra un ponte. Il rio non è tenuto sempre sgombro dai materiali abbandonati, ma il suo volume d’acqua lo continua a portare.

Vado a caccia del dettaglio. Metto i piedi tra i sassi, e passo quasi sull’acqua.
All’improvviso, vedo che posso rubare un segreto del rivo con le foto. La luce corre su agili puntini luminosi, e segue la forma delle increspature d’onde.
Se la esposizione fotografica dura abbastanza a lungo, tutto il percorso dei brillanti di luce viene impresso sulla memoria (o fu pellicola), come la scrittura di una formula magica, condensata in un solo fotogramma.
Una poesia.

delicata ed elegante l'acqua si increspa e la luce lo mostra
luce che bacia le foglie giochi di luce sull'acqua che scende
p.s. guardatele in grande, altrimenti il pizzo o la rete non rende!

Bora all’orizzonte

La scorsa settimana ci sono state le mareggiate, i sassi della spiaggia di Barcola sono stati in gran parte scaraventati più su, sul cemento.
Prendo la macchina fotografica, e vado ai Topolini.

E’ bello sentire il vento, forte, insieme al sole. Trascina il vapore d’acqua all’orizzonte, e fa vibrare la linea retta.
Però fa lacrimare gli occhi, e non riesco più a vedere che cosa sto inquadrando…

il castello galleggiante in due in acqua guarda che colori che ha il mare vibrazioni all'orizzonte

Trentino in bicicletta – parte 2

Il secondo giorno in bici in Trentino è stato dedicato alla scalata del tratto dopo Riva del Garda, da Torbole al lago di Loppio, superando il passo san Giovanni. Il percorso della pista ciclable era stato sede, nel lontano 1891, della ferrovia denominata Mar, che collegava il lago di Garda al centro e nord Europa.

Il lago di Loppio è un posto particolare, che ha un suo fascino. Lo abbiamo sempre notato come strano, quando ci passavamo davanti nell’andare a Lagolo. Chiome d’alberi a pelo d’acqua, alghe cadenti dai tronchi… un non-lago. Finchè stavolta, parlando coi ciclisti che lo costeggiavano come me, ho capito. Quella sensazione di “anomalo” che l’ex-lago lasciava dietro di se era il frutto di un disastro ambientale: non è del tutto normale che un lago si comporti così.

garda visto da Riva Garda visto da Torbole verso Passo san Giovanni Loppio

Nella prima metà del secolo scorso, sotto il lago di Loppio era stata costruita la galleria Adige-Garda, allo scopo di convogliare nel Garda in modo controllato acque dell’Adige che altrimenti avrebbero continuato a causare esondazioni nella zona di Rovereto. Senonchè, l’opera idraulica ha danneggiato il lago di Loppio per sempre, toccandone il fondo che si supponeva di lasciare intatto, fino a provocare lo sprofondamento delle falde freatiche e la distruzione delle sorgenti. Il lago dunque si è trasformato in palude. Spesso è vuoto, però viene periodicamente invaso di nuovo dall’acqua, la vegetazione viene sommersa, e le sommità degli alberi sbucano malamente dalla superficie. Ora è diventato un sito protetto, per le numerose specie animali e vegetali ospitate e per i ritrovati archeologici. Però gli abitanti dei paesi circostanti si ricordano ancora dell’arrabbiatura col Duce dopo l’esito dei lavori…

Lago di Loppio da passo s. Giovanni

Trentino in bicicletta – parte 1

Questa settimana mi sono organizzata un giro in bici in Trentino, da domenica a mercoledì. Era tempo che volevo usare la guida Ediciclo Trentino in bicicletta. Ho scelto il percorso: il giro della valle dei laghi. Trento, Sopramonte, Cavedine, Dro, Arco, Riva, Mori, Rovereto, Trento. Cento chilometri per cinquecento metri di dislivello.

La domenica sera, dopo il viaggio in treno, ho fatto un giro per il centro di Trento. Ho provato una centrifuga di frutta con mele gionata, fragola, kiwi; buona, una ricetta che mi ricorderò.
Lunedì sono partita per la pedalata lunga un giorno. Funivia fino a Sardagna, e poi via, si comincia a guadagnare la salita. Dopo i famosi “sette tornanti”, sono a 800 metri di altitudine, e come premio si apre davanti a me un prato pieno di piccoli e vari fiori di campo.
A metà mattina sono tentata di saltare il passaggio su per la località di Lon, ma alla fine la strada mi chiama. E fa bene. Dopo Lon c’è una splendida discesa nel bosco, con vista sul lago di Santa Massenza, che comincia a far sentire la soddisfazione del ciclista.
Quando arrivo al lago di Cavedine, sono già disposta a non far smettere più le ferie.
Quando attraverso il paesaggio lunare delle marocche di Dro, ormai sono  diventata libera e indifferenziata come un masso dell’antica glaciazione. Potrei trasformarmi in qualunque cosa.
Intanto alcuni trattori puzzoni, guidati da uomini con le cuffie protettive, portano avanti la loro scorta di enormi cassette d’uva. I vigneti e i meleti della regione si stanno esprimendo al meglio.

Concludo la pedalata a fine pomeriggio, sole in faccia e grande scorta di azzurro d’acqua e cielo negli occhi, con un gelatone in piazza ad Arco. Finalmente mi sono fatta il segno dell’abbronzatura a forma di maniche del ciclista.

La centrifuga di Trento Trento in piazza Battisti di notte Covelo? Sulla discesa da Lon a Vezzano
Le marocche di Dro il lago di Toblino Ciclabile sul Sarche Ponte sul Sarca
sette tornanti fiori di campo Arco ad Arco lo stampo della catena

Vacanze minimaliste

In questi giorni liberi, alterno i passaggi ai due stagni più vicini, come se fossero nel giardino di casa; in effetti sono raggiungibili con un semplice tratto di tram.
Martedì dunque torno allo stagno di Villa Giulia, quello dove non si può arrivare in bici perchè ci sono le scale, dunque vado a piedi.

Questo è lo stagno per la lettura. Mi sdraio sui massi vicino all’acqua. Servono tre massi grossi per fare un “divano”, ovviamente ad inclinazione variabile, per cui ogni tanto devo far cambio di posizione per non restare incriccolita: sdraiata, seduta o di fianco. A turno.
Questo stagno ha un suono diverso dall’altro (quello di Banne); questo ha il vento a ondate che passa nelle foglie degli alberi; le conacchie, i grilli; le api che ronzano; le rane. E, non troppo lontano, ad un certo punto sento un tonfo, e quello che mi sembra il grugnito di un cinghiale… beh, a quel punto ho deciso di non muovermi per un po’.

lo stagno come vasca da bagno il cielo nello stagno di ninfea in ninfea guardando gli alberi sopra di me

Passano le ore, si avvicina l’ombra e un po’ di fresco. A tratti rarefatti arriva il “blub” di una bolla d’aria che esce dallo stagno, o il “plop” di una ranetta che salta sulla ninfea. Come quella rana che, passando di foglia in foglia, raggiunge l’ultima foglia a malapena sul bordo e, senza volerlo, finisce in acqua, ih ih…

Mi ri-immergo nella lettura. L’autrice racconta di essere in vasca da bagno, anche lei intenta a leggere. Alla fine decide di realizzare una sua fantasia dissacrante. Immerge il volumentto appena finito nell’acqua all’olio di menta. Completamente. Un delitto geniale…

il salto della rana ninfee gialle

Occhio al meteo!

Sabato pomeriggio, come da programma, arriviamo col nostro treno-bici a Valbruna.
La sera c’è in programma una cena con AleBibiDodo. Grande mangiata: Dado chiude dopo il dessert con un bicchierone di “latte e VOV” su cui deve impegnarsi al massimo!

Domenica mattina dovremmo metterci in cammino sulle bici, ma facciamo colazione pigramente, Dado compra dolcetti freschi e sciroppo al sambuco, e torniamo a giocare a palla con Ale nel prato; lui però sembra più attratto dalle margherite gialle da strappare, le coglierebbe tutte!!!
E così iniziamo la pedalata che è già mezzogiorno. Sappiamo di avere poche ore di autonomia, perchè la previsione dice pioggia per la seconda metà della giornata.

il verde di Valbruna Ale Dado e Dodo Dado creativo Dado e il mega latte
Ciclovia Alpe Adria la sagra di Coccau Pioggia forte alla sagra Paola con le nuvole basse

Da Valbruna si imbocca la pista ciclabile Alpe Adria presso la stazione dei treni (più comodo di così…). Scegliamo il tratto verso il confine austriaco, attratti dall’idea della sagra di Coccau.
Il percorso ciclabile è perfetto, asfaltato e nel verde, con lieve pendenza, in quanto tratto dalla ex ferrovia di cui sono rimaste anche le antiche stazioni a vista.

L’ultimo pezzo si fa più vario, salite e discese e ponti sui torrenti “tipo Pis’cianzi”, tra cui una erta che gira su a sinistra col cartello “sagra”, ma che scartiamo, perchè non ci sembra la nostra (o perchè era troppo pendente in salita, sai com’è, il retro-pensiero…). E invece qualche chilometro dopo, arrivati al confine di stato, scopriamo che era proprio lì che dovevamo girare.
Poco male. Un po’ di strada in più, un’arrampicata puntando al campanile della chiesa, un intrufolamento errato ad un festino privato (“scusi, scusi, le bandierine facevano tanto sagra…”), e finalmente scorgiamo il capannone della sagra di Coccau.
Ben fatta! Musica folk carnico-carinziano, salsicce frico e polenta, e ovviamente un buon appetito post arrampicata.

Ci mettiamo comodi sui tavoloni, quando sentiamo un gran brontolio e subito dopo… BRAMMM! Arriva lo scroscio a mega-doccia sulle falde del tendone. Piove proprio bene! La sensazione è strana, con tutto questo rumore d’acqua. Un misto di fascino e di reverenza, perchè son belle le colonne d’acqua che scendono a margine tenda, ma possiamo sempre immaginarci ancora in bici e senza un tetto per la testa nei dintorni.
Bon che avevamo messo già bici e bagagli al coperto, e che l’attesa in un posto al riparo permette una migliore digestione…

Quando ripartiamo nel pomeriggio, il sole è di nuovo caldo e fa alzare il vapore dalla strada. Facciamo tutta la tratta a ritroso fino a Valbruna dove attendiamo il treno, e possiamo dire che anche per questa volta la pioggia l’abbiamo scampata.

Gli aneddoti da stazione e da treno, però, non sono finiti: ci aggiorniamo alle prossime puntate…

Imprevisti

Stasera abbiamo dovuto lavarci i denti con la pentola d’acqua e il bicchiere.
Oggi c’è stata una perdita d’acqua dalla conduttura della nostra via, hanno visto l’acqua uscire dall’asfalto in pieno pomeriggio. Quando siamo arrivati a casa i lavori della squadra di pronto intervento erano già abbastanza avanzati, però l’accesso all’acqua era ancora bloccato e quindi non potevamo farci la pasta. Siamo direttamente andati in pizzeria.

Per la notte ci siamo fatti una scorta d’acqua alle due torrette che sono state messe a disposizione ad inizio e fine via: l’abbiamo raccolta nelle pentole e nei secchi, “come ai vecchi tempi quando si prendeva l’acqua in fontana”, ha detto Dado.

Mi sono fermata a parlare con i tecnici del pronto intervento. “Anche io faccio parte di una squadra di assistenza tecnica” ho detto loro, per familiarizzare. Avevano delle belle cartine delle condutture di tutta la zona, robuste e plastificate. “Per quando si lavora sotto la pioggia”, mi hanno spiegato, “e succede spesso”. La nostra conduttura aveva diametro 100, e una pressione d’acqua di cinque-sei bar. In certi casi la pressione è ancora di più, e l’acqua riesce a spaccare l’asfalto, e a uscire in zampilli alti anche dieci metri. Cambieranno almeno tre metri di tubo, mi hanno detto, dato che hanno trovato quattro-cinque buchi, altrimenti avrebbero tappato la falla direttamente sul posto.

Il martello pneumatico e l’escavatore sono ancora in azione. Ho visto che la benna ha un foro sul fondo del cucchiaio, per fare colare giù l’acqua che si mescola continuamente alla ghiaia del fondo strada. “Quando apriamo il manto stradale, manteniamo l’acqua in pressione per far sì che continui ad uscire, e che non entri il ghiaino nel tubo attraverso il punto di rottura: una volta la ghiaia è riuscita ad entrare nella conduttura e ha tappato tutto per un’area piuttosto grande, un pasticcio”.

Abbiamo continuato un po’ a parlare di soluzioni teniche e di organico degli operativi, e poi sono tornata su, a sentire il rumore dei lavori da dietro la finestra. Prima di andar via, però, il tecnico mi ha stretto la mano. Si capisce, quando si incontra uno che parla la stessa lingua…

lavori Acegas per la via Dado col secchio alla fontana lavarsi i denti con pentola e bicchiere

Il delta d’Europa

Una delle puntate più avvincenti del viaggio in Olanda, secondo i miei gusti, è stata la visita alla diga sull’Oosterscehlde e al parco scientifico dei Delta Works (Deltawerk, in olandese), presso Middelburg.
L’Oosterschelde è l’estuario del fiume Schelde che, insieme al delta del Reno e della Mosa sempre in Olanda, è stato nei secoli sito di ripetute inondazioni.
E’ incredibile vederlo rappresentato nelle mappe per gli studenti olandesi, ma l’Olanda è un territorio completamente costituito da delta, nient’altro che delta. Un terriorio omogeneo e del tutto dedicato alla sua complessa gestione. L’Olanda si becca tutti gli “scarichi” dei fiumi navigabili provenienti dagli altri paesi, e che all’arrivo realizzano un complesso abbraccio col mare. L’Olanda è il delta dei più grossi fiumi d’Europa, ed una delle più grandi aree di delta del mondo.

A questo punto, già che c’erano, gli Olandesi si sono specializzati in gestione di delta di fiumi. La loro opera è stata costantemente concentrata sulla creazione delle difese dalle eccessive variazioni del livello dell’acqua. Variazioni che possono presentarsi in diverse direzioni. Troppa acqua dolce non va bene, rischio alluvione. Troppo poca acqua dolce non va bene, lascia i campi a secco. Ma la peggiore delle situazioni è l’acqua del mare che rientra nel delta: la salinizzazione dei campi è la più negativa delle condizioni, da evitare in tutti i modi, e le tempeste marine sono le più pericolose.

Ecco allora che le opere idriche (mulini che pompano via acqua, dighe e barriere, bonifiche e deformazioni dei canali) sono state presenti sempre nella storia del territorio olandese. Senza raggiungere mai uno stop. Per esempio, ben il 20% del territorio olandese è risultato di bonifica, strappato ai fondali, e abbiamo visitato siti che verranno bonificati in futuro.
Una delle cose che mi ha colpito di più, è che le più grandi dighe olandesi sono state erette molto di recente, in pratica negli ultimi decenni. E non solo. Il progetto contnua fino al 2015; anzi, dato che c’è la crisi economica, le prossime opere pubbliche di avanzamento delle dighe sono state accelerate, come misura orientata ad aumentare il livello di occupazione, dato che i progetti erano già stati definiti e valutati all’interno di un sistema integrato.

mare gelido Davidaola imbacuccati jazz house a Middelburg seratina jazz

Il territorio olandese è uno dei più modificati al mondo, la natura che c’è non ha niente di originale. Tanto per darvi un’idea, gli alberi dei viali e dei giardini hanno spesso i rami imbrigliati nelle forme più varie: triangoli, quadri o palette, come noi facciamo con i vigneti dalle viti intelaiate, o le colture intensive di alberi da frutta. Per loro la natura artificializzata è normale, la siepe del giardino ha la forma della merlatura di un castello.
L’azione della natura ora è talmente annodata con l’azione dell’uomo che queste due azioni non si possono più separare e non si fermano mai. Anche a fermarsi, ormai, si creano indesiderate conseguenze, quindi tanto vale continuare a studiare, e a cambiare insieme alla natura. Invertiamo il paradigma: non è la stabilità che si cerca, lì non è possibile; è il cambiamento “insieme”, uomo e natura, coordinato. Una lezione interessante: in fondo, ogni periodo stabile è tale solo in base al nostro punto di osservazione, e solo per un periodo finito. Quindi tanto vale assumere cambiamento e interazione come l’elemento presente costantemente…

La diga apribile più grande delmondo (dettaglio) L'eolico sull'Oosterschelde

Gli olandesi sono molto esperti di tematiche ambientali, anche di preservazione dell’ambiente. Sono i primi a preoccuparsi dell’innalzamento del livello del mare per colpa del riscaldamento globale, hanno già calcolato la modifica dei coefficienti di sicurezza sulle dighe a causa di questo, e i nuovi aggiustamenti che si dovranno sobbarcare…
In fondo, è stata la natura a trasformare gli olandesi, a farli diventare così. Diventare ingegneri civili era l’unico modo per sopravvivere, per loro. Ad ogni grande inondazione, come l’ultima, drammatica, del 1953, ripartiva lo slancio e la sfida per migliorare il grado di protezione delle vite umane e delle loro proprietà.

La diga dell’Osterschelde (Oosterscheldedam) è una diga apribile, anzi, una diga aperta. Sì,le sue valvole vengono tenute sempre aperte, bocche di quarantacinque metri ciascuna. E viene chiusa solo nelle condizioni limite, abbassando completamente le porte sulle bocche nel tempo di poche ore. Capita un paio di volte all’anno. Una delle più grandi opere civili al mondo, una delle sette meraviglie del mondo moderno secondo l’American Society of Civil Engineering.

Doppia sorpresa

Ieri sera, per chiudere la sfacchinata della settimana in bellezza, siamo tornati al cinema per il festival Nodo-Doc, e abbiamo fatto l’una di notte con Carluca, davanti ai documentari Maso e Miso e L’uomo con la telecamera.
E’ stato sorprendente vedere come nel famoso film muto del 1929, realizzato in un momento di prosperità, l’immagine femminile fosse più emancipata e gioiosa di quella che emergeva dall’altro documentario, del 1975, dedicato all’ultimo giorno dell’ “anno della donna” in Francia. Per chi volesse approfondire il tema, segnalo un documentario sull’immagine femminile ai giorni nostri a questo link.

Durante la serata, per la prima volta non sono stata io ad appisolarmi sul divano dei nostri amici, ma sono stati loro a ronfare sui divanetti del cinema, guidati dalla musica dal vivo che accompagnava il film muto.
Quando siamo usciti dal cinema Ariston, l’aria tiepida della mezza stagione e il rumore d’acqua della fontana suggerivano l’atmosfera giusta per una piccola chiacchierata notturna tra amici.
Non sapevo che mi aspettavano delle belle sorprese.

L'uomo con la telcamera Seconda classe bis Carluca che sfodera il secondo pacco regalo il regalo di Carluca n.2

Carla e Luca avevano portato un libro in regalo per il mio compleanno.
“Ci siamo domandati se lo avevi già”, mi hanno detto mentre lo scartavo. Quando l’ho aperto mi è venuto da ridere: era la terza volta che qualcuno me lo voleva regalare! Seconda classe di Paolo Rumiz. Le altre due volte sono documentate qua.
Questo non ha scoraggiato per nulla i nostri amici. “Ci eravamo attrezzati per questa evenienza”, mi hanno detto. “E come alternativa abbiamo portato un secondo regalo…”
Grazie a un gioco di prestigio, hanno tirato fuori, impacchettato come l’altro, un ulteriore libro: Il gioco dell’elefante di Saramago.
Ora ditemi: avete mai visto qualcuno più attrezzato di loro due?