Ciclabile Mincio-Po: parte 4. Tuffo nella natura

Se si vuole percorrere in giù il Mincio sul lato destro, partendo da Mantova dalla zona dei laghi, si deve tribolare non poco per trovare l’inizio del percorso ciclabile. Anche Paolo Bonavoglia nel suo sito dice che ci ha provato usando due percorsi diversi, e si è comunque perso. Non ditelo a noi, che ci abbiamo messo 15 km di divagazioni, mentre la gente del posto ci mandava qua e là, basandosi su due frasi fisse: “da dove venite?” seguito da “dovete andare dalla parte opposta e attraversare tutta la città” (anche gli zingari l’hanno usata, per cui ci è sembrato uno scherzo concordato, però loro hanno fatto anche il gesto di invitarci a pranzo, o perlomeno ci hanno provato).
Se volete fare _davvero_ il percorso in bici dalla fine del lago inferiore di Mantova all’imbocco dell’argine destro del Mincio verso il Po, preparatevi all’avventura, come abbiamo fatto noi.

La guida turistica sui percorsi ciclabili mantovani dice che l’itinerario inizia presso il Bosco Virgiliano prendendo un “breve e stretto tratto in discesa, verso un’agevole strada sterrata a margine del lago“. Però trascura il fatto che il percorso è diventato una selva incolta non segnalata (infatti Paolo, al quale sembra che dopo gli zingari del campo nomadi la strada finisca, ha rinunciato), e noi non l’avremmo imboccato mai se non ci avesse fatto strada un tipo in scooter, ciabatte e barba grigia, che si è buttato giù per il dirupo tra ortiche alte più di noi, di fronte ai nostri occhi increduli. Lo seguiamo sulle nostre bici a malapena in equilibrio, e poco dopo arriviamo al lago, intendo dire al margine semi sommerso del lago, tra le canne, le pozzanghere e i saliscendi sulle montagnole di sterpaglie, che ci sembra incredibile lo scooterista abbia superato prima di noi: infatti dopo un po’ abbiamo perso le sue tracce (sarà rimasto risucchiato nel pantano?).
Ci ritroviamo immersi nella giungla, acqua a destra e lago a sinistra, rumori sospetti di animali che entrano ed escono dall’acqua, nugoli di ‘zanzare assassine’ (dice Dado, colto da un attacco di riso, mentre mette mano all’Autan…), ragnatele, neve di pollini, biscie nere grosse tre dita che serpeggiano presso il piede, improvvise apparizioni di cigni, e altri assurdi personaggi in canottiera che fanno jogging in questo improbabile intrico palustre.

dado nella selva PaolaSelva lagoselva

Dopo un quarto d’ora alla Indiana Jones, finalmente rivediamo la luce, il lago convoglia a fiume e risaliamo l’argine destro del Mincio verso il Po.
Il panorama allora si fa tutto bucolico: distese di grano soffice come un maglione di lana, pendici di erba medica tutta fiorita di viola, fiume pieno d’anse e salici semisommersi dall’acqua alta.
Il sole di mezzogiorno ci bacia, e per un paio d’ore apriamo la pista lungo l’argine che scorre davanti a noi, primi visitatori dopo due settimane di pioggia che han fatto infoltire le piante sul percorso dal fondo in terra battuta o ghiaia (quando è visibile).
Ogni tanto le ruote fanno “sciaf sciaf” nelle pozzanghere, e si ricoprono di una “zeppa” di fango. Il fango si accumula anche a lato ruota, dove i peli di gomma del copertone fanno da supporto alla formazione di frange di terra tipo creste da punk; e mentre andiamo avanti, la terra vola dalle ruote, e le frange punk si trasformano in proiettili rotanti che ci ricoprono di una varicella marrone…

Dopo la mattina immersa nella natura, pranzo premio a Governolo, dove la civiltà ricomincia, insime alla strada asfaltata e alla pista segnalata. Cena a Castelmassa (ormai sul Po) per suggellare una tappa da 80 km.

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percorso destra mincio

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