L’altro giorno mi si è rotto il porta borraccia vecchio di dieci anni, così ne ho preso uno nuovo da Cottur, acchiappato giusto in tempo prima dell’orario di chiusura del negozio.
Ho dovuto armeggiare un po’ per montarlo, perchè le viti erano troppo corte: ne ho dovute prendere due più lunghe, perchè in serie andava anche montato il nuovo porta pompa (preso dopo la successione di forature alle gomme, mi pare ovvio).
Esco per un giro in bici, ma la borraccia tende sempre a sgusciare fuori dalla sede, che risulta troppo stretta, soprattutto nell’afferragio superiore: o era troppo grossa lei (ma non volevo cambiare la borraccia con una più piccola), o era troppo stretto lui (il porta borraccia). Ok: ricominciamo, smonto tutto, recupero lo scontrino e vado a cambiarlo.
Ritorno in negozio ben decisa: ” Salve, vorrei un porta borraccia, ero già venuta da voi e avevo preso questo, che però non mi va bene, e…” lo tiro fuori “… anzi no. Come non detto. Cancella tutto. Va bene così, grazie grazie, saluti”.
Esco, con il porta borraccia in mano, afferrato dal lato giusto, illuminata. L’avevo montato alla rovescia.

Categoria: bici
storie di giri in bici, di incontri in bici, e percorsi consigliati.
I mille tappeti del sottobosco
Nella pedalata attorno al lago di Pietrarossa, ho ritrovato, fedeli, alcuni dettagli che avevo già notato la domenica precedente. Come la macchia di sentiero gialla, che ospitava foglie di tutte le gradazioni dell’oro.
Ma ho anche incontrato il cespuglio di sommacco svuotato, con il fuoco caduto ai suoi piedi.
E mentre mi intrufolavo verso il lago, la terra si faceva nera, e grigi i caduti dell’albero.
Fuori sentiero stavano stesi i tappeti verdi della pervinca. Ho capito perchè la mia pervinca in vaso resiste sempre agli inverni alla finestra. Questa è la sua zona.
Alla conquista del laghetto sperduto
Vi ricordate la storia del laghetto irraggiungibile, il laghetto di Pietrarossa? Domenica scorsa sono tornata a caccia di itinerari da quelle parti.
Ma andiamo con ordine.
Lo scorso weekend è stato caratterizzato da previsioni del tempo scoraggianti: “Bora a 70 km/h, pioggia e neve sulle alture, pochi gradi sopra lo zero”. Mah, chissà se il giro in bici si può fare. Domenica mattina ho deciso di uscire a pedalare lo stesso, abbigliamento tecnico più maglione di lana tra gli strati, e k-way di emergenza in borsa. Devo dire che alla fine nei sentieri nel bosco si stava bene, e che c’erano solo delle finissime goccioline d’acqua nell’aria che mi accompagnavano sempre, minaccia di pioggia ma mai vera pioggia. Quindi meno male che il clima non mi ha scoraggiato e che sono andata incontro alle sorprese.
Treno fino a Monfalcone, percorso Ronchi – maneggio – centro visite di Pietrarossa. Toh! nell’edificio del centro visite c’è qualcuno, andiamo a vedere. D’inverno dovrebbe essere chiuso, forse è una festa privata, beh posso sempre bussare e far la curiosa. Trovo Andrea, che mi spiega che di lì a due ore ci sarà una castagnata con il CAI di Monfalcone; mi invita ad unirmi a loro quando torno dal giro (cosa che puntualmente farò, portando in cambio la mia scorta di arance).
L’incontro con Andrea mi dà l’opportunità di cogliere alcuni indizi decisivi sul mistero del laghetto. Se non mi fossi intrufolata nel centro visite e non avessi insistito chiedendo informazioni sugli itinerari del luogo, Andrea non mi avrebbe dato le brochure sul sentiero dei Castellieri. E se non avessi aperto subito il pieghevole sotto il suo naso, non avrei potuto esclamare: “ehi, ma qua c’è una foto del Laghetto di Pietrarossa, com’è stata fatta dal momento che non è raggiungibile?!!”. Andrea mi spiega che c’è un osservatorio nascosto nel verde, che permette di vedere il lago dal basso; mi descrive come arrivarci (non facile), e mi dice che proprio ieri hanno pulito un po’ il sentrierino che porta all’osservatorio, per permettere al gruppo CAI, atteso per la castagnata, di passarci.
Quest’ultimo indizio è stato decisivo: alcuni rovi tagliati di fresco sono stati l’indicatore giusto per scovare il mini sentiero che s’inoltrava nel folto. Ho legato la bici, mi sono intrufolata tra le fronde, e quando ho raggiunto la postazione-casetta-finestrella sul lago, sono rimasta a bocca aperta come davanti a un tesoro. Pure se mezza diroccata, la postazione mi ha fatto l’effetto di un luogo prezioso, e mi ha permesso di osservare finalmente il lago, piccolo! Molto più piccolo di Lagolo (per chi sa com’è). Sono rimasta un bel po’ in contemplazione di quel posto privato, proprietà di uccelli acquatici in gruppi numerosi, che si tuffavano e chiacchieravano ognuno col suo verso.
Alla fine sono tornata a ringraziare Andrea e a scaldarmi al loro caminetto con le castagne.
Altro che previsioni del tempo.
Non c’è tre senza quattro
Sabato scorso c’erano vento, freddo, cielo coperto… ma almeno un giro in centro con la bici a mezzogiorno ci voleva. Appena ho cominciato a pedalare ho sentito l’aria passare sotto la sciarpa, mi pungevano gli occhi e il naso, però dopo un po’ si stava giusti.
E alla fine della giornata, alle nove di sera, è arrivato il momento migliore. Buttarsi giù per Scala Santa senza sentite il rumore del motore, ma solo il rumore delle gomme sulla strada… Andare in bici di notte è speciale.
p.s. il rumore delle gomme sulla strada si sentiva troppo bene.
Per dieci anni non ho forato mai, e ora le forature sono capitate tutte di seguito, come dice papi. L’ho già detto? Eh, sì, ma ora sono alla quarta. Troppa grazia!
Ecco la foto della spina, trovata conficcata nel copertone. Già fatto foto di spine? Eh, si, ma è come fotografare delle glorie…
Il gelato e la bici
La storia seguente, a forza di rimandi per fare spazio ad altri post, è ormai fuori stagione. Bon, immaginatevi il caldo estivo attorno alla scena, ok?
—————————————————
Dopo una lunga pedalata tra i campi nel sole, e prima di salire sul treno che porta a casa, ci sta bene un bel gelato.
Questa gelateria è quella giusta? Non ancora, vado avanti verso la stazione, e poi se c’è tempo prima del treno lo prendo. Arrivata – dieci minuti al treno. Ok, vada per il gelato. Cominciamolo subito, altrimenti si squaglia.
Arriva il treno. Raggiungere di corsa il vagone per le bici col gelato in mano è un’impresa. Caricare sul treno la bici senza strizzare nella mano il cono del gelato è ancora più arduo, ma è fatta.
Eccomi su. Fisso la bici al porta bici. Ora ci si può rilassare. Anzi no… aaaah la bici fissata male cadeee… per riprenderla, il gelato sguscia dalla mano… finisce sotto la ruota… tutto schiacciato e distrutto in poltiglia!!! Bon che prima di salire avevo preso un tovagliolo di carta…
Il gelato e la bici non vanno d’accordo.
Il laghetto inespugnabile
Le forature della bici si presentano sempre in serie, mi ha detto papi. Aveva ragione. Sabato scorso, la mattina, ero pronta per fare un giro treno-bici a Cervignano, ma appena uscita di casa ho scoperto che la ruota posteriore era forata. Ritorno a casa, Dado mi aiuta a cambiare la camera d’aria velocemente, e riparto per una nuova destinazione: ultimo treno utile, Monfalcone.
Che nuovo giro mi invento? Cartina FVG alla mano, propendo per la direzione Ronchi-Doberdò. Un cartello mi incuriosisce: centro ippico Terrarossa, riserva naturale. Andiamo a vedere! E così ho speso la mattina esplorando la zona protetta fino al centro visite, su strade bianche, sterrati e tappeti di foglie gialle bagnate; foglie che si attaccavano alle ruote e ai pedali; foglie di quercia, d’acacia, frassino e ciliegio canino, ognuna con la sua sfumatura dell’oro.

Volevo vedere il laghetto di Terrarossa: quello piccolissimo che appare a destra in autostrada presso Ronchi, che fa sempre girare lo sguardo. Ho fatto due volte il giro del sentiero attorno al lago, ma non si riusciva a vederlo: “la vegetazione è troppo alta”, mi ha detto un ciclista, e non c’erano accessi al lago. Allora provo a farmi strada uscendo dal sentiero: il lago è là, si sente la sua presenza, sotto forma di assenza degli alberi oltre un certo punto guardando in alto. Ma più volte l’intrico mi blocca, i rovi lasciano collezioni di spine attaccate ai miei vestiti, e allora riprovo senza la bici.
Mi inoltro tra gli alberi in uno slargo apparente, ma per l’ennesima volta i cespugli si fanno trppo fitti per poterli attraversare: non vedo nè spazi che si aprono davanti a me, nè la bici lasciata indietro presso il sentiero. Sento solo un rumore come di pioggia, che a notarlo diventa costante: tic toc, tic toc. Come di rametti che scricchiolano: cric croc, cric croc. Alzo lo sguardo: sono le foglie. Cadono continuamente dall’alto, ma non arrivano mai a terra: si fermano sempre a metà, incastrate sui cespugli e sui trivi dei rami, decorandoli di macchie rosse, gialle e marrone secco; continuano a cadere attorno a me che sto nei cespugli: tic tic, tic toc, cric croc.
Ho capito chi è che protegge il laghetto dai curiosi.

Più tardi, allontanandomi per via della Fornace, chiedo ad una signora anziana che abita lì se è vero che non ci sono accessi al lago. “Da quando hanno fatto l’autostrada e scavato il canale per le risorgive, il livello del lago si è abbassato di molto”, mi spiega; “Non è più come quarant’anni fa, ora del lago si possono vedere solo le sorgenti”.
Sì, la sorgente l’ho vista prima di andare a caccia del lago.
Per vedere il lago, andate in autostrada.
Colori e climi d’autunno

Domenica scorsa, giro trenobici Cormons – Dolegna del Collio, un po’ più avventuroso del solito: due interruzioni per pioggia e una ruota bucata. Dalla prima acqua mi sono riparata prendendo un tè caldo a Mernico. La seconda pioggia è arrivata in comcomitanza con l’ora di pranzo e la foratura, per cui ho fatto tappa al rinomato agriturismo “La Subida”, dove ho potuto individuare la spina ancora conficcata nel copertone, il foro nella camera d’aria (immergendola nell’acqua per veder le bollicine d’aria venir fuori) e ho pranzato con rustiche prelibatezze in compagnia di due coppie al cui tavolo mi sono infiltrata, in mancanza di tavoli liberi.
L’itinerario l’ho scelto andando. Ho costeggiato il confine tra filari di viti gialle, rosse e viola; ho notato l’uso di piantare un cespuglio di rose all’inizio di ogni fila di viti; e ho visto come si può proseguire fino a Cividale (la prossima volta). Non sapevo scegliere qual era il momento di tornare indietro, mi dicevo: vado avanti ancora un po’, vediamo com’è la strada dietro la curva, esploriamo ancora questi campi, proseguiamo sullo sterrato, attraversamento di pozzanghere – sciaf sciaf sotto le ruote -, lascio la bici e proseguo sotto le viti ancora un po’…
Ad un certo punto, in mezzo ai filari, vedo un tipo col fucile che mi trova là ferma impalata. Mi chiede: “L’hai combinata grossa?”, e restiamo ancora un attimo lì, dubbiosi nel riconoscimento reciproco. Poi vado avanti, riprendo la macchina fotografica da sopra la bici, e rispondo: “Mi sono fatta un autoscatto”; e aggiungo, buttando un occhio al suo cane da caccia: “preso niente, oggi?”. “No, per oggi basta”. Anche lui era solo di passaggio come me, e per entrambi era arrivato il momento di tornare indietro.
La rivincita della geografia
Quanti sono i ponti del Tagliamento, e quali di questi sono percorribili in bici? (poichè vanno esclusi quelli dedicati solo ad autostrada o ferrovia).
Nel momento in cui mi pongo, per la prima volta, questa domanda, conosco bene già due coppie di ponti, attraversate in altrettanti giri in bici; ponti vissuti come posizione di perno del giro, e luoghi dal panorama liberatorio.
Già parecchie sono state le pedalate esplorative di quest’anno, che stavano in relazione col Tagliamento, come luogo di ricerca della pianura, della Natura e dell’acqua rasserenante. Allora mi dico: potrei fare una collezione completa di ponti e di strade lungo-argine del Tagliamento, perchè no?
Eh, sì, magari la faccio. Ma non è tutta qui la faccenda. Questo è solo un esempio di elemento primigenio, che ne chiama con sè anche altri!
Tra i prossimi giri treno-bici (pianificati come sempre su Google Earth, che mi pare tutt’ora più convincente delle carte 1:25.000 per escursionisti) ci sono: la discesa del Torre, il costeggiamento delle Prealpi Giulie, e ci sono ampie a piacere esplorazioni lungoferrovia e fondovalle. Con un occhio ai punti cardinali nella scelta del fronte da percorrere al mattino o al pomeriggio, affinchè sia quello battuto dal sole.

Luci e ombre
Sabato scorso, Bora a Trieste, sole e calma nell’entroterra. Alle 8.45 accendo il pc e guardo l’orario dei treni per Cormons: alle 9.04 c’è l’unico treno decente; prendo, ed esco! Combino quindi un piccolo e splendido giro treno-bici in mattinata: da Cormons all’Anello del Monte Quarin, un percorso che potrà essere un’ottima base per ulteriori esplorazioni ed itinerari nel Collio.
Due immagini: la pioggia di foglie d’acacia attraversate da luce dorata, poco dopo il maneggio della Subida. E presso il bosco di Plessiva, si accende davanti a me un mulinello di foglie di vite, rosse e grandi, portate in alto dal vento o forse dalla piroetta di un folletto ubriaco.
In treno ho parlato con Drasen, un ragazzo di Bucarest piuttosto giovane. Andava a Udine a cercare lavoro, i lavori precedenti fatti a Roma nei fast food erano una fregatura, mi ha detto. Ho avuto l’impressione che presso le stazioni si chiudesse in bagno per evitare il controllore.
Ieri ho visto il film di Ken Loach, “In questo mondo libero“, sul sistema del lavoro precario: come protagonista, una ragazza londinese, che subiva e metteva in atto i meccanismi che la portavano dalla condizione di sfruttata a quella di sfruttatore.
Giro treno-bici Venzone – Lago di Cavazzo
Questa gita domenicale è stata a lungo studiata su Google Earth. Fatto l’itinerario, fatti i biglietti, presi i pantaloni lunghi per la bici, c’è tutto.
Si parte domenica mattina col treno delle 7:35, che percorre la tarvisiana senza cambi. Arrivo due ore dopo alla stazione di Carnia. Discesa verso Venzone. Perchè non girellare nei campi? Andiamo a caccia dell’argine, ma in realtà troviamo un gregge di pecore, un cane da pastore e dei cani da caccia. Chiesetta di S. Maria a Portis, svise con la bici sull’erba.
Prima tappa della giornata: il centro storico di Venzone. Qua ci vuole una brioche con la cioccolata! Al Caffè vecchio, e poi intrufoliamoci tra i cortili di via delle Mura, le mura antiche!

Il giro era pensato per attraversare due volte il Tagliamento, per arrivare al lago di Cavazzo. Si passa per Bordano. Quanti murales sulle case! “Un’idea dell’ex sindaco di Bordano”, ci spiega Andrea Zingaro, che è anche orgoglioso di invitarci a vedere le sue colorate sculture a forma di farfalla. Per arrivare al lago, si deve superare il passo Bordano-Interneppo, facile, solo 100 metri di dislivello. In compagnia di altri murales che rappresentano illustri ciclisti in scalata insieme a te.

Arriviamo a Interneppo, e la vista dall’alto sul lago di Cavazzo (o Lago dei Tre Comuni) è sia affascinante, sia deturpata dall’autostrada che lo attraversa. Meglio godere il lungolago da vicino, tra le canne del parco, sdraiandoci ‘comodamente’ sui sassi, fino a mettere l’occhio quasi sul pelo dell’acqua e quindi sulla linea dell’orizzonte vicino.
Certo che mi spiaceva non essere rimasta un po’ di più a Bordano, a vedere il Parco delle Farfalle… Beh, allora torniamoci! Anche il percorso Trasaghis – Bordano è bello, segue l’altro argine del Tagliamento. Per il ritorno a casa, passiamo il secondo ponte sul Tagliamento, il Braulins – Gemona. E c’è pure tempo per un’ultima scalatina in bici, verso il centro storico di Gemona, dove troviamo un murales moderno: “parlate friulano, e inglese”.

























