Sogni d’acqua

L’altra notte ho sognato di essere in Friuli a Budoia, nel ristorante dove avevo mangiato risotto di funghi tempo fa.
Dopo il pranzo andavo in terrazza. C’erano le colonne di legno, un fondo a tappeti di vimini. E davanti a noi si apriva il fiume Mekong. Verde, ampio, fino all’orizzonte; separato con una riga netta dal cielo grigio, incombente, pieno di affascinante brutto tempo.
E il Mekong lambiva il pavimento e il tappeto, e i miei sandali, con due dita d’acqua che risalivano la terrazza in una lieve onda.
Guardavo i sandali inumiditi, ridevo.
Bagnarmi i piedi mi piaceva.

bianco grigio e blu

La notte dopo ho sognato di essere in bici lungo l’argine del fiume Vipacco, quello che la settimana prima era straripato per le forti piogge. E pedalavo lungo l’erba e le alghe, su un argine leggermente sommerso, ricoperto da un dito d’acqua.
Con la ruota appena bagnata andavo avanti verso il centro del fiume, attraversavo l’argine larghissimo, puntavo proprio al fiume aperto. La ruota davanti a me, il fondo verde di limo davanti a me, arrivavo a venti centimetri dall’orlo dell’argine, arrivavo fino a… stop.
Una frenata all’improvviso.
Il fondale sotto la mia ruota spariva giù poco più avanti, blu, come un profondo tuffo. Che io non facevo. Mi ero fermata in tempo, prima di quella enorme piscina corrente.
Tornavo indietro, ripercorrevo l’argine in senso inverso, mi allontanavo dal corso d’acqua, come un funambolo su binari, su frammenti d’alghe, un po’ scivolose e un po’ emergenti.
Finchè ero del tutto fuori.
Presso una diga.
C’era un guardiano del faro, cioè un guardiano della diga.
Che mi diceva: “Ti è andata bene“. Aveva visto tutto.
Già“, rispondevo, e adocchiavo un timone.
Da capitano della nave, poteva far aprire la diga e controllare le grandi cadute d’acqua.
Io ormai ero a posto.
Giocavo addirittura a parlare tra tecnici.
E mi facevo spiegare come funzionava tutto quanto.

Il fondo blu dell'acqua

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