Il terzo saggio americano: vademecum per l’analisi

Era da un po’ che mi trastullavo con l’idea di leggere l’ultimo saggio di Nate Silver, e Dado nella sua recente trasferta di lavoro è andato a prendermi il suo libro direttamente negli USA: “The signal and the noise – perchè molte previsioni falliscono, ma alcune non lo fanno“.
Anche questo, come i due saggi precedenti, tratta temi attuali, ed in particolare la capacità di utilizzare modelli di analisi e previsione che siano adatti a scelte economiche e politiche, sia da parte di organizzazioni che per l’individuo. Ovviamente nel contesto USA l’individuo è pieno di iniziativa e propensione al rischio, per cui l’autore cerca di ricordare come prima di puntare tutto su una certa scommessa sportiva o su una mano di poker, è meglio fare un due conti per non esagerare.

Ed ecco quindi che Nate Silver cerca di smussare un po’ gli eccessi dei suoi connazionali portandoli un po’ con i piedi per terra davanti all’evidenza dei fatti.
Ad esempio: se vuoi giocare in borsa, le tue probabilità di riuscire a fare meglio del resto del mercato sono in realtà molto basse. Probabilmente sarai solo l’ennesimo pesce piccolo che ha la funzione di ingrassare le grosse compagnie che la sanno lunga!
Oppure. Se cerchi il segnale di un terrorista tra gli infiniti suoni della rete, renditi conto che l’enorme quantità di intercettazioni che stai raccogliendo è fatta prevalentemente di rumore: nell’era di “Big Data”, degli enormi e accessibili archivi digitali, un dato diventa informazione e conoscenza solo dopo che è stato inserito in un contesto.

Una delle prime caratteristiche gustose di questo autore, come si può vedere dagli esempi apppena citati, è che non si tira indietro rispetto ai contesti più volatili e complessi del mondo di oggi.
E se lo può permettere.
Nate Silver nelle ultime elezioni americane è riuscito a prevedere l’esito della consultazione per la presidenza in tutti gli stati della federazione. Questo ha reso parecchio famoso il suo blog.
Quindi, se riesce a fare meglio dei suoi concorrenti, anche quel poco meglio che basta ad arrivare un attimo prima, vuol dire che una visione d’insieme sui modelli predittivi sociali se l’è fatta.

E infatti, la vera parte interessante del suo lavoro è che dopo l’abbuffata di temi alla moda (prevedere dove colpirà un tifone? Come si diffonderà la influenza aviaria? Capire come si è concatenato a valanga il fallimento della bolla immobiliare americana), quello che rimane è un insieme di principi analitici di validità generale.
In quasi tutti i capitoli ho goduto tantissimo degli spunti di quello che secondo me è un classico vademecum per l’analista.
Un vademecum che, invece di applicare l’analisi ai contesti scientifici consueti (pur citando lo studio dei terremoti o la metereologia), la estende ai contesti sociali e produttivi (lo sport professionistico, l’intelligence della difesa di stato), dove è più evidente l’incertezza che si deve saper apprezzare.

E’ meglio rendersi conto con umiltà delle proprie incertezze e approssimazioni: è già un passo avanti.
E ogni modello di analisi va testato. Continuamente!
Ecco cos’è la capacità predittiva di un modello.
Non è per niente il saper riprodurre bene il passato.
Se si perfezionano le proprie formule in modo che spieghino bene gli esperimenti passati, allora si rischia di adattarle non solo ai dati significativi, ma anche a quelli casuali. Si rischia di interpolare non solo il segnale ma anche il rumore.
E invece il rumore c’è sempre.
Da qui il titolo: “The signal and the noise”, come individuare il segnale in mezzo a una nuvola di rumore: io in italiano lo tradurrei così.

Messo in chiaro questo, l’aproccio scientifico può diventare un metodo continuo: dopo una prima idea di orientamento, le approssimazioni successive andranno migliorate ad ogni nuova evidenza raccolta.
Nate Silver è non solo sostenitore del metodo statistico bayesano, che mette a disposizione una formula in cui aggiornare continaumente il proprio primo riferimento “a priori”, ma è anche fan degli interpreti prudenti della volatilità che c’è nei mercati finanziari, compresi i tre nomi che hanno ricevuto il premio nobel per l’economia quest’anno, Fama Shiller e Hansen, e ricorda il merito di tutti i suoi predecessori che hanno già detto molto su questo settore.

Una volta capiti gli elementi di base per impostare previsioni con prudenza e oggettività, l’autore ammette molti aneddoti autobiografici di quando si è buttato è ha più o meno sbagliato, e comincia a divertirsi.

Nate Silver è stato un grande appassionato di talenti sportivi: quelli che inizialmente erano insospettabili, fuori media dai canoni di corporatura, e che però sono riusciti a trasformare le loro debolezze in punti di forza: forze che si sono collocate al giusto centro di una esigenza che non era ancora state notata prima, e che Nate ha potuto proporre ai cacciatori di talenti che si erano persi qualche pezzo per strada.
Silver è anche un curioso cercatore di aneddoti della competizione sottile palmo a palmo, quella che ti obbliga a studiare anche i minimi dettagli che fanno la differenza. Infatti dedica un intero capitolo a tutte le mosse dell’ultima partita tra il grande campione di scacchi Kasparov e il suo temuto rivale il supercomputer Deep Blue. Che in realtà dietro di sè aveva comunque intelligenze umane di programmatori che lo miglioravano continuamente.

Chi fa un lavoro da analista può sicuramente beneficiare dai suoi numerosi esempi e dagli attenti condensati di principi utili.

Infine devo proprio sottolineare uno degli effetti della sensibilità verso le differenze preziose e le relazioni umane.
L’autore, che ho letto in originale inglese, usa la sua lingua con una simpatica attenzione di genere.
Quando il soggetto di una sua frase è una figura professionale indeterminata, ebbene, lui la esprime al femminile.
In italiano potrebbe suonare così: “la analista che sta osservando il mercato finanziario…”; non “il metereologo” sempre al maschile, come si direbbe anche da noi. E infatti, perchè no? Chi ci dice di che genere era la persona dietro al vetro di quello studio? Tanto vale indicarlo al femminile, in tutti quei pronomi e spazi verbali che anche nell’inglese non mancano! Nate si dà la regola: presumiamo che sia donna. Ottima scelta!
E’ evidente che Nate non lo fa solo per un approccio linguistico “politically correct”, ma anche per convinzione ed esperienza.
Nel suo lungo capitolo di ringraziamenti (li leggo sempre quei passaggi, sono un po’ rivelatori degli elementi di personalità), molte sono state le sue colleghe o collaboratrici che veramente hanno lavorato ad alto livello professionale con lui.
E Nate stesso crede molto nella differenza che fanno gli approcci non allineati alla massa: lo spiega a lungo, quando avverte del rischio di chi non riesce a cogliere le sfumature importanti accanto ai messaggi urlati “mainstream”, quelli che vanno per la maggiore.
Nate spiega che proprio l’attenzione alla diversità di approccio e del modo di essere, può essere oggi il metodo che permette di riuscire ad emergere, e a capire gli ultimi bandoli di una apparentemente irriducibile complessità del mondo.

Nate Silver book

Storia della moneta e di come nasce la schiavitù

Leggere il riepilogo degli ultimi cinquemila anni, analizzati secondo la storia delle idee e delle azioni legate al concetto di debito, è una esperienza particolare quando l’autore che ti accompagna è un antropologo.
Dai saggi che ho sperimentato finora, mi sono fatta l’idea che gli antropologi guardano le vicende umane da un punto di vista decisamente esterno, che riesce a staccarsi dalle idee e convenzioni acquisite, perchè sanno che sono state relative nel tempo, e sono cambiate sempre a seconda del gruppo culturale che le ha formate e che ha vissuto credendo in esse.
Un elemento subito evidenziato, e del tutto naturale secondo la visione dell’antropologo, è la presenza di contraddizioni insanabili nel sistema valoriale di ogni tipo di società umana che venga costruita. Per cui, tanto vale descriverle guardando direttamente ai punti di crisi ciclica e ai problemi di sostenibilità dei sistemi di potere, perchè comunque avranno una loro parabola e non potranno funzionare in quello stesso modo all’infinito.

Ecco allora che la storia del concetto di debito e dello strumento “moneta” viene disinvoltamente presentata da David Graeber, autore del saggio “Debito, i primi cinquemila anni“, mostrando come questo è variato molto, prima di fissarsi nelle più recenti dottrine di economisti come Smith e Keynes, iniziando ad esistere prima ancora della scrittura e del conio. Infatti i primi documenti storici erano già mappe contabili del dare e avere dovuti in quella civiltà.
E’ subito interessante il confronto tra le molte religioni, che hanno in tutti i casi dovuto formulare la propria morale in questo senso. Nell’islam il prestito ad interesse era amorale, però essere un mercante avventuriero di successo era un ideale dal valore positivo; nelle religioni cattoliche era più glorificata la austera assenza di ricchezze, però per il prestito ad interesse molte correnti si sono espresse fissando soglie diverse di accettabilità, con i calvinisti particolarmente disponibili a colpevolizzare chi non restituiva, ad ogni condizione. Le leggi statunitensi odierne hanno praticamente eliminato la soglia dell’usura, rendendo del tutto normali anticipi sullo stipendio poi ricaricati al centoventi per cento, e il livello di indebitamento della famiglia americana media è superiore al reddito annuale famigliare (quando leggo i dettagli del loro stile di vita mi dico: meno male che non ho studiato in una università in USA, dato che poi ci vuole mezza vita per ripagare le rette d’iscrizione).

Ovviamene la varietà delle soluzioni umane, con i continui problemi incontrati (come la frequente necessità di giubilei per l’annullamento dei debiti non più sostenibili dalle masse, da parte di numerosi imperi e regni nei più diversi periodi storici) non è l’unico messaggio di questo libro.
La cruda realtà sottolineata dall’autore, che vuole svelare i meccanismi sottesi al sistema economico e allo strumento non realmente neutro della moneta, è che il debito è una variabile chiave alla base dei sistemi di potere, asservimento, esclusione sociale, spesso connesso a derive verso condizioni di schiavitù, e con stretti legami con la guerra.

Va detto che questo autore si è fatto notare all’interno del dibattito attuale, per aver coniato lo slogan “Siamo il 99% della popolazione”.
Questo slogan è stato fatto proprio dal movimento Occupy Wall Street, che è una delle frontiere critiche verso il sistema finanziario attuale.
Secondo Graeber, il meccanismo di indebitamento oggi è diffuso al massimo storico.
Spesso le rivolte popolari sono state causate da crisi debitorie e crisi di inclusione, e una generale osservazione che l’autore porta in conlcusione, che ritiene molto estremo il sistema economico odierno, è la seguente: cosa ci teniamo a fare il fardello di sistemi che non sono sostenibili e non funzionano?

Prendere il proprio posto al tavolo delle decisioni

Non è facile tradurre in italiano il titolo dell’ultimo libro di Sheryl Sandberg, “Lean In“.
Io l’ho letto in inglese, la versione italiana titola così: “facciamoci avanti”.
Secondo me potrebbe essere espresso in vari modi: farsi strada, aprire la porta, scegliere il passo in avanti anzichè quello indietro, essere disinvolte e occupare il proprio posto al tavolo, perchè no?

Di vari libri che ho letto sulla questione di genere in ambito professionale, questo sicuramente è uno dei più vivaci e brillanti, che lascia un senso di buon umore e possibilità.
Si può certo dire che l’autrice interpreta il suo messaggio anche con lo stile di scrittura.

Come riassumere i diversi spunti offerti da questa lettura?
Sappiamo che le carriere femminili sono bloccate da una serie di inibizioni interne ed esterne, però, secondo l’autrice, i freni che la cultura ci ha fatto introiettare, ormai li abbiamo capiti, no? quindi riconosciamoli e leviamoceli di dosso.
Cito uno dei suoi messaggi semplici e immediati: “the power of the authentic self”. Si sente, l’energia, quando si è sè stessi.
Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, di recente nominata da “Time” una delle 100 persone più influenti al mondo, non si rivolge solo alle sue colleghe: parla anche agli uomini, a quelli che credono veramente in un mondo equo e paritario. E non risparmia aneddoti personali relativi a colleghi famigliari e amici, maschi, che hanno fatto la propria parte, che l’hanno aiutata, trattata in modo rispettoso, che hanno condiviso con lei obiettivi professionali stimolanti, interpretando correttamente la condivisione dei ruoli. Quindi, giustamente, una buona parte dei capitoli del libro è dedicata anche loro.
E’ più efficace, affrontare le cose assieme.

Il kilt non è una tradizione scozzese: fu inventato da un commerciante inglese

«Le “tradizioni” che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta». Questa osservazione di Eric J.Hobsbawm ha costituito la base per un’indagine condotta da diversi studiosi, raccolta nel saggio “L’invenzione della tradizione“.

Da non confondere con la «consuetudine», cioè con i vecchi modi di agire o di comunicare ancora vitali, le «tradizioni inventate» sono l’insieme di pratiche che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è implicita la continuità con il passato. Ogni società ha accumulato una riserva di materiali in apparenza antichi: per rinsaldare vincoli nazionali, per connotare piú marcatamente la fisionomia di partiti o di ceti, o per attenuare quel senso di insicurezza che si poteva avvertire guardando a un futuro di radicali innovazioni. Questa sorta di ingegneria sociale e culturale ha caratterizzato in genere l’affermarsi delle nazioni moderne, che hanno cercato di legittimare la loro piú recente «storia» cercando radici nel passato piú remoto. L’età della «modernizzazione» è piena di contraddizioni: a volte, con la spinta in avanti possibile per certi gruppi sociali, coesistevano esigenze conservative, le quali finivano per sfociare in comportamenti ripetitivi, che avevano lo scopo di offrire riferimento, conforto e consolidamento di gerarchie.

Quello che mi ha colpito di questa lettura è come il periodo in cui sono state inventate molte tradizioni a cui siamo abituati, sia lo stesso: quello della nascita degli stati nazionali, che dovevano darsi dei valori di riferimento resi visibili in specifici momenti collettivi (parate, incoronazioni, rituali di massa).
Il fatto poi che certe iniziative sembrino bizzarre e poco pratiche (quanto sono scomodi da indossare corone e paramenti? quanto si è dibattuto tra gli scozzesi sui benefici della frescura del vento del nord che oltrepassa il kilt?) fa parte del gioco: altrimenti come fanno ad emergere e apparire eccezionali rispetto alla quotidianità?

Quando vengono sottoposte a verifica documentale, le tradizioni inventate non reggono, anche se pochi lo sanno. Il vero abito tradizionale scozzese era composto da brache e casacca. Il gonnellino scozzese non è nato con disegni diversi a seconda del clan, infatti era stato introdotto con un unico tema, adottato in pubblico la prima volta per le sfilate di sostegno alla corona. Forse la discussione persistente sugli elementi positivi della foggia del kilt voleva proprio creare rumore, necessario a coprire e far dimenticare la realtà.

Come sta la rete nel 2013

Il convegno “State of the Net“, letteralmente “qual è la situazione della rete”, che si svolge a Trieste già da qualche anno, prima con cadenza biennale, ora annuale, secondo me è un gioiellino.
Ospiti stranieri e italiani, interventi di qualità, possibilità di vedere le attività anche da casa seguendone la trasmissione in streaming (come ho fatto io ieri, anche se il tutto si svolgeva piuttosto vicino, al molo quarto) e soprattutto una atmosfera tutta sua che caratterizza l’iniziativa: è facile diventare degli affezionati.
Agli organizzatori stanno a cuore i temi della democrazia partecipata, degli strumenti che rendono accessibili dati e conoscenza su internet, della diffusione di equità e di comportamenti innovativi e rispettosi delle risorse.
Trovo elegante la formula, con il salottino accompagnato da un grande schermo video, con il podio su cui si alternano i vari oratori che poi vengono raggruppati a confrontarsi tra loro su temi vicini anche se hanno idee differenti.
E nel frattempo, il pubblico si connette ai riferimenti citati nei discorsi. Anche i nostri amici Carluca erano venuti a sentire (oggi pomeriggio li ho beccati nel buio della sala, sedendomi casualmente proprio vicino a loro), e controllavano sull’i-pad i libri menzionati dallo speaker, o trasmettevano su twitter le frasi più significative dell’evento, confermando con atteggiamento “connesso” che erano perfettamente intonati all’ambiente.

key note a SOTN SOTN blu molo 4°, arredi Palla a SOTN
carluca a cSOTN il mio badge di ingresso a SOTN SOTN viola Petrini a SOTN

Anche Diego ha sentito un po’ del convegno stamattina, mentre da casa lo ascoltavo in streaming; però secondo me era invidioso del monitor rumoroso, cercava di parlarci sopra, più forte, riportando l’attenzione su di sè.
E ci credo che Diego ha da dire anche la sua. In questi giorni ha imparato a mettersi seduto da solo, a gattonare, a tirarsi su per mettersi nella posizione in piedi. Tutto insieme.
Ora riesco a scrivere due righe perchè Diego è appena andato a nanna; Dado è in viaggio, e probabilmente sta sorvolando l’oceano.

Da noi il posto presso il focolare è occupato dalla radio

Ha fatto bene, la nostra amica Carla, a regalarmi un libro sulla storia della radio in Italia e nel mondo, “Cari amici vicini e lontani” di Giorgio Simonelli.
Perchè ci ho ritrovato tanti significati a cui avevamo dato valore già da tempo.

La vita della radio come spazio culturale ha attraversato fasi diverse, partendo dal periodo in cui era un grosso mobile elegante al centro del luogo in cui si raccoglievano tutte le persone della casa, mobile da cui provenivano i “discorsi del caminetto” proposti da voci importanti che volevano mandare messaggi a tutta la nazione.
E’ poi stata calamita per le novità delle nuove generazioni e per la trasgressione giovanile, e più di recente si è intrufolata negli anfratti di tempo libero personale specializzandosi su gusti di gruppi di ascolto dedicati.

Il periodo iniziale che la vedeva mezzo di comunicazione di massa con un posto nel cuore caldo della casa è passato da un bel po’, e ha visto in molte case uno spodestamento da parte della televisione. Ma non per noi: sarà ormai un decennio che la radio è l’unica colonna sonora della nostra dimora, e lo stereo che acchiappa tutte le radio da internet o i vari podcast delle trasmissioni che preferiamo occupa effettivamente un elegante punto centrale del soggiorno.
Ci ho provato un certo gusto, poi, a leggere i riferimenti agli esempi più importanti di emittenti radio che propongono contenuti di qualità, e a ritrovare quelle stazioni che effettivamente noi preferiamo: la più volte citata Radio Popolare a cui siamo abbonati, ma anche Radio 24 e Radio Rai 3 con l’attenzione data alla “parola” nelle trasmissioni come Fahrenheit… insomma, chi le ascolta lo sa!

Finito un nuovo libro

Dalla quarta di copertina:
“Vista come un oggetto familiare e un po’ démodé, la radio è stata in realtà una delle più dirompenti invenzioni tecnologiche dell’epoca moderna: figlia dell’elettricità, è nata da uno straordinario concorso di talenti e fantasie e si è subito imposta per la novità rivoluzionaria del suo modello di comunicazione “immateriale”.
Questo libro ne racconta la storia e il movimentato percorso alla ricerca di una collocazione culturale: concepita all’inizio come anti-mass medium destinato non all’ampia divulgazione ma alla trasmissione di messaggi in codice, la radio diventa nei primi del Novecento lo status symbol del ceto medio desideroso di aprire una finestra sul mondo dall’intimità dei suoi salotti.(…)
Nuovo focolare di aggregazione domestica negli anni venti e oggetto-feticcio dei movimenti giovanili anni sessanta, veicolo istituzionale dei bollettini di guerra e irriverente strumento delle burle fantascientifiche di Orson Welles, la radio ha accompagnato i momenti decisivi dell’ultimo secolo e gode ancora di una insospettabile vitalità: Giorgio Simonelli, in uno studio ricco e coinvolgente, racconta le tappe di una storia avventurosa in pieno svolgimento”.

Bisogna conoscere il nostro sistema di welfare

Quando sono nata io, il sistema sanitario nazionale non c’era ancora.
Era frammentato.
Dei tre pilastri del welfare italiano, dopo sanità e pensioni, il terzo ambito, frammentato lo è ancora: si tratta delle politiche sociali e delle politiche per la famiglia, che non hanno una collocazione a sè, ma rientrano entro altri capitoli di spesa, e sono gestite dalle regioni se non dai comumi con delle differenze nei vari territori.
Quando ho comprato questo saggio, Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia, ancora non conoscevo l’autrice Chiara Saraceno; e ora invece la noto spesso, e mi capita di sentirla ospite di trasmissioni radio, come sociologa che conosce bene il nostro sistema e vi ha contribuito.

Alcune sue osservazioni su questa parte del nostro sistema potrebbero valere come note di più vasta portata:
“La mancanza di una politica sociale in Italia potrebbe essere spiegata come una strategia per evitare conflitti aperti e scelte chiare, in un campo in cui esistono valori e aspettative sociali tra loro in tensione, se non contraddittori: conflitti tra il valore dell’ugualianza tra i sessi, riconosciuto a livello formale, e le aspettative di comportamento ancora legate alla divisione del lavoro in base al genere; tra il valore dell’unità e solidarietà familiare e il valore attribuito all’autonomia individuale; tra quello della privacy e quello della responsabilità sociale. Il persistere di forti differenze di valori in questo campo è indice delle differenze e divaricazioni culturali che hanno caratterizzato la storia politica del nostro paese“.

saggio in tema

Come si svolgono gli affari a Bruxelles

Finalmente, dopo un paio di mesi che li aspettavo, sono arrivati anche a Trieste i documentari di Internazionale.
Ieri sera sono andata a vedere il primo: THE BRUSSELS BUSINESS, di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert.
Il lavoro pone degli interrogativi inquietanti su quanto l’Unione Europea sia sede di attività normative istituzionali democratiche, e quanto invece sia influenzata nella sua agenda dai grandi poteri dell’industria e della finanza, che preparano procedure e rapporti a quanto pare poi votati dal Parlamento Europeo in versione identica e copincollata anche negli emendamenti.
Giusta la frase conclusiva sui titoli di coda del documentario: “Esprimi la tua opinione sulle politiche europee“.

Di seguito, la trama del film, tratta dal sito del Miela che ne ha proposto la proiezione all’interno della rassegna MONDOVISIONI di S/Paesati.

Primi anni ’90, due giovani ambiziosi scoprono l’influenza delle lobby, fenomeno che si pensava tipicamente statunitense, nella città sede dell’Unione Europea. Uno è scioccato, comincia a indagare e diventerà il più esperto attivista nel contrasto del lobbismo comunitario. L’altro ne è affascinato, lascia un lavoro sicuro alla Commissione e si lancia in una florida carriera da lobbista. Chi gestisce davvero l’Europa? Un viaggio tra zone d’ombra e corridoi del potere dell’Unione per svelare il ruolo che 15mila lobbisti, strateghi e think tank, reti di potere e interessi hanno nella politica comunitaria, per raccontare la storia non ufficiale dell’integrazione europea e della ristrutturazione neoliberista avviata negli anni ’80, e interrogarsi sullo stato e il destino dell’Unione.

il biglietto per il primko documentario di Internazionale

Ancora a casa al calduccio

Ora di pranzo.
Insalatona gigante, direttamente dall’orto di Giordano e Luisa.
Alla radio inizia un’altra puntata di Alaska.
Quando sento la musica della sigla ormai mi emoziono.
Ogni volta si impara qualcosa di nuovo, guidati dalla conduttrice che esplora i sentieri digitali e gli archivi virtuali, sempre con rigoroso riferimento alle fonti dalla rete, e alla loro accuratezza e possibilità di verifica (“fact checking“).
Lo si potrebbe definire un nuovo mestiere: “cicerone del web”.

Con i piedi qui e con la testa che viaggia lontano

Sarà che la presenza di un piccolino mi fa restare di più a casa, ma nei pochi momenti di svago sono sempre a caccia dell’atmosfera di mete remote.

Nel weekend del Salone Europeo della ricerca e dell’innovazione scientifica, Trieste NEXT, ho fatto un salto alla conferenza che si teneva alla scuola interpreti, con ospite un professore statunitense, direttore della biblioteca dell’università di Harvard, coinvolto nel progetto che vuole rendere liberamente accessibili on-line i contenuti delle maggiori biblioteche universitarie.
Ieri, prima di portare a Dado la cena a base di pizza per asporto, ho potuto apprezzare un pezzo della rassegna S/Paesati, che proponeva un interessante confronto tra il comportamento degli emigranti italiani e quelli cinesi, entrambi capaci di ricostruire, dove arrivano, piccole comunità complete di tutti i segmenti sociali, delle mini città nella città.
Gli altri giorni, spesi a casa seduta sul divano con Diego, mi ascolto tutte le puntate del podcast di Radio Popolare “Esteri – il giro del mondo in 24 ore”, oltre a quello di Alaska, una trasmissione che “esplora i sentieri digitali, e siccome il mondo è vasto, qualche volta ci perdiamo.”
E la scorsa domenica mi immaginavo di balzare su un treno per Ferrara per andare al Festival di Internazionale, dove si riunivano per un weekend i giornalisti di tutto il mondo, ma sono rimasta al calduccio a poltrire con Dado e PiQLo. Per fortuna ho scoperto che tutti i documentari proposti quest’anno al festival verranno proiettati anche al teatro Miela qua sotto casa, a fine novembre nella sezione Mondovisioni, quindi si può raggiungere anche questa meta restando comodamente in città.

prof Robert Darnton (Harvard University) Sabrina Morena, Suzi Koh e Li Zhen