Sentieri del CAI a Monfalcone

Domenica pomeriggio, volevo tornare in bici a Prosecco, sul percorso iniziato e non finito del giorno prima. Però arrivo al tram e lo trovo fermo che non funziona… accidenti!
Cambio piano. Prendo il treno, e vado a Monfalcone.

Esploro un nuovo giro: provo una scorciatoia per arrivare al laghetto di Pietrarossa, partendo da un sottopasso tra le casette poco dopo la stazione di Monfalcone. Da lì scopro che comincia un bel sentiero lungo ferrovia: lo chiamano sentiero del Carso, in realtà si tratta del sentiero del CAI numero 83; prosego poi il giro sull’81 e sull’82 in un anello chiuso. Ora comincio a ricordarrne alcuni dai giri precedenti, e mi oriento bene.

Si tratta di una zona che contiene un percorso storico: si possono osservare alcune trincee della Prima Guerra, quelle del fronte austriaco e quelle del fronte italiano, affiancate tra loro e quasi parallele. Guardarle oggi, dal mondo globalizzato che conosciamo, le fa apparire una soluzione lontana secoli…

tuffo nel bosco sentiero lungo ferrovia Monfalcone sentieri del CAI

Durante questo giro, ho fatto il vero tuffo nella natura in mountain bike. I rovi allungavano le loro dita su certi tratti del sentiero, e oltre a graffiarmi un poco gambe e braccia, mi lasciavano addosso alcune spine per ricordo, conficcate a fine graffio (piccole armi della Natura colpiscono ancora!). Attraversavo pozzanghere, facendo splash con ruota e sandalo sportivo, e poi dovevo passare sull’erba a pulire la zeppa di poltiglia dalla ruota. E su altre pozze davanti a me, nugoli di ranette saltavano via divergendo ai lati, poco prima del mio passaggio.

Non sono riuscita a rivedere il laghetto di Pietrarossa dall’ossservatorio che pure avevo individuato tempo fa: è diventato di nuovo sfuggente. Ora il verde circostante il lago è una selva, si fa slalom tra le fronde pendule e i rami caduti. Tutt’un altro aspetto rispetto alla visita di mesi fa. Chissà se il personale della Riserva Naturale farà pulizia di stagione.

Mare Carso Bike

La scorsa settimana è uscito, con Il Piccolo, il primo volume della serie “Itinerari in bicicletta del Friuli Venezia Giulia”. L’ho preso sabato mattina, e il pomeriggio ho già provato uno dei percorsi.

Devo dire che, con le mie esplorazioni di quest’anno, ho già scoperto per conto mio una parte degli itinerari validi della regione, e ho ritrovato i più belli tra quelli menzionati nella serie. Ciononostante, si tratta di volumi che varrà la pena continuare a prendere, perchè sono ben impostati, con altimetrie, mappe, informazioni di dettaglio su come si svolge il tragitto, e l’unica pecca è che vengono scelti dei tragitti che partono da punti facilmenti raggiungibili in auto. Ma non potevano farli partire da punti ben raggiungibili col treno, dico io?

Dunque, prendo il tram, e arrivo a Opicina alle 18. Raggiungo Prosecco pedalando, e parto con l’itinerario che mi porterà, quasi tutto su sterrato, fino ad Aurisina, che è circa metà giro. Poichè a quel punto si starà già avvicinando il buio, dovrò lasciare il sentiero, e tornare su strada afaltata per far presto.

Palla in bici sentiero mtb il mare illuminato more molto alte
Tramonto dal sentiero La torre Liburnia dal basso vista dalla torre Liburnia Trieste di notte

Ma veniamo al percorso. Si tratta di un giro adatto alle mountain-bike con ruote dotate di battistrada alto. Io che avevo ancora i copertoni da strada dell’ultimo viaggio, ho fatto più difficoltà con le discese ripide a grandi sassi, che con la salitina asfaltata da 100 metri di dislivello. Si parte dal monumento ai caduti di Prosecco, e si entra giusto alla sua sinistra sul sentiero del CAI n.1, nel Bosco Fornace e poi nel Bosco San Primo. Si arriva a Santa Croce sempre seguendo il sentiero 1, tra profumi di fichi e rosmarino, e si prosegue fino ad Aurisina su strada a terra rossa e aghi di pino.

Le more ai lati della strada tentano il ciclista che cerca di raggiungere quelle più in alto, e la vista sul mare è stupenda. All’altezza di Aurisina, si devia a destra in salita verso la vedetta Liburnia. Quando ci sono arrivata, era già tramontato, e l’intrufolamento tra i rovi verso la torre si faceva un po’ sospetto… La Torre Liburnia è accessibile dall’interno, usando i quattro piani di scale metalliche. Trascino la bici dentro la torre, e salgo quasi nel buio, aiutandomi con la lampadina della bici.
Il premio per l’arrampicata su per gli scalini cigolanti è stata una splendida vista a 180°, dall’Adriatico alle Alpi, con il vento della sera che fischia nei capelli.

Dopo la visita alla torre, ho cercato la statale presso Aurisina. Mancava ancora abbastanza strada prima della cena, e le poche more arraffate mi confortavano. Non era il caso di portarsele via tutte, bensì di darsi una mossa! Non sapevo che avrei avuto ancora un incontro ravvicinato nel bosco, con qualcuno che avrebbe apprezzato le more rimaste intatte dopo il mio passaggio… A pochi metri da me, immobile ed eretto, un capriolo piuttosto grande mi ha sorpreso. Io guardo lui, lui guarda me, e mentre cerco di prendere la macchina fotografica, lui sparisce nel folto, per cui mi resta impressa solo una macchia marrone in movimento, che Dado ha poi detto essere come quelle di chi afferma d’aver avvistato lo yeti…

Durante il ritorno, da Aurisina a Prosecco cantavano i grilli. Nella discesa di strada del Friuli, le luci della città nella notte tiepida erano rasserenanti. A casa mi ha accolto la minestra di fagioli preparata dal Dado.

Ritorno a casa in allegria

Stamattina ci siamo svegliati in mezzo alle seguenti impressioni: io sognavo di avere il treno per partire di lì a mezz’ora, solo che sarei partita con un gruppo di amici; Dado si è svegliato dicendo: “Stavo sognando di cambiare la ruota bucata della bici”. In realtà durante in viaggio in Svizzera non abbiamo bucato mai, e siamo tornati a casa ieri sera.
Come prima piacevole sorpresa, il papi ci ha portato delle pizze per asporto dato che sapeva che avevamo il frigo vuoto. Come seconda piacevole sorpresa, poco dopo ci ha chiamato Marco dalla Finlandia, e siamo rimasti una buona mezz’ora a chiacchierare su Skype.
Questi erano proprio i segni che ci volevano per sentire che eravamo tornati. Quando abbiamo deciso il giorno del ritorno, che non era stato fissato a priori, ci siamo detti: torniamo a casa che abbiamo ancora qualche giorno di ferie per stare con gli amici. Che si sono puntualmente fatti vivi al nostro ritorno.

Marco su Skype

Gli svizzeri invece sono stati piuttosto riservati e non è stato facile fare amicizia con loro. Come ci aveva detto Fabio, una delle loro caratteristiche è l’amore per la privacy. Ad esempio, quando al ristorante ho chiesto ad una tavolata di ragazzoni con una sola donna se erano studenti, mi hanno detto: “Perchè lo chiedi?”; poi ho saputo comunque che erano effettivamente all’ultimo giorno di corso di ingegneria. Però in prima battuta la loro preferenza è stare tranquilli per i fatti loro. Lo dimostra una serie incredibile di cartelli molto variegati e comunicativi, relativi alle indicazioni per il mantenimento della quiete, la conservazione degli spazi pubblici, il comportamento a modo. Anche l’educazione stradale è spiccata: proprio nei giorni del nostro viaggio c’era il ritorno a scuola (così presto!) e tutti i cartelli del tipo “attenzione ai bambini che attraversano le strade, inizio della scuola” erano stati tirati fuori.

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Tutto questo porta anche dei vantaggi: lo si vede dalla serie dei cartelli relativi alle indicazioni per le bici, che da loro sono molto strutturate. Il percorso per la bici da passeggio è indicato in modo diverso dal percorso per la mountain bike; la rete ciclabile è effettivamente molto fitta, anche nelle grandi città, e noi abbiamo potuto navigarci sopra con molta tranquillità. E’ bastato un minimo studio del percorso prima di partire, e poi lì abbiamo trovato tutto quello che serviva. Dunque, per fare viaggi in bici, la Svizzera ha sicuramente gli spazi giusti e in sicurezza.

tutti i cartelli per le bici cicloturismo e mountain bike pannello per viaggiatori in bici fitti segnali per le bici

La Svìzzeraaa, gli svizzeriii…

Ci siamo!
Le tanto attese ferie sono arrivate!
Domani mattina si parte per la Svizzera, carichiamo le bici sull’unico treno che le porta oltre le Alpi, il cisalpino “Canaletto” (EC 174), andiamo a trovare i nostri amici Fabio, Chini&Jean, e viaaa!
La Svizzera è molto ben attrezzata per i viaggi in bici: è dotata di 9 piste ciclabili nazionali e 55 regionali. Qua sotto c’è evidenziata la selezione dei percorsi nazionali lungo fiume e sull’altopiano che percorreremo. Ma niente è programmato. Solo il primo pernotto, e poi… avventura!!!

veloland mappa piste ciclabili semplificata

La pista ciclabile triestina più lunga

Domenica pomeriggio: giro in bici sulla pista ciclabile della ex-ferrovia Trieste-Erpelle. Un percorso che possiamo consigliare agli amanti della bici che vengono a fare esplorazioni dalle nostre parti.
I lavori di pavimentazione della pista sono ancora in corso e proseguono, per cui ne abbiamo apprezzato i progressi. Ad oggi sono ben percorribili venti chilometri per 500 metri di dislivello (partendo da casa nostra che è sul livello del mare e imboccando la pista poco sotto il campo di calcio di via Campanelle). La salita è dolce e panoramica, con tratti freschi nel bosco e nelle gallerie, e fiori di campo ai lati. Ora è possibile attraversare il confine e proseguire dopo Draga S.Elia: la caduta dei confini con la Slovenia ha portati dei benefici sull’itinerario che per la prima volta abbiamo esplorato nella versione allungata!

Nata in alternativa alla Vienna-Trieste, la ferrovia dalla stazione di Erpelle verso Trieste univa il Carso al mare attraverso l’unica valle che lo permetteva: la Val Rosandra. I venti chilometri a binario unico erano stati realizzati dall’Impero Asburgico in soli due anni, dal 1883 al 1885: il percorso garantiva il collegamento più rapido tra Trieste, Lubiana e il resto dell’Impero.
L’itinerario è ora a passaggio misto ciclopedonale, in gran parte su strada bianca, e in via di pavimentazione con asfalto rosso e pietre nella parte più bassa.

Le piste ciclabili nate da ex ferrovie, o da tratte agricole come gli argini lungo fiume, sono una soluzione diffusa in Italia, e si portano dietro le seguenti caratteristiche piacevoli: pendenza lieve, connessione con centri importanti ad inizio e fine, e natura a distese lungo il tragitto.

pista ciclabile Trieste-Erpelle galleria illuminata pista nel bosco pista ciclabile Trieste-Erpelle
campo sloveno dati pista ciclabile vista sul golfo fiori di campo

Ciclabile Mincio-Po: parte 4. Tuffo nella natura

Se si vuole percorrere in giù il Mincio sul lato destro, partendo da Mantova dalla zona dei laghi, si deve tribolare non poco per trovare l’inizio del percorso ciclabile. Anche Paolo Bonavoglia nel suo sito dice che ci ha provato usando due percorsi diversi, e si è comunque perso. Non ditelo a noi, che ci abbiamo messo 15 km di divagazioni, mentre la gente del posto ci mandava qua e là, basandosi su due frasi fisse: “da dove venite?” seguito da “dovete andare dalla parte opposta e attraversare tutta la città” (anche gli zingari l’hanno usata, per cui ci è sembrato uno scherzo concordato, però loro hanno fatto anche il gesto di invitarci a pranzo, o perlomeno ci hanno provato).
Se volete fare _davvero_ il percorso in bici dalla fine del lago inferiore di Mantova all’imbocco dell’argine destro del Mincio verso il Po, preparatevi all’avventura, come abbiamo fatto noi.

La guida turistica sui percorsi ciclabili mantovani dice che l’itinerario inizia presso il Bosco Virgiliano prendendo un “breve e stretto tratto in discesa, verso un’agevole strada sterrata a margine del lago“. Però trascura il fatto che il percorso è diventato una selva incolta non segnalata (infatti Paolo, al quale sembra che dopo gli zingari del campo nomadi la strada finisca, ha rinunciato), e noi non l’avremmo imboccato mai se non ci avesse fatto strada un tipo in scooter, ciabatte e barba grigia, che si è buttato giù per il dirupo tra ortiche alte più di noi, di fronte ai nostri occhi increduli. Lo seguiamo sulle nostre bici a malapena in equilibrio, e poco dopo arriviamo al lago, intendo dire al margine semi sommerso del lago, tra le canne, le pozzanghere e i saliscendi sulle montagnole di sterpaglie, che ci sembra incredibile lo scooterista abbia superato prima di noi: infatti dopo un po’ abbiamo perso le sue tracce (sarà rimasto risucchiato nel pantano?).
Ci ritroviamo immersi nella giungla, acqua a destra e lago a sinistra, rumori sospetti di animali che entrano ed escono dall’acqua, nugoli di ‘zanzare assassine’ (dice Dado, colto da un attacco di riso, mentre mette mano all’Autan…), ragnatele, neve di pollini, biscie nere grosse tre dita che serpeggiano presso il piede, improvvise apparizioni di cigni, e altri assurdi personaggi in canottiera che fanno jogging in questo improbabile intrico palustre.

dado nella selva PaolaSelva lagoselva

Dopo un quarto d’ora alla Indiana Jones, finalmente rivediamo la luce, il lago convoglia a fiume e risaliamo l’argine destro del Mincio verso il Po.
Il panorama allora si fa tutto bucolico: distese di grano soffice come un maglione di lana, pendici di erba medica tutta fiorita di viola, fiume pieno d’anse e salici semisommersi dall’acqua alta.
Il sole di mezzogiorno ci bacia, e per un paio d’ore apriamo la pista lungo l’argine che scorre davanti a noi, primi visitatori dopo due settimane di pioggia che han fatto infoltire le piante sul percorso dal fondo in terra battuta o ghiaia (quando è visibile).
Ogni tanto le ruote fanno “sciaf sciaf” nelle pozzanghere, e si ricoprono di una “zeppa” di fango. Il fango si accumula anche a lato ruota, dove i peli di gomma del copertone fanno da supporto alla formazione di frange di terra tipo creste da punk; e mentre andiamo avanti, la terra vola dalle ruote, e le frange punk si trasformano in proiettili rotanti che ci ricoprono di una varicella marrone…

Dopo la mattina immersa nella natura, pranzo premio a Governolo, dove la civiltà ricomincia, insime alla strada asfaltata e alla pista segnalata. Cena a Castelmassa (ormai sul Po) per suggellare una tappa da 80 km.

campi tutta natura argine fiori selvatici erba medica
percorso destra mincio

Itinerari ciclabili d’Italia

Se si vuole fare una esplorazione dell’Italia e del centro Europa sfruttando le piste ciclabili esistenti o gli itinerari consigliati, insomma i percorsi pronti, basta aprire la finestra e mettere il naso fuori: si comincia a guardare qualche sito delle sedi locali fiab (federazione italiana amici della biciletta), e un giro tira l’altro!

Ancora meglio, è l’approccio del nostro amico Emilio Rigatti (cito liberamente a memoria da Italia Fuorirotta): “non contano solo gli itinerari noti, ma anche la scoperta di quelli che non stanno su nessuna guida turistica. Non sappiamo cosa c’è nel nostro territorio! Come si fa ad arrivare all’altrove senza passare per le solite arterie (auto)stradali? Provate a descrivere a mente la strada alternativa – si va di qua e si gira di là – e a dare le indicazioni al ciclista, se non ci siete stati…”
L’unico modo per saper dare queste indicazioni è battere il territorio palmo a palmo in prima persona: conosco il posto nascosto se me lo sono conquistato da me.

Probabilmente, mentre voi starete leggendo queste righe, noi saremo già in viaggio: ecco il programma.
– mercoledì 18: treno + pedalata Peschiera Mantova (ciclabile del mincio)
– giovedì 19: Mantova Ferrara (con le anse del fiume, fanno 100km in un giorno?)
– venerdì 20: Ferrara Adria (ciclopista riva destra po)
– sabato 21: ritorno da Adria in treno

Ed ecco la probabile mappa.
A presto per le recensioni!

mincio po itinerario

Ciclopista del Brenta – parte 2

Il primo giorno di pedalata sulla ciclovia del Brenta abbiamo percorso 60 km. Ci siamo fermati per la notte oltre la metà del nostro tragitto perchè non avevamo trovato altri posti dove pernottare.
Il panorama lungo la strada del primo giorno è stato riempito dai colori della natura di montagna: blu del cielo tra le nuvole di zucchero, e azzurro-verde del fiume che scorreva quasi sempre alla nostra sinistra. Verde scuro degli abeti e verde nuovo dell’erba baciata dal sole; giallo o azzurro dei fiori piccoli che tappezzavano le distese dei prati; bianco dei meli e delle cime dei monti.

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Il mattino del secondo giorno è stato caratterizzato dalla scoperta a sorpresa del laghetto carsico di Ponte Subiolo. Un luogo ovattato dalle rocce muschiate e protetto dai fichi attraversati dai raggi di luce, in cui l’acqua di risorgiva sotterranea riempie uno specchio di sfumature trasparenti con tutte le tonalità dei colori freddi e chiari come di pietra preziosa.
La sera del secondo giorno è stata resa affollata dal clima di pre-raduno degli alpini a Bassano del Grappa (che si popolava già in vista della festa della settimana successiva), e dalla cena in pizzeria alla Favorita con gli amici Emilio e Bughi, contattati telefonicamente in quanto li sapevamo in zona (hanno percorso lo stesso nostro itinerario in metà del tempo!).
Certo che a noi, questi giorni sul pedale, hanno fatto venire voglia… di continuare così sempre più!!!

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Ciclopista del Brenta – parte 1

Lo scorso weekend c’è stato un bel sole nei giorni di venerdì e sabato. Ben informati dalle previsioni meteo, ci siamo attrezzati per passare quelle due giornate in sella alle nostre bici, immersi nel verde nuovo formatosi dopo le piogge precedenti, acceso dalla luce primaverile.
Programma della gita treno-bici: percorrere la ciclovia del Brenta, da Pergine a Bassano del Grappa, per un totale di 100 km, in due splendide tappe.
Questo percorso ciclabile è stato messo a punto due anni fa, ed è ancora in corso di ampliamento, con collegamenti fino a Trento, verso Vienna, e così via.
Devo ringraziare Paolo Bonavoglia che ce l’ha fatto scoprire, mediante la recensione del percorso, che nel suo sito presenta anche le altimetrie complete.
L’itinerario, in gran parte interdetto alle auto, è impreziosito dalla percorrenza lungolago (Caldonazzo), lungo fiume (il Brenta, sempre accessibile alla vista come pochi fiumi, dapprima ristretto e poi ampio e forte), sotto monte, dentro il bosco, largo nella valle, tra picchi innevati, presso filari di meli, lungo la via Claudia Augusta vecchia di 2000 anni, nelle tradizioni di allevamento degli ovini della Valsugana, e presso sorgenti che rivelano magici fenomeni di carsismo (di cui parleremo domani).

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La discesa del Torre

Il giro trenobici da Gemona a Udine giù per il fiume Torre lo avevo preparato mesi fa. Solo sabato mattina scorso si è presentata l’occasione per farlo: previsioni di sole splendido e risveglio anomalo alle 4 di mattina, comodamente utilizzabile per ricontrollare il percorso su Google Earth, vestirmi al buio e uscire alle 6:45 per beccare il treno delle 7 (preso per un pelo).
In questo giro le indicazioni delle persone del luogo sono state fondamentali. Mi hanno segnalato ben due tratti ciclabili interdetti alle auto. Il primo era da Magnano a Tarcento (imboccatura a destra della chiesa di Magnano, sul rio Magnalina, come indicato dalla prima foto in basso). Il secondo tratto è stato una strada bianca vicino al fiume, da Reana del Rojale verso Udine (si imbocca da Cortale sulla ‘strada 4 venti’ e si continua giù fino a Godia).
La tappa più bella è stata quella sulle cascate del Torre (osservabili da Tarcento in direzione ‘alta valle del Torre’): un rumore d’acqua impetuosa che lava i pensieri, con la possibilità di scendere sul letto del fiume, mentre la cascata si getta davanti a te.
Tuffo nella natura anche con la seconda tappa sul tratto ciclabile in strada bianca, immerso tra i filari di alberi da frutta: fiori rosa contro il blu del cielo, fiori gialli sopra l’erba, e montagne innevate che si stagliavano nitide all’orizzonte.

rio magnalina giochi di legno le cascate del Torre rumore d'acqua
montagne udinesi fiume torre monti fiori ed erba frutteti