Un momento da cambio stagione

Sabato sera.
Attesa in un “non luogo”, come si dice dei luoghi di passaggio.
Siamo alla stazione di Portogruaro, aspettiamo un treno che è in ritardo.
Facciamo il sottopassaggio: pavimento in gomma a tondi antiscivolo neri.
Particolare curioso: sopra la gomma, alcune perle nere lucide come la saggezza ci guardano da terra, perfette. Sono olive. Snocciolate. Qualcuno le avrà perse in una corsa verso il binario.

Saliamo le scale: il vento ci si incunea, fa un freddo da voler tornare giù, Dado mi ruba il cappellino dalla testa, io me ne faccio un altro col foulard.
Penso alle parole di un giornalista che abbiamo conosciuto nel pomeriggio, Max Mauro. Gli avrei dato trent’anni, ne aveva un po’ di più. E’ andato in bici in Patagonia, tutto il Cile si è fatto, da solo. Nel cercare la solitudine e i luoghi remoti, si accorgeva che per lui gli incontri rarefatti si facevano più preziosi, emblematici della giornata.
Facile come metodo, eh?
Lo conosco anch’io. Che viaggio da sola volentieri.

Dado col mio cappellìn Palla conturbante Portogruaro train station perle nere

L’Ippovia del Cormor e le Colline Moreniche

Oggi vi parlerò di un argomento diverso, e cioè… di un giro in bici!! (ah ah… speravate, eh?).
Ho scoperto di avere troppe giornate di ferie arretrate da consumare, come i veci…
E così, stamattina ho inforcato la bici e sono partita col treno per Udine.
Giornata splendida: ho visto pozzanghere d’acqua dai colori del cielo, prati ad erba alta che sembrava il pelo soffice di un maglione, vigneti a filari curvi, e un serpentello-orbettino che ha fatto tante “esse” tra le mie ruote…
E poi? I daini della riserva! Quando ci sono passata vicino, la decina di daini accovacciati all’ombra ha alzato la testa in gruppo, puntando gli occhi tutti insieme su di me, in uno schema elegante. Che si è scomposto subito dopo, quando mi sono avvicinata troppo.
E ancora meglio: le balle di fieno nei campi. Immaginate di passarci attraverso, facendo slalom con la bici sul prato corto croccante, come in una gara contro giganti buoni…

il parco del Cormor la mappa del'ippovia inizio ippovia pozzanghera di cielo
sull'erba medica il cielo dal bosco vigneti a filari curvi maculato
Villa Perabò della avia a Moruzzo Paola in azione maglione d'erba Fortezza Medio Tagliamento

Ma veniamo alle informazioni sul percorso.
Ho testato l’itinerario n. 3 della già menzionata serie “Bicicletta in FVG” uscita con Il Piccolo: La Pagnacco – Fagagna sulle Colline Moreniche. Ovviamente la guida non prevedeva di far partire il giro da una stazione dei treni, mentre io sono andata sul treno fino a Udine. Il tratto che ho aggiunto si è poi rivelato il più bello, lungo l’Ippovia del Cormor. Così facendo, il giro totale conta 50 km.
Ecco di seguito la mia aggiunta: Udine stazione – Udine centro storico – piazza Primo Maggio – ufficio informazione turistica (e prelievo mappa ippovia, disponibile anche sul sito) – uscire dal centro verso Udine Fiere – su via Pasolini c’è un pezzo di pista ciclabile – in direzione Fiera ci sono i cartelli per il Parco del Cormor – dal parco parte l’ippovia: seguirla fino a Zampis.
Poi è facile arrivare al punto di inizio del giro proposto dalla guida, Pagnacco. E al ritorno si può riprendere l’ippovia in un punto diverso, sempre presso Pagnacco, ad esempio a Fontanabona.

Il percorso del libro, devo dire, mi ha spazientito. Ogni trecento metri, bisognava cambiare direzione, per provare qualche sterrato simpatico suggerito dall’autore, o qualche deviazione panoramica. Non si potevano mai staccare gli occhi dal libro-guida, se si voleva rispettare il percorso-labirinto…
Solo il ritorno sulla strada dei quattro venti è stato lineare.
Belle zone, quelle proposte, ma la prossima volta ci torno in libertà!

cerchi di ruggine la mia bici girasolini svettanti nomi fantastici
cielo e campi ciondoliamoci in rosa tuffo nelle balle di fieno Tramonto sul mare

Sentieri del CAI a Monfalcone

Domenica pomeriggio, volevo tornare in bici a Prosecco, sul percorso iniziato e non finito del giorno prima. Però arrivo al tram e lo trovo fermo che non funziona… accidenti!
Cambio piano. Prendo il treno, e vado a Monfalcone.

Esploro un nuovo giro: provo una scorciatoia per arrivare al laghetto di Pietrarossa, partendo da un sottopasso tra le casette poco dopo la stazione di Monfalcone. Da lì scopro che comincia un bel sentiero lungo ferrovia: lo chiamano sentiero del Carso, in realtà si tratta del sentiero del CAI numero 83; prosego poi il giro sull’81 e sull’82 in un anello chiuso. Ora comincio a ricordarrne alcuni dai giri precedenti, e mi oriento bene.

Si tratta di una zona che contiene un percorso storico: si possono osservare alcune trincee della Prima Guerra, quelle del fronte austriaco e quelle del fronte italiano, affiancate tra loro e quasi parallele. Guardarle oggi, dal mondo globalizzato che conosciamo, le fa apparire una soluzione lontana secoli…

tuffo nel bosco sentiero lungo ferrovia Monfalcone sentieri del CAI

Durante questo giro, ho fatto il vero tuffo nella natura in mountain bike. I rovi allungavano le loro dita su certi tratti del sentiero, e oltre a graffiarmi un poco gambe e braccia, mi lasciavano addosso alcune spine per ricordo, conficcate a fine graffio (piccole armi della Natura colpiscono ancora!). Attraversavo pozzanghere, facendo splash con ruota e sandalo sportivo, e poi dovevo passare sull’erba a pulire la zeppa di poltiglia dalla ruota. E su altre pozze davanti a me, nugoli di ranette saltavano via divergendo ai lati, poco prima del mio passaggio.

Non sono riuscita a rivedere il laghetto di Pietrarossa dall’ossservatorio che pure avevo individuato tempo fa: è diventato di nuovo sfuggente. Ora il verde circostante il lago è una selva, si fa slalom tra le fronde pendule e i rami caduti. Tutt’un altro aspetto rispetto alla visita di mesi fa. Chissà se il personale della Riserva Naturale farà pulizia di stagione.

Mare Carso Bike

La scorsa settimana è uscito, con Il Piccolo, il primo volume della serie “Itinerari in bicicletta del Friuli Venezia Giulia”. L’ho preso sabato mattina, e il pomeriggio ho già provato uno dei percorsi.

Devo dire che, con le mie esplorazioni di quest’anno, ho già scoperto per conto mio una parte degli itinerari validi della regione, e ho ritrovato i più belli tra quelli menzionati nella serie. Ciononostante, si tratta di volumi che varrà la pena continuare a prendere, perchè sono ben impostati, con altimetrie, mappe, informazioni di dettaglio su come si svolge il tragitto, e l’unica pecca è che vengono scelti dei tragitti che partono da punti facilmenti raggiungibili in auto. Ma non potevano farli partire da punti ben raggiungibili col treno, dico io?

Dunque, prendo il tram, e arrivo a Opicina alle 18. Raggiungo Prosecco pedalando, e parto con l’itinerario che mi porterà, quasi tutto su sterrato, fino ad Aurisina, che è circa metà giro. Poichè a quel punto si starà già avvicinando il buio, dovrò lasciare il sentiero, e tornare su strada afaltata per far presto.

Palla in bici sentiero mtb il mare illuminato more molto alte
Tramonto dal sentiero La torre Liburnia dal basso vista dalla torre Liburnia Trieste di notte

Ma veniamo al percorso. Si tratta di un giro adatto alle mountain-bike con ruote dotate di battistrada alto. Io che avevo ancora i copertoni da strada dell’ultimo viaggio, ho fatto più difficoltà con le discese ripide a grandi sassi, che con la salitina asfaltata da 100 metri di dislivello. Si parte dal monumento ai caduti di Prosecco, e si entra giusto alla sua sinistra sul sentiero del CAI n.1, nel Bosco Fornace e poi nel Bosco San Primo. Si arriva a Santa Croce sempre seguendo il sentiero 1, tra profumi di fichi e rosmarino, e si prosegue fino ad Aurisina su strada a terra rossa e aghi di pino.

Le more ai lati della strada tentano il ciclista che cerca di raggiungere quelle più in alto, e la vista sul mare è stupenda. All’altezza di Aurisina, si devia a destra in salita verso la vedetta Liburnia. Quando ci sono arrivata, era già tramontato, e l’intrufolamento tra i rovi verso la torre si faceva un po’ sospetto… La Torre Liburnia è accessibile dall’interno, usando i quattro piani di scale metalliche. Trascino la bici dentro la torre, e salgo quasi nel buio, aiutandomi con la lampadina della bici.
Il premio per l’arrampicata su per gli scalini cigolanti è stata una splendida vista a 180°, dall’Adriatico alle Alpi, con il vento della sera che fischia nei capelli.

Dopo la visita alla torre, ho cercato la statale presso Aurisina. Mancava ancora abbastanza strada prima della cena, e le poche more arraffate mi confortavano. Non era il caso di portarsele via tutte, bensì di darsi una mossa! Non sapevo che avrei avuto ancora un incontro ravvicinato nel bosco, con qualcuno che avrebbe apprezzato le more rimaste intatte dopo il mio passaggio… A pochi metri da me, immobile ed eretto, un capriolo piuttosto grande mi ha sorpreso. Io guardo lui, lui guarda me, e mentre cerco di prendere la macchina fotografica, lui sparisce nel folto, per cui mi resta impressa solo una macchia marrone in movimento, che Dado ha poi detto essere come quelle di chi afferma d’aver avvistato lo yeti…

Durante il ritorno, da Aurisina a Prosecco cantavano i grilli. Nella discesa di strada del Friuli, le luci della città nella notte tiepida erano rasserenanti. A casa mi ha accolto la minestra di fagioli preparata dal Dado.

Il cielo sorride – parte 3

Nella parte finale del volo da Copenhagen, si è raggiunta la vista sui campi coltivati della zona di Monaco.
Il sole ormai radente ne accentuava la trama e le ombre.
I campi verdi erano di un velluto più spesso di quelli gialli; i riquadri di cereali avevano i famosi “cerchi nel grano” (ovvero le zone con le spighe cadute quasi casualmente), oppure erano arati interamente, in una scansione di passaggi a serpentina. Le balle di fieno sembravano pulci lucenti, che spiccavano sopra la loro piccola ombra.
Laghi o canali passavano dal colore blu intenso come il cielo, allo stato di specchio imbevuto di luce, a seconda del raggio che li colpiva.
E su un campo di calcio gli omini, apparentemente immobili visti da lassù, erano tutti raccolti da un lato. Evidentemente c’era una fase di gioco che prevedeva una punizione o un corner.

Ero proprio pentita di non aver portato la macchina fotografica, ma così ho bevuto i panorami in modo più continuo con gli occhi, e per rendere l’idea ho raccolto dai voli più vecchi un po’ di foto di repertorio.

campi o piastrelle?

Il cielo sorride – parte 2

Proseguiamo con il racconto del volo di ritorno da Copenhagen.
Dopo la vista sulle zone di pioggia, ad un certo punto ci siamo inoltrati nelle nubi. Tutto grigio-bianco al finestrino: non c’era più niente da vedere.
E poco dopo il cielo è riapparso. Uno spettacolo! Siamo finiti sopra una distesa di nuvole panna e ovatta. Cumuli nembi strepitosi!
La luce del sole li illuminava orizzontale: le creste, candide, erano contornate da una lucentezza radiosa! Il cielo azzurro appariva a spezzoni: era come planare su una distesa di icebergs sparsi sul mare. Pecorelle bianche fioccavano più in alto o più in basso. Un’immagine ideale da ricordare nei sogni: passaggi limpidi tra batuffoli a tutte le altezze. Sembrava di poter allungare la mano e toccarle: uno strato di cotone più leggero ricopriva, filante, il ripieno morbido e compatto. Era incredibile ricordare che in realtà si trattava di intangibile vapore. Cercavo di vedere se lo zucchero filato si muoveva e cambiava forma, ma era il nostro moto quello più rapido, perciò le nubi sembravano immutabili e perfette.

(continua…)

nuvole o panna montata?

L’immagine è una gentile concessione del nostro amico flickeriano Xamad: i suoi cieli sono eccezionali!!!

Il cielo sorride – parte 1

Giovedì scorso, ritorno da una trasferta “al salto” a Copenhagen. Durata: un giorno e mezzo; ritorno: volo preso per un soffio.
Nell’aereo c’è molto spazio: mi prendo un posto finestrino. Sono da anni abituata al volo, ma in questa occasione il cielo ha mostrato dei panorami d’eccezione!

Dapprima siamo arrivati in vicinanza di una zona di pioggie. Proprio in quel momento il pilota ha detto di allacciare le cinture. Momento di sospetto: attraverseremo turbolenze? E invece no: tutto tranquillo, anzi: con sorpresa.
Mi incollo a guardare fuori dal finestrino. A mezza altezza, si vedevano fitte nuvole grigie. Da un lato, si è aperta una macchia arancione. Presso questa zona di tramonto, cascate d’acqua azzurre scendevano a tratti isolati. Tutti abbiamo visto qualche volta striscie di pioggia concentrata al’orizzonte. Ma forse non dall’alto di un aereo!
Le colonne d’acqua si incurvavano come virgole, mentre noi cambiavamo punto d’osservazione: era come se scorressimo accanto ad un portico, il cui colonnato si esibiva in successione. Da dietro le colonne, luce rossa illuminava gli spazi vuoti del cielo.
Una meraviglia.

(continua…)

spring_shower

Humus Park

Sabato pomeriggio, giro treno bici a Pordenone. Ogni volta che ci vado, mi oriento nel centro storico ricordandomi degli stand di pordenonelegge.
Sono andata a vedere la mostra di foto e poesia “Confini e Frontiere” all’interno della rassegna Spilimbergo Fotografia, e poi ho visitato il Parco del Seminario, abbellito dall’esibizione di Land Art “Humus Park“.
Nel parco presso il fiume Noncello, si mimetizzavano le sculture realizzate in materiali naturali reperiti sul posto dagli artisti. Un piccolo esercito di scope danzanti mi catturava mentre io ci passavo in mezzo con la bici facendo cric-croc sull’erba tagliata!
L’angolo più bello del parco era quello nascoso presso un’ansa del fiume, reso magico dalla scultura italiana: un salice di fiori di legno a lungo stelo, cadente a tenda dai rami di un albero, che cantava con il rumore dell’acqua tra i sassi.

palla c'è pn museo pordenone centro
il ballo della scopa bruco salice magico ingresso svizzero

Disavventure quotidiane – parte 1

Giovedì pomeriggio ero libera un po’ prima del solito: sono andata in città a fare shopping, una cosa che non mi capita quasi mai. Probabilmente mi ci dedico solo due volte all’anno coi saldi, e poi niente.
Ero euforica perchè la giornata era stata buona, e forse ero anche un poco con la testa tra le nuvole. La mattina avevo vinto un premietto giapponese alla fine di un corso, che prevedeva delle prove simili alle olimpiadi di matematica, architettate dal docente proveniente dall’università di Fukoka… un personaggio!
In città ho provato tanti tipi di vestitini, e ho incontrato Ambra che aveva maglietta e scarpe rosa, colore che sembra essere uno dei suoi preferiti.
Dopo aver chiacchierato con lei inforco la bici insieme al Dado per tornare a casa, che è quasi ora di cena.
Appena arriviamo a casa squilla il telefono, risponde Dado mentre io metto via i nuovi acquisti.

Sento la sua voce un po’ allarmata mentre parla al telefono.
Cosa sarà successo?
Dado mi dice che hanno trovato il mio zaino con i miei documenti! e che posso andare a ritirarlo in via S. Nicolò 6.
A parte il fatto che io non avevo uno zaino ma una borsa da bici, però faccio mente locale… effettivamente sulla bici non c’è più! Che distratta!
Dopo aver parlato con Ambra evidentemente non ho finito di legare la borsa alla bici, e sono partita verso casa con il malloppo appoggiato al portapacchi senza fermi…
Bon bon, meno male che lo hanno trovato, vado subito fuori, sempre con la bici e porto una bottiglia di vino come ricompensa.

Arrivo in via S.Nicolò 6 e non c’è il nome dell’ufficio a cui dovevo rivolgermi. Guardo il numero 6/A ma la vetrina lì non ha nome.
Qua la cosa si fa strana.
Al numero 6 c’è il circolo del bridge, quando suono non mi aprono.
Per fortuna dopo un po’ esce una persona e così riesco comunque ad andare su per le scale a controllare per i piani.
“Qui c’è solo il circolo del bridge”, mi dice la signora, “e io sto anche chiudendo e andando via”.
Accidenti, non ho neanche il telefono per richiamare Dado, perchè tutto è nella borsa persa. Chiedo alla signora se posso fare una telefonata, e lei che è occupata mi indica il telefono fisso che è di là.
Mi rendo conto di essere un po’ sospetta, perchè giro per le stanze con in mano solo un oggetto contundente, che è la bottiglia di vino nascosta in una borsa di tela…
Provo a chiamare ma il telefono è muto: non funziona!
Torno dalla signora… chissà cosa penserà di me, che mi sono infiltrata? Lei si lamenta perchè sta per perdere l’autobus, ma mi porta all’altro telefono che effettivamente era chiuso male, e così capiamo che è per questo motivo che il primo non funzionava.
Chiamo Dado, che mi dice: “Via S. Nicolò 6 mi hanno detto, perchè? Non va bene? Anzi no, aspetta che penso… no no, mi hanno detto Via Cassa di Risparmio 6, ho sbagliato…”.
Bon bon, ringrazio la signora, corro giù, lei è contenta che ho già finito e mi conferma che l’autobus lo riuscirà a prendere lo stesso…

circolo del bridge

Arrivo in via Cassa di Risparmio 6: c’è tutto, il nome sul campanello corrisponde, mi fanno salire. Finalmente i conti tornano!
Trovo ad accogliermi un mio vecchio compagno di università, Dario, che si è ricordato di me dal nome sui miei documenti. E così, oltre a ringraziarlo, posso anche scambiare un po’ di chiacchiere con lui sugli eventi degli ultimi anni e sulle conoscenze comuni. E’ stato suo cugino Gianpaolo a trovare la borsa, non volevano accettare il vino, ma mi pareva il minimo che come ringraziamento si facessero un brindisi su questo piccolo imprevisto finito bene…

Torno a casa e l’ora comincia ad essere un po’ tarda.
L’euforia per la giornata non mi ha ancora abbandonata, e propongo di andare a mangiare fuori e a sentire un concerto, che la sera è ancora tiepida.

Chiamiamo Luca ovvero la metà di “Beauty&theBeast” per un invito su due piedi, e andiamo a prenderlo dopo dieci minuti con la mia auto. “Con così poco preavviso puoi solo accettare o morire”, gli ho detto esaltata. Il povero Luca, che ha accettato, ancora non sapeva che cosa lo aspettava per la serata: le disavventure non erano ancora finite…

(continua)

la borsa del contendere numero 6 v. s. nicolò

Curiosità

Non ho mai mangiato un gelato con la panna in auto, prima di oggi.

Non ricordo quanti anni sono passati (se mai l’ho fatto) dall’ultima volta che ho ‘chiuso’ io una festa andando via per ultima. Come venerdì scorso.

Ho vinto una gara di ballo senza saper ballare.

Di solito salvo i ragni prendendoli morbidamente in un tovagliolo e facendoli volare fuori dalla finestra.

La nostra lampadina del salotto ogni tanto si spegne, e poi si riaccende, tutto da sola.

Ieri sera ero arrivata a dieci metri da casa sotto il cielo nero, e un lampo mi ha vista e ha fatto saltare tutte le luci della via (ZOT !!).

girasole timido ci stella
petalitexture lavanda