Dopo il sogno, il racconto

L’altra settimana avevo sognato di andare a vedere la mostra delle fotografie di Monika Bulaj. Nel sogno le foto si trasformavano in video, i filmati rappresentavano danze e rituali collettivi allegri e frenetici.
Ieri ci sono andata, era l’ultimo giorno, c’era la fila per il biglietto fino a fuori e fino alla strada: era prevista una visita guidata con l’autrice.
L’esperienza della mostra è stata prevalentemente quella del racconto: dalla viva voce della fotografa, ho potuto sentire incredibili storie di viaggio, una visione intima dei popoli rappresentati, una analisi cauta e sensibile della condizione di quei luoghi.

Per comporre quest’opera documentaria, Monika Bulaj, nell’arco di tempo che va dal 2009 ad oggi, è andata a più riprese in Afghanistan, per un totale di sei mesi passati in quella terra.
Dalle sue parole: “Un viaggio solitario, dividendo con gli afghani il cibo, il sonno, la fatica, la fame, il freddo, i sussurri, il riso, la paura. Spostandosi con bus, taxi, cavalli, camion, a dorso di yak. Dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armata solo di un taccuino e una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro. Balkh, Panjjshir, Samanghan, Herat, Kabul, Jalalabad, Badakshan, Panir Khord, Kost wa Firing. Uno slalom continuo per evitare i banditi targati talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono. Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico. Rifiutando di viaggiare con un’unità militare – ‘embedded’ – protetta da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere.
La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina ad ignorare. Un mondo odiato dai taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare. Un paese nudo e minerale, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi all’ombra – interni, albe, crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.
Un Paese disperato, dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini.
Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini. Nel ‘giardino luminoso’ dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione”.

fila al salone degli incanti depliant della mostra

Cosa vuol dire esser troppo grandi per fallire?

Questo weekend ho completato la seconda lettura su kindle (regalo preso con il buono libri di Luisa) e devo dire che il supporto elettronico è ormai come se fosse sparito, mentre i contenuti della lettura hanno prevalso facendo il consueto effetto “attrazione” da una pagina a quella successiva, come ciliegie da piluccare fino a esaurimento.

Si trattava di “Too big to fail“, preso in lingua originale, e scelto nel gruppo dei testi americani più gettonati per raccontare la crisi finanziaria del 2008.
Tra le varie versioni di resoconto possibile, ho scelto quella di cronaca, scritto da un editorialista del New York Times, non molto dedicata alla comprensione delle cause, ma sicuramente avvincente nella dettagliata ricostruzione di ogni immagine del film che si svolgeva dietro le quinte dei colossi finanziari di Wall Street, parola per parola.

E quindi la prima cosa che è apparsa chiara da questo testo è che “too big to fail”, troppo grande per fallire, è una definizione che nasce dal fatto che il fallimento non è una procedura praticabile quando il sistema è troppo interconnesso: la vera definizione (assegnata al segretario della banca federale americana, Hank Paulson) dovrebbe essere “Too big to liquidate”, troppo grande per procedere alla trasformazione di tutti i contratti e debiti e rapporti in un flusso “liquido”, in un ritorno al contante di cassa disponibile, ristrutturabile; perchè la massa di intrecci è tale che i tempi per realizzare una vera liquidazione sono impraticabili.

Ed ecco allora che i big della finanza si attrezzano non per la procedura di fallimento, ma per quella di salvataggio.
Con i soldi pubblici.

Leggere proprio in questi mesi il resoconto di come figure esperte di economia, che hanno un ruolo misto di politico e di regolatore, siano entrate nel sistema della finanza privata per facilitarne il salvataggio, è stato nello stesso tempo istruttivo ed impressionante.
Perchè a pochi anni di distanza, proprio ora, la stessa cosa avviene nel nostro sistema Europa.
Col fondo salva stati e lo scudo anti spread che, ad accettarle come parole nuove, non rivelano davvero al primo colpo quanto ci siano di mezzo i soldi dei contribuenti, quanto si stiano facendo passi avanti verso la commistione tra il nostro quotidiano e la prevalentemente incontrollabile macchina della volatilità.
Non mi sarebbe stato facile capire cosa avviene oggi se non avessi fatto i confronti con l’approccio creato ad hoc per i vicini predecessori d’oltreoceano.

Ecco che, ancora una volta, devo definire una lettura appena completata come “necessaria”.
Anche altri punti di vista potevano essere scelti.
Ma è certo che, guardarci dentro, nei meccanismi del sistema, almeno un poco e almeno col supporto del pettegolezzo dell’informatore che rende più gustosa la drammatica trama, ci voleva.

copertina del libro su kindle

Il Foucault necessario

Era più di un anno fa, che un amico di Andrea e Serena, Alessandro, che per mestiere fa l’educatore, mi aveva segnalato un lavoro di Foucault, descrivendolo come “una folgorazione sulla strada di Damasco”. Si trattava di “Microfisica del potere”.
Per un po’ ho cercato un volume che contenesse esattamente quel saggio, poi alla fine, siccome non lo trovavo, ho cambiato metodo, e ho preso una classica antologia: un volumetto che permetteva comunque di farsi un’idea dell’opera del filosofo, in generale.

Ora che l’antologia l’ho letta tutta, devo dire che ci voleva.

Sì, è vero, in certi tratti si tratta di un autore puntiglioso, iper specifico, attento a certi temi di cui ha fatto una esplorazione tutta sua, una “archeologia” (come dice lui) che ne ripercorre l’origine storica, osservando i momenti di ingresso di elementi accidentali che poi sono diventati ovvi, fino al consolidamento di istituzioni a cui noi siamo abituati, e che invece lui mostra come possono ancora essere messe in discussione.
Certo è che alcune sue formulazioni non si può non averle lette: come le ha espresse lui, devono far parte del nostro bagaglio.

Dalle interviste all’autore:
“Le analisi che tento di fare – e non sono il solo che prova a farle – sono parziali, frammentate. Non si tratta di fondare una teoria del potere, una teoria generale del potere, nè di dire che cosa sia il potere o da dove venga. In Occidente tale questione si pone da secoli, persino da millenni, e non è certo che le risposte che sono state formulate siano state soddisfacenti. In ogni caso, cerco di analizzare il problema a un livello empirico, partendo dal mezzo. Non mi chiedo “Da dove viene il potere, dove va?”. Mi chiedo, invece: “Da dove passa e come passa, quali sono le relazioni di potere, come si possono descrivere alcune principali relazioni di potere che si esercitano nella nostra società?
Perciò non intendo il potere nel senso del governo, nel senso dello Stato. Dico: le relazioni di potere attraversano i rapporti tra le persone, la famiglia, l’università, la caserma, l’ospedale, la visita medica, la relazione pedagogica, il corpo politico. Di che cosa si tratta, dove conducono, come vincolano gli individui, per quali motivi sono o non sono sopportate?
(…)
L’analisi delle relazioni di potere costituisce un campo estremamente complesso; essa si imbatte talvolta in quelli che possono essere definiti i fatti o gli stati di dominio, in cui le relazioni di potere, invece di essere mobili e di permettere ai diversi partner una strategia che li modifica, sono bloccate e fisse. Quando un individuo o un gruppo sociale giungono a bloccare un campo di relazioni di potere, a renderle immobili e fisse e a impedire ogni reversibilità del movimento – con strumenti che possono essere economici, politici o militari-, ci si trova di fronte a quello che può essere definito uno stato di dominio. E’ certo che, in un simile stato, le pratiche di libertà non esistono, esistono solo unilateralmente o sono molto circoscritte e limitate.

Va sottolineato che il titolo dell’antologia è stato preso da una frase di Foucault: “L’impazienza della libertà“.

Ancora, dall’introduzone del curatore:
“Nel tentativo di delineare in maniera precisa la loro differenza, il filosofo francese definisce le relazioni di potere come relazioni all’interno delle quali si cerca di dirigere la condotta dell’altro. Si tratta di rapporti mobili, che possono modificarsi e che non sono dati una volta per tutte, di giochi strategici aperti tra le libertà. Gli stati di dominio, invece, si creano quando un individuo o un gruppo sociale riescono a bloccare delle relazioni di potere, a renderle immobili, irreversibili. Ciò che conta, quindi, è riuscire a evitare che i giochi aperti di potere si fissino in stati di dominio. A differenza di questi ultimi, in cui le pratiche di libertà non esistono o sono molto limitate, le relazioni di potere presuppongono sempre la libertà di coloro che vi sono coinvolti, la loro capacità di resistenza; là dove uno dei termini della relazione subisce una violenza illimitata da parte dell’altro, ed è dunque a sua totale disposizione, non è più potere. E’ proprio perchè la libertà è ovunque che i rapporti di potere attraversano tutto il campo sociale.”

Antologia di Foucault

Cosa succede su internet oggi?

“Creare resilienza a livello locale, all’interno del nostro mondo complesso: si può fare. Ad esempio diffondendo strumenti come OPEN DATA: il progetto che prevede la pubblicazione su internet delle informazioni di dettaglio (che sono già pubbliche) accumulate dalle istituzioni e dagli enti che erogano servizi (energetici, viari, statistici…)”

Queste erano le parole di Ton Zijlstra, uno degli oratori del convengo SOTN: “State Of The Net“, cosa succede in internet, un bell’evento che si era tenuto al magazzino 26 lo scorso fine settimana.

Ci siamo andati per due volte, Dado ed io: valeva la pena andare a sentire.
Le conferenze sono state riprese e archiviate su you tube. Quando mi sono addentrata dietro la colonna di macchine della zona di regia (che seguiva luci, microfoni, quattro telecamere ed invio in diretta sul web delle trasmissioni, in streaming) i tecnici mi hanno detto che se volevo potevo accomodarmi: e provare a “smanettare” anch’io. Un bell’atteggiamento di condivisone.

Cito un altro intervento.
Luca de Biase.
“La risorsa scarsa, ora, non è più lo spazio dove mettere la notizia da prima pagina (che prima aveva un posto limitato, sulla carta stampata). Questo spazio ora è diventato illimitato. La risorsa limitata è diventata il tempo, e l’attenzione del pubblico.
Nello spazio illimitato ora disponibile, si formano dei poli di concentrazione dell’attenzione e del tempo del pubblico. Le piattaforme attualmente esistenti, con la loro metafora, contribuiscono a formare questi poli. Nell’ecosistema c’è una lotta per l’attenzione (condotta in modo scorretto) tra le cose importanti (di reale valore) e le cose interessanti (quelle che riescono a conquistare solo l’attenzione istantanea). La vera innovazione editoriale di oggi dovrebbe essere la messa a punto di contenitori che si occupano di selezionare quello che è importante veramente.”

dado al SOTN una delle quattro telecamere conferenza di Tom Zijstra un vero critico della trasparenza a tutti i costi

Com’è andato l’ultimo evento della Commissione Pari Opportunità di Trieste

C’è un articolo su bora.la scritto da Paolo Stanese, che vale la pena di leggere perchè descrive bene il clima che si è creato durante l’assegnazione del Premio ad Annamaria Parcavassi da parte della CPO del Comune di Trieste.
Infatti riporta con attenzione i messaggi che, secondo me sono riusciti a passare, grazie alla sensibilità di questa straordinaria donna che ha sempre mantenuto l’equilibrio, anche davanti alle domande pungenti. Spero proprio che i ragazzi e le ragazze delle scuole invitate all’evento abbiano tratto buoni spunti. Io stessa ci tenevo molto a veder premiata Annamaria Percavassi per la sua lunga esperienza in un ruolo importante, da 24 anni Direttrice del Trieste Film Festival e promotrice di molti altri progetti, dai loro faticosi inizi al visibile consolidamento, e tutto questo nella nostra città. Una donna che ha espresso la sua funzione di guida in modo molto aperto al gruppo e comunque originale, che ha saputo permettersi di rimanere sè stessa.
Questi sono i modelli di cui vogliamo parlare.

Cito Stanese:
Oltre alle storie, due riflessioni di Annamaria consegnano importanti messaggi ai giovani presenti in sala. La prima riguarda il suo stile di leadership: “non mi sono mai tirata indietro dagli impegni presi, ma ho sempre scelto con cura quali assumere,” spiega la premiata. “E ho sempre preferito essere un coordinatore di tante persone piene di entusiasmo, più che una leader”.
La seconda riflessione ha a che fare con la sua fervente attività di progettatrice culturale. Annamaria ha affermato: “se sei convinto di quello che fai, trovi dentro di te la spinta per combattere, e dal consenso che puoi sentire intorno a te capisci che quello che fai lavora per un bisogno di cultura sentito da molti”.

Al Festival dell’Economia di Trento – 3

pranzetto all'aperto Trento centro

Dovrei ancora dire dei fantastici pranzetti fuori, a Trento; della coccinella che passeggiava sulla chioma della mia vicina di posto in treno, e ovviamente delle altre conferenze del Festival dell’Economia. Quella sulla storia del debito, quella sull’insegnamento della finanza nelle scuole, quella sugli effetti della globalizzazione sulla segregazione delle forme di sicurezza e insicurezza di reddito, quella sulle culture borderline che sono vicine e di servizio agli ambienti del crimine organizzato, quella molto interessante su riforme, destino e orgoglio degli Ordini Professionali in Italia.
Ma avevo detto che avrei citato Ilvo Diamanti.
Ecco qua alcune delle sue parole.

“Da noi in Italia esiste il melodramma delle notizie di cronaca nera. E’ una nostra specificità. Rispetto ad altri paesi europei, la presenza della cronaca nera nei nostri TG è doppia, e questa quantità è del tutto scorrelata dalla incidenza statistica del fenomeno reale.
Questo non è casuale.
La paura economica e la paura dell’altro hanno diverso orientamento politico.
L’informazione è sempre rimasta spostata in modo da lasciare al primo posto, per quantità di notizie mandate in onda, l’argomento della paura dell’altro, intesa per esempio come paura della criminalità comune e dell’immigrato.
Però se si guarda a studi e questionari sulla percezione degli italiani, quest’anno la paura dell’altro come immigrato è scesa al 12%, e già dal 2008 la paura economica occupa il primo posto nei pensieri del 73% della popolazione italiana.
Quindi la relazione tra cosa c’è al primo posto nella quantità di notizie e cosa c’è al primo posto nella percezione degli italiani si è persa dal 2008.
Nei media, è solo dal novembre scorso che si comincia a parlare sistematicamente della crisi. Si potrebbe dire che il governo Monti ha liberato i media dall’atteggiamento del nascondere la crisi, atteggiamento su cui i media stavano accumulando un ritardo di un paio di anni.
La paura economica o paura per il proprio lavoro è particolarmente rilevante, e fa da moltiplicatore per tutte le altre paure. Perchè la nostra società è basata sul lavoro, e l’argomento ci tocca direttamente. Il lavoro fa parte dell’identità delle persone, dà certezza, prefigura il futuro.
L’insicurezza recente è dunque ritornata alle tematiche del sociale, è diventata pervasiva, e potrebbe essere definita paura o insicurezza ontologica.”

Al Festival dell’Economia di Trento – 2

Nella giornata di sabato scorso a Trento, gli eventi che riesco a vedere sono sei. Due al mattino, tre al pomeriggio, uno alla sera.
Alcuni eventi, presso le sedi universitarie: grandi aule con scalinate e banchi in ripida rampa, facoltà di Economia, professori di Sociologia. Altri in palazzi antichi, attrezzati per l’occasione, col servizio di traduzione simultanea nelle cuffie: parlano premi Nobel e rinomati ospiti stranieri. Altri ancora in piazza Duomo, col maxi schermo che proietta le conferenze, la bella giornata che incendia di sole il centro storico: altro che pioggia come gufavano le previsioni, è stupendo godersi questa città all’aria aperta.

Comunque è inutile dirlo: il convegno che ha colpito di più i turisti e i trentini è stato quello tenuto dal Ministro Elsa Fornero e il professore Ilvo Diamanti: I confini sociali dell’insicurezza.
Ci vado anche io: mi prendo un’oretta di anticipo, immaginando che i “big” creino la fila. Mi domando se ne valga la pena: a volte gli incontri con i pezzi grossi risultano banali, sgonfiano le aspettative.
E invece questa tappa varrà una storia da raccontare.

Appena arrivo presso il Parco Santa Chiara, vedo già da lontano una gran folla.
Provo a passare avanti tra i gruppi, giro a lato di una massa compatta che sostiene uno striscione verniciato in rosso, volto la testa indietro a leggere “Articolo 18…” eccetera, e poi alzo lo sguardo nel breve vuoto davanti a me: una schiera di poliziotti barricati dietro scudi antisommossa, un’immobilità di gelo, l’arco che fa da ingresso alle mura del centro culturale è bolccato, ma io chiedo con naturalezza: “E’ qui l’evento delle sei e mezza?“.
Il mio aspetto innocente mi fa da passepartout, e mi lasciano scivolare dentro.
Mi controllano lo zaino, mi avvisano che dovrò abbandonare la bottiglietta d’acqua, e da lì procedo nel parco dell’auditorium, dove una fila a serpentone di oltre mille persone sopporta la calura già da un po’.

Chiedo a un gruppo di ragazzi in fondo se questa è la coda, loro mi rispondono increduli: “Ti hanno lasciata passare diretta?“. Come spiegazione plausibile indico la mia silhouette, e loro restituiscono le spiegazioni che mancano a me: “Ci hanno fatto percorrere un giro lunghissimo per arrivare fin qui, tutte le entrate sono bloccate, guarda quanti controlli di polizia”. E a quel punto noto tutte le camionette e il rumore dell’elicottero che fa da avvoltoio sopra di noi.
Sono contenti che io abbia evitato le zone con le corse dei cortei in movimento, e decidono di adottarmi: da quel momento in poi, le vicende legate a questo evento si svolgeranno in loro compagnia, e ci si aiuterà a vicenda. Barbara, Giulia, Alberto e Francesco fanno staffetta tra di loro nella raccolta di informazioni: capiscono che parte della fila viene mandata via per l’approssimarsi dell’esaurimento posti, ci fanno spostare nella zona di coda più corta, tengono d’occhio gli addetti che contano continuamente le persone ancora in attesa, e tra i rimbrotti dei parà e i metal detector, riusciamo ad entrare nel gruppo degli ultimi quindici ammessi, ogni posto un numero preciso.

eventi nei palazzi storici gli eventi proiettati in piazza duomo Fornero e Diamanti i titoli del giorno dopo
incontri al festival dell'economia

E così ora siamo nell’auditorium.
Fiori sul tavolo, luci forti, rumore di radio ricetrasmittenti.
Il clima è composto e all’entrata del Ministro arriva il primo applauso.
Però non posso non notare le dieci guardie del corpo posizionate sul palco, cinque alle spalle e cinque ai piedi della struttura, mani intrecciate sul pacco, spalle e gambe larghe, sguardo fisso su tutti noi per tutte le due ore dell’evento.
Eppure Elsa Fornero è tranquilla, si toglie la giacca. La sua prima frase mi dà l’idea di un accento tedesco molto secco, l’espressione ingrandita sul monitor è sicura e distesa, una ineliminabile ruga incide il centro della fronte.
Il primo intervento di Ilvo Diamanti è ricco e interessante, prendo nota e concordo, ne riporterò la recensione poi.
La parte del Ministro è ovviamente diversa, si apre subito con un riferimento al fatto che “le riforme bisogna anche comunicarle“, è evidente che è venuta qui per quello. Il gruppo di amici che è entrato con me temeva che il dicorso si sarebbe risolto in uno spot per il governo, ma alla fine potranno ammettere che gli approfondimenti sono stati interessanti, le osservazioni puntuali.

Io sono colpita soprattutto dai meta-messaggi.
Questa manifestazione di forza, protetta.
Il curriculum del Ministro riportato nella guida del festival, abbastanza lungo e pieno di collaborazioni internazionali, che mi domando se l’intero gruppo al governo precedente, messo assieme, ne poteva vantare uno altrettanto prestigioso.
E ad un certo punto della discussione mi irrigidisco al lieve serpeggiare della contestazione che sembra partire anche in sala, appena viene nominata la “ipotizzata” tassa patrimoniale: il brusio del pubblico si fa moltitudine di voci alzate assieme, il tema fa quasi perdere il controllo alla platea che era stata così ben messa in ordine, le parole sovrapposte potrebbero diventare cori.
E il Ministro non perde la calma.
“Non mi sottraggo al confronto“, dice senza variare volume.
E comincia a dare le sue spiegazioni.
Scandisce le parole più lentamente, intensa e convincente. Una formidabile dimostrazione di assertività a cui non eravamo abituati: la sfida lanciata dal pubblico ha acceso in questa donna una reazione di atteggiamento ancora migliore di quello che stava tenendo fino a quel momento.
E la platea si calma.
La sala è di nuovo domata davanti alla ferma camicia bianca.

Più avanti nel corso del dibattito, Fornero dispenserà risposte di critica e riposizionamento del “corretto punto di vista” verso gli eventuali detrattori, spiegando che è opportuno guardare la situazione su ampia scala.
“Dobbiamo cedere sovranità all’Europa”, ribadisce.
“L’inflazione prima, il debito poi, erano solo un anestetico”.

La dimostrazione di rilevante preparazione culturale, e la consumata abitudine di questa esponente del governo a render conto ad alto livello internazionale, fanno sì che l’elite intellettuale che forma il pubblico, per quanto a mio parere prevalentemente di sinistra, alla fine applauda spesso alle risposte ricevute, secondo me senza accorgersi di quanto da queste risposte traspaia un duro orientamento neo liberista.

Alla fine mi sento come se avessi assistito a un faccia a faccia tra eserciti, fuori in strada quello che si esprime istintivamente, dentro in sala quello che usa le migliori arti e convenzioni della cultura per parlamentare, e nonostante tutto il confronto e lo studiarsi è faticosamente incanalato.
Un evento rivelatore della frizione che accompagna i passaggi che stiamo attraversando in questo periodo.

A ciascuno il suo volume

Al concerto dei BSBE, sabato sera, il teatro Miela vibra tutto, i pavimenti oscillano, i bassi attraversano ogni massa rombando.
Io li adoro e li ascolto sempre sul mio iPod, ma questo casino oltre limite nella esibizione dal vivo non me l’aspettavo.
“Non per niente si chiamano Bud Spencer BLUES EXPLOSION“, mi ribadisce Dado, “mica BLUES MICCETTA o BLUES DIAVOLINO…”

la cartolina d'invito al concerto prima del concerto, la batteria in luce

Un salto in Oriente

Domenica mattina, il cielo è muffo.
Dado è a Reggio Emilia con la squadra, io guardo un po’ quel che c’è al pc.
Punto al programma del Far East Film Festival: ci sono un paio di film che possono andar bene, ok.
Il meteo di Udine è così così? Fa niente, controllo la strada fino al cinema, prendo l’ombrello.
Il treno è tra poco? Preparo veloce lo zaino, panino-arancio-mela per il pranzo, ordino on-line un libro che si scarica sul kindle in un minuto, e scatto verso la stazione.

Con i soliti minuti giusti che conosco a perfezione, conquisto la macchinetta del biglietto automatico, clicco su “compra anche ritorno”, timbro uno dei due biglietti, quello giusto, arrivo al binario, alzo la testa e…
Il mio treno non c’è.
Sciopero dei treni.
Tutti cancellati.
Anche quelli prima, quelli dopo.
Naaa…

Torno indietro.
Il mio biglietto timbrato non serve a nulla. Non è il caso di tentare di prendere uno dei treni che forse partirà: e poi chi mi dà la certezza del ritorno?
Un piano perfetto che sembra saltato.

Ma forse no.

Chiamo Francesca.
“Pronto Cilla?”
“Ronf!”
“Ciao, buongiorno, ti ho svegliata?”
“Sì, ma non c’è problema, dimmi pure”.

Le propongo di venire a Udine con me in auto. Se ci si dà il cambio alla guida, la prospettiva è passabile.
Nonostante il preavviso zero, accetta. Perfetto!
Nel mentre che finisce di svegliarsi preparo un panino aggiuntivo per lei, glielo porto a casa e la accompagno all’auto.
Pronte e si va, tanto all’andata guido io.

E così, nonostante la strada lunga, il tempo scorre chiacchierando.
Un paio di giri in tondo all’arrivo (ma la cartina del centro è sotto mano), troviamo parcheggio giusto dietro il Teatro Nuovo Giovanni da Udine, il cielo romba e brontola, e siamo dentro prima che succeda dell’altro.
Franci non conosceva il FEFF, scopre con sua sorpresa che per vedere i film servono le cuffie con la traduzione, la proiezione è in lingua originale con qualche sottotitolo, comunque la grande sala di poltrone rosse ci elettrizza.

l'ingresso del FEFF

Cilla e Palla al FEFF il regista presenta il suo film al FEFF

Il primo film viene presentato dal regista Taiwanese in persona. La storia romantica è davvero deliziosa, ci emozioniamo un sacco. Ci affezioniamo ai compagni di classe un po’ timidi e imbranati, presi nel consueto tema della dichiarazione che non arriva mai e della ragazza che non si ha il coraggio di conquistare davvero.
Caldi applausi sui titoli di coda.
Il secondo film, poliziesco, è un po’ difficile da seguire, ci guardiamo dubbiose a momenti. Storia della cospirazione di un “governo ombra” coreano, inseguito dall’intuito di giornalisti d’inchiesta, che hanno quasi la tentazione di agire come servizi segreti.
Sembra strano vederli provare a indovinare una password per tentativi (a “forza bruta” su tutte le combinazioni di tasti), eppure l’ambientazione è un po’ “passata”, coi floppy disc e con gli inseguimenti a piedi sulle scale, nei campi di calcio tra i ragazzini, e con qualche gioco di numeri da indovinare sulle banconote da 100.
“Un film in stile americano”, mi dice Francesca.
Abbiamo dato il massimo dei voti solo al primo.

Montagne blu su fondo giallo, nella strada del ritorno.
Ad attenderci, il materasso per la nanna.
E le visioni della notte.

Adoro Douglas Adams

Ho finito di leggere l’ultimo libro della trilogia in cinque parti della Guida Galattica per Autostoppisti. Quello secondo cui la Guida liquida tutta la descrizione del nostro pianeta con due sole parole: Praticamente Innocuo.
Ora che ho completato la serie, mi sento orfana, ne leggerei tranquillamente altre dieci puntate, se ce ne fossero.

Peraltro questa è stata la mia prima lettura interamente svolta su kindle, e devo dire che mi ha fatto un effetto strano.
A leggerla sulle pagine di uno schermo, la storia sembrava un po’ rubata e un po’ ineffabile, come se dopo aver girato pagina il vecchio paragrafo non ci fosse più. E poi certi pomeriggi crollavo letteralmente di sonno… e quando mi svegliavo, mi domandavo se ero finita in un’altra dimensione. In chissà quale degli infiniti universi paralleli esistenti nel racconto.

Non so per quale motivo l’ultimo volume della serie è meno noto e amato degli altri. Gli eventi si incastrano perfettamente con il resto della storia, anche se gli agganci a quanto è successo prima avvengono mediante liberi salti nel tempo, del tutto leciti in fantascienza.
Per me Adams è spettacolare nel come tratteggia mondi e situazioni, paradossali ed estremi eppure così simili alle nostre organizzazioni reali che lui vuole prendere in giro…
Fosse davvero tutto così il mondo, ci sarebbe un sacco da divertirsi.

La copertina su Kindle