Il sole sulla Strada Stefania

E’ impossibile rendere in fotografia le tre dimensioni di un bosco.
I passaggi nei tunnel frondosi di alberi che si curvano su di te.
I guizzi dei raggi di luce tra i rami, che come scintille colpiscono l’occhio.
I cambi di colore continui, da caldo a freddo nell’ombra.
E il senso di fare un viaggio attraverso uno spazio, stretto e largo senza contraddizione.

un contrasto un po' di asparagine tra le foglie anche i rami sono belli, non solo le foglie diversi tipi di oro
foglie di quercia sospese sommaco ed erba texture non solo di spine a fuoco e no
sotto di questi, c'è chi arrampica traguardando il sentiero vista dal costone una via di cuscini rossi mi attende

La Strada Stefania con la neve

Sabato pomeriggio sono tornata sulla Strada Stefania, e ho trovato il nodo che congiungeva i tratti di cui cercavo l’unione fin dall’anno scorso.

Il percorso è questo. Partenza da Prosecco (tre fermate dopo il capolinea della 26), passeggiata sul tratto d’ingresso della Napoleonica (lato pareti di roccia), imbocco della discesa sterrata che appare poco dopo sulla destra, ma solo per qualche metro. Il primo sentiero disponibile, parallelo alla Napoleonica ed esposto lungo il costone, è la splendida Strada Stefania, ornata da una bordura in rocce carsciche.

Grande luce del tramonto, via aperta, effetto sempre pieno di respiro. Profumo di salvia che sbuca dalla neve, di foglie di quercia umide, di muschio e terra indorata dal sole.

Dopo un’ora di camminata, compare una serie di cavi elettrici che tagliano l’aria davanti alla strada, e lì c’è un bivio appena appena visibile nel bosco. Ecco: a questo bivio, se si procede verso l’alto, si torna sulla Napoleonica poco prima dell’Obelisco (come avevo fatto la prima volta). Se si procede verso il basso, si raggiunge una piana bagnata da pozzanghere, e poi il guado sul rio Bovedo, che è quel punto con l’ingannevole trivio su cui mi ero confusa la seconda volta. Ora ho capito come ci si arriva dall’altro lato. Da lì si prosegue fino al Monte Radio, per completare tutto l’itinerario che collega Prosecco a Gretta a mezzo costone.

ghiaccetto tra i sassi cristallini sul rosso la strada stefania con la neve vista sul golfo
salvia e neve e un gran cielo blu un pezzo di ghiaccio tra i rami nel cielo piana con scultura di legno
erbette fuor d'acqua il rosso del tramonto il segno della strada stefania verso il rio bovedo tramonto a novembre

Avendo ormai chiarito quel che serviva, invece di continuare dritta attraversando il rio Bovedo verso il Monte Radio, ho preso il terzo ramo del trivio. Sono rimasta sulla stessa sponda del fiume, e ho girato la collina verso la luce del sole che s’immergeva in acqua.
E lì è venuto l’inghippo.
Riuscire a sbucare nella meta prevista in via Ulderico Moro non stato facile, perchè all’arrivo ho scoperto che il passaggio usato un anno fa è stato chiuso da un recinto.
Dopo il tramonto, la regola esplorativa di andare sempre avanti e mai indietro non vale più. Meglio la strada nota. Anche se per riguadagnarla c’è bisogno di aprire un recinto sollevando un pannello della rete.

le foglie che si perdono foglie sotto lo specchio

(Lo ammetto, prima di mettermi a smontare la rete, tre tentativi di trovare un sentiero nuovo li ho fatti. E mi sono infossata dapprima giù per un altro ramo del rio Bovedo, poi presso una graia e infine in mezzo ad un vigneto col filo spinato. Niente da fare. Anche se da quei punti il curvone di strada del Friuli era ben visibile alcuni metri più in giù e sembrava a portata di mano, sono dovuta tornare indietro per forza, con la coda fra le gambe.)

Pisolino allo stagno

Domenica vado in bici, come sempre. Prendo il treno fino ad Aurisina. Il mio piano è visitare lo stagno di Ceroglie.

Mi inoltro nel sentiero 31, un single-track che va nel folto: sommaco che si chiude sulla strada, acacie che graffiano le gambe. Quando il sole è troppo caldo, mi fermo sul muretto di una villa, e pranzo col panino portato da casa.

All’incrocio di Slivia del sentiero 33, sbaglio direzione, e me ne accorgo solo quando sono a San Pelagio.
Pazienza.
Cambio meta.
Vado allo stagno di Colludrozza.

Avevo già visitato lo stagno di Colludrozza in inverno.
Ora è caldo e estivo, rigoglioso di verde acquatico.

Mi siedo sul bordo dello specchio tondo.
Il rumore bianco della natura ha un effetto ipnotico.
Grilli che cantano. Vento negli alberi. Sbattere d’ali di libellule che si incrociano. Qualche bolla d’aria che esce dall’acqua.
Quando mi risveglio, mi accorgo che non era un sogno. Lo stagno è ancora lì davanti a me.

stazione di Aurisina austroungarico dolina del giacimento di selce inoltro nel folto
Bajta E allora? stagno di Colludrozza strada per lo stagno di Colludrozza
verde lievemente oscillante piante acquatiche due bue fuochi d'artificio!

La strada del latte

Lo scorso venerdì ho ripreso il giro sopra la Cava Faccanoni, partendo dall’altro lato.
Autobus numero 39, fermata a Trebiciano. Arrivo al monumento a centro paese, percorro ancora duecento metri in direzione Opicina, e giro a sinistra. Un segnale rivolto alle bici indica di superare l’autostrada con un cavalcavia. Poco dopo, inizia il sentiero: la strada del latte è questa.

La giornata è piena di luce, tra gli alberi filtrano dei raggi accecanti, sembra di passare sotto archi e colonne di rami e di oro.
Le nuvole cambiano continuamente forma.
La strada scende fino alla città, puntando al sole.

Quando arrivo in centro, mi accorgo che l’odore è cambiato.
Il profumo della natura, quello di prima, era diverso.

Campo Carri la strada del latte, inizio cielo nubi e rami vista sul mare
nuvole diagonali colore del folto intreccio segno del sentiero
Strada del latte rete a parete Ponterosso dal bus Dettagli nascosti

Dalla sella di Banne alla sella di Monte Spaccato

Sabato scorso ho guardato la mia nuova mappa dei bus, e ho preso la linea numero 3 fin sotto l’antenna di Conconello. Sapevo che da lì partivano diversi sentieri da esplorare, e così, appena sono arrivata, mi sono piazzata all’imbocco del bosco con la cartina in mano.
Proprio in quel momento, due ciclisti con la mountain bike mi hanno chiesto informazioni. Li ho aiutati ad individuare la strada sterrata verso la cava che serviva a loro, e ho pensato: quasi quasi questa via va bene anche a me.

scalette verso l'antenna sentiero verso l'antenna Sentiero de Rin visto dall'antenna di Conconello il mare in primavera
la Strada del Latte grande vista dall'antenna violette del sottobosco il bosco comincia
A lato del sentiero il mare tra querce e pini marittimi L'imbocco dlela Strada Romana mappa itinerario

La panoramica pista forestale Sentiero de Rin collega la Sella di Banne alla Sella di Monte Spaccato, attraversando quasi in quota, a mezza costa ed a riparo dalla Bora, il ciglione carsico che si affaccia sulla città. E’ stata tracciata dal Governo Militare Alleato negli anni Cinquanta, ed è stata valorizzata in tempi recenti con mappe segnaletiche e pannelli esplicativi.

A un terzo del percorso, si incrocia la Strada del latte, che veniva utilizzata dalle donne che portavano le ceste del latte (fino a trenta chili, sulla testa) dagli allevamenti d’altipiano al mercato, attività fiorente dalla metà del XIX secolo agli anni Cinquanta. Tuttora la Strada del Latte collega in discesa la Sella di Trebiciano verso Località Baiardi e Monte Valerio

A due terzi del percorso si sorvola la Cava Faccanoni. Questa cava è stata attiva dal 1907 al 1990 circa. I primi materiali estratti sono stati utilizzati per la costruzione della linea ferroviaria che collegava il porto di Trieste all’altopiano carsico.

Alla fine del percorso (zona strada statale 202) si può scendere verso città lungo la Strada Romana, che si ritiene vada a ricalcare uno dei percorsi di collegamento aperti in tempi antichi: quelli in cui Tergeste (Trieste) e il suo retroterra furono inserite nella provicia Venetia et Histria e poi collegate ad Aquileia.

Il giretto mi è valso tre ore di sole, con arrivo in zona Guardiella e San Giovanni, e mi sono rimaste in mente diverse ramificazioni da esplorare le prossime volte.

Il sentiero Ressel con la neve

cielo blu con la neve a spasso per i campi neve nel bosco impronte di lepre
sentiero di neve nel bosco i tipi di legno Davidaola sulla neve impronte d'uccellino

La storia della vegetazione del nostro Carso è segnata da alterne vicende.
Il nostro altopiano non è sempre stato una landa pietrosa.
Fino al 1500, vaste foreste di querce (rovere, roverella, cerro) ricoprivano le spalle di Trieste, subendo sorti altalenanti a seconda dello sviluppo della città.
Dal 1500 in poi, incendi, tagli e pascoli indiscriminati hanno tarsformato gran parte di questi querceti in un’arida landa pietrosa e rocciosa.

Mentre leggo queste righe nel pannello che presenta il retroscena del sentiero Ressel, mi ricordo quanto scritto da Jared Diamond in Collasso, ovvero il tema dell’“amnesia del paesaggio”. Siamo così assuefatti all’aspetto del Carso come terra di pietre (spesso descritto così in associazione alle storie della Grande Guerra), da dimenticare che questa connotazione è il frutto della deforestazione.

Continuo a leggere il pannello.
Nella seconda metà del 1800, col contributo di Josef Ressel, sono state eseguite sul Carso imponenti operazioni di rimboschimento artificiale, con l’utilizzo del pino nero come pianta preparatoria. In tutto il Litorale austro-illirico, furono piantati ben cento milioni di piante: un lavoro immenso che valse il Grand Prix alla Esposizione mondiale di Parigi del 1900.
Ecco allora che ci siamo abituati anche al pino nero, ormai centenario, caratterizzante le zone dove è avvenuto il rimboschimento.

E a questo punto mi ricordo anche delle parole di un vecchio amico biologo, che lamentava gli altri elementi artificiali. Secondo lui, l’introduzione dell’abete rosso, del faggio, e di altri tipi di pino hanno squilibrato i rapporti tra le varie specie del bosco.

In conclusione, il lavoro di riforestazione del Carso è rimasto a metà.
Lo scopo iniziale del progetto era quello di avvicinarsi gradualmente ad un rimboschimento dalle caratteristiche naturali, ma le due guerre mondiali e i nuovi confini statali hanno rallentato l’evoluzione del progetto iniziale.

Lo stagno come luogo magico

Domenica pomeriggio c’era uno splendido sole.
Ambra mi ha mandato un messaggio tipico dei suoi, con un invito per una passeggiata di lì a pochi minuti. Ovviamente, era una proposta perfetta!

Il sole inonda le rocce e gli alberi cascatelle dopo la pioggia colonnine d'acqua per farsi baciare luci e ombre e rami riflessi
forme d'acqua e dei rami cielo blu della domenica Università vuota di domenica Tonalità di verde profondo

Abbiamo preso il tram. L’ho portata allo stagno di Villa Giulia, che lei non conosceva ancora.
La notte prima aveva piovuto molto, e così gli specchi d’acqua si erano riempiti al colmo. I quattro rivi che scorrevano dalla parete di roccia soprastante scendevano con un rilassante rumore di fondo. Ci siamo arrampicate fin sotto le colonnine d’acqua, a farci baciare dalle piccole gocce piene di luce.
Raggi di sole e ombre verdi attraversavano le pozze rendendole misteriose. Ogni tanto qualche tritone si tuffava in profondità. Non potevo fare a meno di immergere le dita tra acqua e fango, avvitando vortici di terra acquosa che poi girava autonoma, a forma di medusa.

La passeggiata è continuata fino alla casetta osservatorio di Biologia; l’Università domenicale pressochè vuota era per me un posto lontano nel tempo. Mi ha sorpeso vedere che il sentiero sterrato sopra Clivo Artemisio era così vicino alle aule studio, eppure per tanti anni non lo abbiamo mai attraversato. Basta alzare lo sguardo e cercare, gli angoli nuovi non si esauriscono mai.

Raggi magici sull'acqua Ambra che punta verso l'alto

Il percorso Vertikala e i sentieri sotto la Napoleonica

Che bel!
Come primo post dell’anno, possiamo registrare una splendida giornata di sole.
Oggi abbiamo esplorato i boschi delle colline sotto l’altopiano, e siamo andati a caccia di sentieri nuovi. Riferimento, come sempre: la cartina Tabacco n. 47.

Il primo tratto che abbiamo percorso è stato il sentiero Vertikala.
In teoria questo sentiero inizia nella parte più alta di Scala Santa, subito sotto il ponte per la ferrovia. In pratica abbiamo verificato che quel tratto è mezzo abbandonato, per cui conviene entrare nel bosco più in giù, dove comincia il gruppo più folto di case. Si entra di fronte all’uscita del sentiero Piscianzi-Scala Santa (a destra per chi scende), e si procede giù per la collina in direzione dell’antenna di Gretta.

Il punto più basso del sentiero Vertikala attraversa il rio Martesino. Nell’avvicinarci al rumore dell’acqua che sembrava piuttosto forte, abbiamo temuto di incontrare delle difficoltà ad attraversare il guado. Invece l’attraversamento è comodamente garantito da un ponte, si prosegue dunque dall’altro lato in un bosco curato.

In meno di un’oretta si sbuca in via Bonomea, e per noi in quel momento era arrivata l’ora di pranzo.
Abbiamo però ceduto alla tentazione: continuiamo la passeggiata, un altro sentiero ci attende!

Solitario Viandante Palla nel bosco Palla nel bosco l'identificativo della rotta
l'ingresso al sentiero della Strada Stefania da Gretta muschio alla base guado sul rio Bovedo sentiero identificato in bianco e blu

Era da un po’ che volevo percorrere la Strada Stefania nella direzione da Gretta a Prosecco. In passato ci avevo provato solo dal lato opposto, perdendola a metà.
Con questa idea in mente, ripartiamo per un’altra ora di strada.

Attraversiamo via Bonomea, saliamo di pochi metri fino alla fontana, e ci inoltriamo tra le case in via Terstenico.
Il sentiero riparte da lì nel bosco, con grande vista sul mare a sinistra. Si scende un po’, e si superano due guadi senza difficoltà.

Il secondo guado è quello del rio Bovedo, ed è lì che la nostra esplorazione incontra un nodo.
Dal guado del rio Bovedo infatti si apre la scelta tra almeno tre diramazioni del percorso. Noi abbiamo deciso di rimanere sullo stesso livello di quota, e così facendo ci siamo inoltrati presso la conca di Cjevoline, e abbiamo visto apparire la strada Napoleonica guardando da sotto in sù. Senonché, tra noi e la Napoleonica stava un ampio solco nella collina che ci manteneva separati da essa. A quel punto, abbiamo capito che la Strada Stefania era persa.
Per continuare sulla Strada Stefania (che dopo il guado in qualche modo risale, attraversa la ferrovia e si posiziona sul costone della Napoleonica, agganciadosi immediatamente sotto ad essa) avremmo probabilmente dovuto fare una scelta diversa al guado. Poco male, ci riproveremo la prossima volta.

Il nostro giro si è concluso dunque più in basso, sbucando in via Ulderico Moro. Il curvone di strada del Friuli era a portata di mano. Siamo ritornati a casa in bus, per un pranzetto tardivo e affamato.

un tronco piuttosto ingallato il sole che bacia il golfo davidaola love uno scorcio da sopra il Faro
le quercie dalle foglie dorate dolci piantine del sottobosco riflessi sullo stagno nel bosco lo stagno a metà strada
il bosco sopra Strada del Friuli Miramare visto dal bosco luci sparse sull'acqua le Alpi dietro il castello