P, sotto le coperte: “Che bello! Quando il letto passerà in casa nuova, entrerà nel regime dell’ordine!”
D: “Strano… Non ti sei ancora addormentata e già sogni…“
Categoria: storielle
storielle un po’ vere, un po’ inventate, un po’ simboliche…
La storiella dei funghi luminosi
L’altro giorno, dopo che ho raccontato del sogno in cui fotografavo funghetti psichedelici, Luisa mi ha risposto. Ha scritto questo: “I funghi luminosi esistono, te li mando per posta”. E io mi sono domandata: ci sono funghi che viaggiano con i portalettere?
Fatto sta, che sono arrivati davvero.
Eccoli qua: oggi pomeriggio li ho trovati in un fazzoletto bianco, un pacchetto con sorpresa, insieme alle finestre rimontate in casa nuova.
Sono gli Omphalotus olearius fosforescenti. Di notte le lamelle emettono luce, se ben stimolate dal sole, con lo stesso meccanismo delle lucciole. Ci dicono che li ha trovati Marino, re dei funghi. È una specie molto velenosa che cresce sugli alberi di olivo (per queso il nome olearius). Secondo Marino sono così luminosi che puoi raccogliere le olive al buio…
E ce ne sono anche altri, di boleti che fanno le follie.
C’è il silvaelucens Mycena (detto anche Forest Light, luce della foresta).
La didascalia della sua foto spiega: Un nuovo fungo luminescente, silvaelucens Mycena, scoperto dal Professor Dennis Desjardin e da un ex studente della San Francisco State University, Brian Perry, è stato segnalato sulla rivista Mycologia. La specie è stata raccolta nei terreni di un Centro di Riabilitazione degli Orangu-tangu, nel Borneo, in Malesia ed è stata trovata sviluppata sulla corteccia di un albero. I funghi sono piccoli, con cappello di misura inferiore a 18 millimetri di diametro.
E poi arriva la notizia che alcuni scienziati brasiliani hanno scoperto una nuova specie di funghi fosforescenti.
Questi funghi, che si trovano al Parco Nazionale della Valle Ribeira non lontano da San Paolo, emanano una tenue luce verde quando si trovano al buio.
Non sappiamo se sono commestibili, però la curiosità di vedere l’effetto di un prato di funghi fosforescenti ce l’abbiamo.
Potremo un giorno coltivarli per sostituire le luci da giardino? Chissà!
(grazie a Luisa per gli aneddoti)
Un sottotetto da sogno
L’altra sera, mentre ero sola a casa sul pc, ha suonato il citofono.
Drìn, drìn!
Ho guardato dalla finestra. Sapevo chi poteva essere a quell’ora: papi! Con dorfi, bau, che faceva una passeggiata.
L’ho invitato su, giusto un saluto.
Tra una cosa e l’altra, mi ha raccontato questa storia:
Sai cosa mi ha detto Francesca stamattina?
<<Papà, stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato che tu avevi preso la moquette, la stuoia per la stanza sotto il tetto. E a me non piaceva, buu! Non mi andava bene! E allora, avvisami, quando vai a prendere queste cose, devo venire anche io! Devi avere la mia approvazione! Andiamo assieme!>>
Io a quel punto le ho detto:
<<E’ incredibile, Franci, quello che mi racconti. Ora, senti questa. Anche io ho fatto un sogno. Andavo per i negozi a cercare una moquette per il tuo sottotetto. Andavo da Marchi Gomma, da OBI a Capodistria, guardavo i rotoli… Ma non ero soddisfatto, non me ne andava bene nessuna. E questo sogno è durato diverse puntate! Io mi svegliavo, andavo al bagno, e poi tornavo a dormire, e il sogno riprendeva! Vedevo rotoli di tutte le misure, di alcuni metri, grandi e piccoli… Non è possibile, proprio questa notte!>>
Che roba, guarda che coincidenza.
Storia di una sariandola (anzi, due)
L’altro giorno Dado mi ha chiamato, prima di prendere il treno per tornare a casa, e ad un certo punto la sua voce è sparita: “‘speta, ‘speta un momento!“, mi dice. “Go visto una picia sariandola, ‘speta che la ciapo!”
Eccola qua, detto fatto, l’ha presa e le ha fatto al volo una foto.
Direttamente dalla mano del Dado.
Questo episodio mi ha ricordato una storia di qualche anno fa, di quando Dado ha salvato una lucertolina in difficoltà.
Dado stava ancora a casa dai suoi, e in campagna erano state messe delle trappole fatte di carta con vischio per topi, una sostanza adesiva che li avrebbe catturati.
E invece ci era finita sopra una lucertolina, si era appiccicata tutta e non riusciva più a liberarsi!
Dado allora, con un batuffolo di alcool, l’aveva staccata con delicatezza dalla carta-vischio, facendo attenzione che non rimanesse lì la coda.
Ma questa lucertolina si era ben ricoperta di adesivo, e continuava a rimanere incollata alla mano del Dado; se si sforzava tutta per spostare una zampina di qua, …splach!, si riappiccicava di là.
Ci è voluta un bel po’ di pazienza, e tutta la proverbiale abilità di Dado nel salvare gli animaletti, per lavarle via l’adesivo di dosso un po’ alla volta. Alla fine era fatta: “Va’ sariandola, cori, scampa via prima che qualchidun altro te ‘rivi a ciapàr!”
Sogni d’acqua
L’altra notte ho sognato di essere in Friuli a Budoia, nel ristorante dove avevo mangiato risotto di funghi tempo fa.
Dopo il pranzo andavo in terrazza. C’erano le colonne di legno, un fondo a tappeti di vimini. E davanti a noi si apriva il fiume Mekong. Verde, ampio, fino all’orizzonte; separato con una riga netta dal cielo grigio, incombente, pieno di affascinante brutto tempo.
E il Mekong lambiva il pavimento e il tappeto, e i miei sandali, con due dita d’acqua che risalivano la terrazza in una lieve onda.
Guardavo i sandali inumiditi, ridevo.
Bagnarmi i piedi mi piaceva.
La notte dopo ho sognato di essere in bici lungo l’argine del fiume Vipacco, quello che la settimana prima era straripato per le forti piogge. E pedalavo lungo l’erba e le alghe, su un argine leggermente sommerso, ricoperto da un dito d’acqua.
Con la ruota appena bagnata andavo avanti verso il centro del fiume, attraversavo l’argine larghissimo, puntavo proprio al fiume aperto. La ruota davanti a me, il fondo verde di limo davanti a me, arrivavo a venti centimetri dall’orlo dell’argine, arrivavo fino a… stop.
Una frenata all’improvviso.
Il fondale sotto la mia ruota spariva giù poco più avanti, blu, come un profondo tuffo. Che io non facevo. Mi ero fermata in tempo, prima di quella enorme piscina corrente.
Tornavo indietro, ripercorrevo l’argine in senso inverso, mi allontanavo dal corso d’acqua, come un funambolo su binari, su frammenti d’alghe, un po’ scivolose e un po’ emergenti.
Finchè ero del tutto fuori.
Presso una diga.
C’era un guardiano del faro, cioè un guardiano della diga.
Che mi diceva: “Ti è andata bene“. Aveva visto tutto.
“Già“, rispondevo, e adocchiavo un timone.
Da capitano della nave, poteva far aprire la diga e controllare le grandi cadute d’acqua.
Io ormai ero a posto.
Giocavo addirittura a parlare tra tecnici.
E mi facevo spiegare come funzionava tutto quanto.
HSH Chapter 26 – i racconti del pavimento3
Finalmente è completato il recupero del pavimento del corridoio, e manca poco alla sistemazione anche di quello della cucina. Non eravamo sicuri che saremmo riusciti a salvarlo, ma non volevamo finire anche noi col ricoprirlo per l’ennesima volta. Già quando ne avevamo scoperti i primi angolini sommersi, ci eravamo affezionati al pavimento storico come elemento caratteristico della casa.
In corridoio dunque abbiamo riportato alla luce, da sotto gli strati di gomma, cemento e linoleum, delle piastrelle sale e pepe arancioni sufficientemente integre, che reputiamo originali, risalenti all’anno di costruzione, il 1904. Gli ingressi di tutti gli appartamenti ai vari piani le mostrano ancora: mi sembra questa una prova sufficiente.
E poi in cucina, appena due settimane fa, abbiamo scoperto un’area ricoperta da sale e pepe più recente, probabilmente introdotto in seguito come riparazione, a sostituzione di parte delle piastrelle a rombi in cotto tinto. E ora, dai rombi, stiamo grattando via gli ultimi strati di colla che i vari abitanti vi hanno applicato nel tempo.
L’altro giorno, Dado mi ha detto: “Secondo te, se scrivo piastrelle sale e pepe su google, che sito viene fuori al primo posto? Davidaola!”
La piastrella sale e pepe è più propriamente detta marmetta, o graniglia (o, per usare un termine ormai desueto, la “Palladiana”). E’ un materiale tecnico con una nobile storia alle spalle. Ingredienti base erano acqua, grani e polvere di marmo, cemento, ossidi coloranti.
Deriva dalla stessa tecnica del Terrazzo alla Veneziana, realizzato in calce e pezzi di marmo e molto diffuso nelle dimore patrizie della Serenissima fin dal Medioevo. La differenza fra i due risiede nelle dimensioni del marmo impiegato, che nella graniglia sono molto più piccole. Inoltre la marmetta, invece di venire lavorata direttamente sul luogo di posa, viene preparata con formelle in laboratorio, per essere poi posata successivamente. Questo conferisce alla graniglia di marmo la versatilità di forme anche esclusive, commissionabili su richiesta, con sorprendenti possibilità creative.
E’ noto che il gusto Liberty (quello a cui la nostra casa si informa) utilizza la marmetta proprio come riproduzione dell’elegante pavimento alla veneziana. Dopo gli anni ’20, con il processo industriale che impone nuovi ritmi di lavoro e di vita, la produzione su larga scala segna il destino di tanti prodotti. Da quel punto in poi, per la graniglia non c’è più spazio. Infatti, già a partire dagli anni ’40, la prestigiosa tradizione svanisce.
Oggi esistono isolati casi di riproduzione di questa tecnica a posteriori.
Il lotto arancione del nostro corridoio probabilmente è stato commissionato, su misura anche nella quantità complessiva, proprio per la costruzione di questa casa, dal momento che ci è sembrato un colore piuttosto raro. Era anche uso, ai tempi, lasciare nelle cantine alcuni campioni aggiuntivi di quelle stesse piastrelle, per future riparazioni. E infatti il nostro vicino era riuscito a procurarcene un ultimo esemplare, che aveva atteso nella sua cantina fino a noi.
Ora che l’abbiamo recuperato, il pavimento in marmette arancioni, il riquadro chiaro con inserti giallo-rosso, e il lato siena e cioccolato con i rombi, ci fanno compagnia con i loro colori solari. Le venature estranee, le imperfezioni che ormai conosciamo a memoria (come l’occasionale granello nero solitario, o la comparsa a stella dello strato di preparazione in calcestruzzo grossolano) sono gli elementi a cui siamo più affezionati.
Storia di un asteroide
Dagli alti piani della casa delle CiilaMeraviglie, Fra ci narra la sua ultima avventura.
Indovinate cosa succede a sbattere il piumino dai peli di gigiuzza…
MIAO, mi guarda la micia un po’ in disparte, mentre faccio del piumino una pallotta.
Mi sporgo appena dalla finestra, spingo il piumino verso fuori.
Apro la palla e vedo… un oggetto in caduta per sei piani…
NOOOOooOOOoooOOOOOO!!!
Per un attimo, spero che si tratti “solo” del telecomando.
Invece, la legge di Murphy ha colpito ancora.
Ops, ho lanciato il cellulare fuori dalla finestra……..
Messaggio dal Dado…
AmicoGeko
Oltre a quella delle nottole, c’è anche un’altra storiella animalesca simpatica da raccontare.
Qualche settimana fa, come al solito vado a chiudere le persiane della finestra della camera prima di andare a dormire. Mentre apro la finestra vedo con la coda dell’occhio qualcosa che si muove.
Alzo la testa e paf!, una cosa verdastra cade dalla parete e comincia a correre sul pavimento.
Svelto (io), l’abbranco tra le mani. È un geco!
Cerca di scappare ma tengo le mani chiuse. Chiamo Paola e mi faccio portare un Tupperware. Lo appoggio dentro e chiudo il tappo. Ma così non mi piace, poverino…
Vado a prendere il setaccio della farina, tolgo il coperchio e lo appoggio sopra la scatola. Adesso può respirare tranquillo!
Me lo guardo un po’: le zampe appiccicose che possono aderire su tutte le superfici sono proprio carine. Gli occhietti vigili.
Cerco notizie su internet: che bestia è? che ci fa da queste parti? cosa mangia? cosa beve? lo teniamo?
Posto che tenere un animaletto a casa non è comunque facile, tenere un geco non è comodo. Per la cronaca il geco è un rettile cacciatore notturno. Mangia farfalle, falene, grilli, larve, scarafaggi, cacciandoli vivi, dal crepuscolo in poi. Già qua è un problema: chi se lo tiene a casa in un terrario, si deve attrezzare anche di un altro terrario, dove dovrà allevare anche gli insetti che serviranno da pasto al geco…
Mi dispiace, stasera fai digiuno, non ho grilli sottomano. Però leggo su internet che per dargli da bere basta spruzzare il terrario con l’acqua, e poi lui si va a bere le gocce dalle pareti.
Il secondo problema è che il geco, come tutti i rettili italiani, è una specie protetta. Chi lo tiene a casa in cattività è multabile. Di suo, comunque, il geco entra a casa della gente, approfittando delle imposte aperte, e viene a cacciare anche in coabitazione con gli umani.
Bon, anche se ci avevo già fatto amicizia, mi sono risolto di lasciarlo libero il giorno dopo. Così, con un ultimo saluto, l’ho lasciato al giardinetto, su un muretto tra le cui fessure può farsi un nido. Ciao!
Questo per tutti quelli che credono che in città la natura non esiste.
E questo in foto è lui, l’amicoGeko, fotografato sulla parete, un secondo prima che mi cascasse quasi sulla testa!

Storia di tre nottole
L’altra sera, era venerdì, c’era un concerto in piazzetta organizzato da Toni Lamponi.
Andiamo a sentirlo dopo cena, prendiamo un gelato, troviamo un sacco di gente.
Tastiera Fender Rhodes, tromba, contrabbasso e batteria: jazz con personaggi ufologici.
A fine concerto toniamo a casa, passando presso il giardinetto.
La strada è illuminata dai lampioni, e Dado ad un certo punto vede qualcosa a terra. Una massa marrone che si muove…
Che cos’è?
Un pipistrellino! Che cerca di risalire il muro, e forse non sa ancora volare bene, è troppo piccolo.
Dado prova a raccoglierlo. Ci vuole un po’, perché quello gira sempre dall’altro lato e non vuole farsi prendere, comunque alla fine si lascia posare presso il vano di una finestra, forse il telaio in legno è di suo gusto.
Restiamo a guardare mentre si sistema a testa in giù, e continua a fischiare “fi-fi-fi-fi-fi…” senza smettere mai. Sembra un richiamo. Un suono che penetra le orecchie e rimbalza facendo degli echi. Proviamo ad ascoltare. Dado dice: sarà l’effetto degli ultrasuoni. Ma no, secondo me c’è un controcanto, non è solo lui che fischia. E infatti guardiamo bene: poco più avanti, sempre a terra, ne vediamo un altro.
Amico pipistrellino numero due! Aspetta che tiriamo su anche te! Prima che tu venga calpestato!
Dado posa il secondo pipistrello in un altro punto del vano finestra.
Vediamo che i due si sentono, si avvicinano, si raggruppano, si appiccicano tra loro. Il fischio non smette.
Facciamo due passi, e nella parte bassa del muro della casa troviamo un terzo pipistrellino! Ma ciao, ci sei anche tu!
Prendiamo anche lui, e lo posiamo presso gli altri.
“Fi-fi-fi-fi-fi” di fischietti continui.
Anche lui si avvicina ai compari. Passa sotto le ali degli altri, si intrufola. Prende posto a testa in giù pure lui, i tre si stringono a falange, si scaldano a vicenda.
E smettono di chiamare.
Finalmente.
Il fischio tace.
“Ora che ci siamo riuniti, siamo a posto”.













