In questa stagione la natura è rigogliosa.
Lo stagno è pieno di ranette, piccoli tritoni, chiocciole palustri, libellule a coppie, gerridi e ninfee.
Ai lati del sentiero, le ortiche sfiorano la mano, e sui prati abbondano fiori gialli, fiori viola, rosa pallido.
Sopra la pozzanghera si alzano nugoli di farfalle bianche, mentre mi tuffo pedalando.
E gli scarabei stercorari ci mettono un’ora ad attraversare la strada con la loro palletta…
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Lo stagno di Repen in inverno
Questa domenica ho preso il tram, e sono andata su per le alte.
Lo stagno di Repen era solo una tappa del pecorso, ma alla fine ci sono rimasta per ben due ore.
In simbiosi con il laghetto, ascoltavo i micromovimenti dell’ambiente.
La superficie dell’acqua era tutta gelata, con bolle d’aria che si muovevano, di sotto.
Probabilmente il ghiaccio permanente muta ogni mattina sciogliendosi un po’, e si riforma la notte. Approfittando di questo respiro del freddo, le foglie cadute sul ghiaccio scavano giorno dopo giorno il proprio solco, sprofondando lentamente in uno spazio adatto alla loro forma.
Pisolino allo stagno
Domenica vado in bici, come sempre. Prendo il treno fino ad Aurisina. Il mio piano è visitare lo stagno di Ceroglie.
Mi inoltro nel sentiero 31, un single-track che va nel folto: sommaco che si chiude sulla strada, acacie che graffiano le gambe. Quando il sole è troppo caldo, mi fermo sul muretto di una villa, e pranzo col panino portato da casa.
All’incrocio di Slivia del sentiero 33, sbaglio direzione, e me ne accorgo solo quando sono a San Pelagio.
Pazienza.
Cambio meta.
Vado allo stagno di Colludrozza.
Avevo già visitato lo stagno di Colludrozza in inverno.
Ora è caldo e estivo, rigoglioso di verde acquatico.
Mi siedo sul bordo dello specchio tondo.
Il rumore bianco della natura ha un effetto ipnotico.
Grilli che cantano. Vento negli alberi. Sbattere d’ali di libellule che si incrociano. Qualche bolla d’aria che esce dall’acqua.
Quando mi risveglio, mi accorgo che non era un sogno. Lo stagno è ancora lì davanti a me.
Suoni, sapori, primavera
Sabato scorso abbiamo invitato i nostri amici Déjà da noi.
Era solo la seconda volta che visitavano la nostra casa nuova, dopo una prima tappa veloce… che si era svolta al buio.
“Si possono fare grandi scherzi con la cabina armadio”, ha detto Andrea, quando ha visto la camera ad essa dedicata, “ci puoi nascondere un’intera orchestra klezmer dentro!”
Ci hanno portato in regalo una piantina di menta: era la prima piantina che faceva ingresso nella casa nuova, ed ora, dando seguito ad una storia iniziata molto tempo fa, poteva essere accompagnata al suo vaso!
Il pomeriggio l’abbiamo passato allo stagno di Villa Giulia.
Non sapevo come l’avrei trovato in questa stagione, e per fortuna era pieno di segni di rinnovamento. Alberi in fiore, girini e rane nascoste sotto i sassi, tritoni dalle creste rosse e gerridi scattanti sul pelo dell’acqua.
I biscotti fatti da Serena, con pezzetti di mandorla e scorza di limone, si intonavano perfettamente col suono tranquillo del ruscello in sottofondo.
La sera abbiamo buttato una pasta per tutti, sugo al pomodoro preparato dal Dado.
Parlare di musica con i nostri amici artisti non è come farlo con chiunque altro. I dettagli tecnici emergono a spiegazione; gli autori e le voci che a loro piacciono non risultano certo casuali.
Soundtrack:
Noa, Mishaela, Blue touches blue
Pierre Bensusan, Wu Wei, La femme chambree
Lo stagno come luogo magico
Domenica pomeriggio c’era uno splendido sole.
Ambra mi ha mandato un messaggio tipico dei suoi, con un invito per una passeggiata di lì a pochi minuti. Ovviamente, era una proposta perfetta!
Abbiamo preso il tram. L’ho portata allo stagno di Villa Giulia, che lei non conosceva ancora.
La notte prima aveva piovuto molto, e così gli specchi d’acqua si erano riempiti al colmo. I quattro rivi che scorrevano dalla parete di roccia soprastante scendevano con un rilassante rumore di fondo. Ci siamo arrampicate fin sotto le colonnine d’acqua, a farci baciare dalle piccole gocce piene di luce.
Raggi di sole e ombre verdi attraversavano le pozze rendendole misteriose. Ogni tanto qualche tritone si tuffava in profondità. Non potevo fare a meno di immergere le dita tra acqua e fango, avvitando vortici di terra acquosa che poi girava autonoma, a forma di medusa.
La passeggiata è continuata fino alla casetta osservatorio di Biologia; l’Università domenicale pressochè vuota era per me un posto lontano nel tempo. Mi ha sorpeso vedere che il sentiero sterrato sopra Clivo Artemisio era così vicino alle aule studio, eppure per tanti anni non lo abbiamo mai attraversato. Basta alzare lo sguardo e cercare, gli angoli nuovi non si esauriscono mai.
Ciao stagno, ti presento Dado
Lo stagno di villa Giulia, in questa stagione, non ha più le ninfee sul pelo dell’acqua, e mostra pochi cenni di attività: se ne sta più “nascosto”.
Per notare quello che succede, bisogna stare in silenzio per diversi minuti, come sempre in questi luoghi della calma.
Ed ecco che tornano fuori, liberati dal rumore della mente, i segnali più nitidi: i fruscii del vento, il canto degli uccelli lontani; le libellule che girano a coppie; le bolle d’aria che salgono dal fondo dell’acqua.
E il blu del cielo, dietro alle foglie, intenso come l’aria fresca.
Vacanze minimaliste
In questi giorni liberi, alterno i passaggi ai due stagni più vicini, come se fossero nel giardino di casa; in effetti sono raggiungibili con un semplice tratto di tram.
Martedì dunque torno allo stagno di Villa Giulia, quello dove non si può arrivare in bici perchè ci sono le scale, dunque vado a piedi.
Questo è lo stagno per la lettura. Mi sdraio sui massi vicino all’acqua. Servono tre massi grossi per fare un “divano”, ovviamente ad inclinazione variabile, per cui ogni tanto devo far cambio di posizione per non restare incriccolita: sdraiata, seduta o di fianco. A turno.
Questo stagno ha un suono diverso dall’altro (quello di Banne); questo ha il vento a ondate che passa nelle foglie degli alberi; le conacchie, i grilli; le api che ronzano; le rane. E, non troppo lontano, ad un certo punto sento un tonfo, e quello che mi sembra il grugnito di un cinghiale… beh, a quel punto ho deciso di non muovermi per un po’.
Passano le ore, si avvicina l’ombra e un po’ di fresco. A tratti rarefatti arriva il “blub” di una bolla d’aria che esce dallo stagno, o il “plop” di una ranetta che salta sulla ninfea. Come quella rana che, passando di foglia in foglia, raggiunge l’ultima foglia a malapena sul bordo e, senza volerlo, finisce in acqua, ih ih…
Mi ri-immergo nella lettura. L’autrice racconta di essere in vasca da bagno, anche lei intenta a leggere. Alla fine decide di realizzare una sua fantasia dissacrante. Immerge il volumentto appena finito nell’acqua all’olio di menta. Completamente. Un delitto geniale…
Lo stagno come luogo della calma
Lunedì pomeriggio sono andata due volte allo stagno di Banne.
La prima, ci sono rimasta cinque minuti, perchè dei tuoni hanno cominciato a rombare nel cielo nero. La seconda, ci sono sono rimasta quasi fino al tramonto. Infatti, dopo la pausa al coperto (alla gelateria di Opicina, dove ho visto venir giù qualche goccia di pioggia) avevo deciso di tornarci, attratta da quel posto pieno di tranquillità.
Lo stagno è un luogo che ha un suono tutto suo. Alcuni uccelli si fanno sentire dai dintorni; il pelo dell’acqua si muove un po’, facendo delle bollicine che risalgono dal fondo quasi a ritmo. L’orizzonte è racchiuso da un cerchio di alberi, e il cielo si raddoppia sullo specchio acquatico.
Quando mi sono seduta per la seconda volta ai margini dello stagno, una libellula verde e nera ha cominciato a girarmi intorno, e non mi ha più mollata per una buona ora. La sua danza l’ha portata a fissarmi molte volte, era chiaro che puntava proprio me, per cui sono riuscita a fotografarla in volo (impresa di solito impossibile, perchè le libellule volano a scatti molto rapidi). Ormai avevo anche cominciato a parlarle: “Non così vicino!”, le dicevo, “occhio che ti impigli nei capelli!”, mentre il rumore delle sue ali da elicottero mi distraeva.
Grazie al fatto che ero accaldata dal giro in bici, mi sa che l’ho proprio fatta innamorare di me.
Sono un’osservatrice di gerridi
Sabato scorso ho fatto un giro per i boschi dell’altopiano.
Dall’obelisco di Opicina, a Banne lungo il percorso ciclabile, per poi staccarmi dalla strada seguendo un sentiero. Trovo un pozzo, mi arrampico su fino all’antenna, arrivo a Conconello. Entro nel bosco Tommasini, giro dietro al campo di Cologna, e scendo giù per villa Giulia fino a via Cantù. Mi rinfresco alla fontana, rubo le more, mi fermo a leggere un libro.
Il comprensorio forestale composto dai boschi Tommasini, Pavani, Rossetti e Venezia risale al 1842, quando un rimboschimento artificiale con pino nero aveva cominciato a sostituire le latifoglie autoctone. I lavori di rimboschimento furono premiati nel 1900 con il premio più prestigioso all’esposizione mondiale di Parigi, e continuano tuttora con diradamento selettivo
Prima di scendere in via Cantù mi sono soffemata presso lo stagno di Villa Giulia, ripristinato nel 1995 dai Tutori degli Stagni e delle Zone Umide. Un posto veramente rilassante, dove sono rimasta ad ipnotizzarmi per un po’, tra il canto dei grilli e il rumore del vento.
In questo periodo dell’anno i rospi smeraldini sono allo stadio di girini. Cosa fanno i girini tutto il giorno? Mangiano, mangiano e poi mangiano, attaccandosi alle erbe e alle foglie galleggianti qua e là; e scodinzolano al loro solito modo, mentre passano da una postazione di pasteggio all’altra.
E poi ci sono gli insetti che camminano sull’acqua, i gerridi detti anche idrometra, che scattano da un punto all’altro come se avessero sempre paura. Piccoli menischi d’acqua li accompagnano fedelmente, come dei pattini, sempre presenti sotto il lieve peso delle zampe.
Trieste-Orlek in bici – parte1
Al sabato mattina, in questa stagione, sono in molti ad avere la mia stessa idea.
In molti fanno colazione, inforcano la bici, si dirigono verso Piazza Oberdan per prendere il tram, fanno uno scattino finale per superare gli eventuali altri ciclisti, e sperano di accaparrarsi un posto in prima fila che permetta di caricare la bici sul tram per Opicina…
Per fortuna i sabati e le domeniche, sui tram che partono da Piazza Oberdan alle ore 9.11, 10.11 e 11.11, si possono caricare non solo tre, bensì fino a sei bici, infatti è riservato ai ciclisti anche il vano presso il guidatore (in quelle occasioni equipaggiato con un porta bici): quindi le possibilità di avere posto per tutti aumentano!
Il programma del giro era esplorare la nuova pista ciclabile Opicina Orlek. Il percorso, quasi interamente fuori strada, è il seguente:
Opicina obelisco – quadrivio di Opicina a destra – un breve tratto su strada – ingresso in un vialetto in ghiaia sulla destra – arrivo a Banne, presso il pozzo storico – Caserma Cimone – Campo Carri – sottopasso sotto l’autostrada – tratto ciclabile verso Trebiciano – Trebiciano centro – pista ciclabile in asfalto rosso verso il confine – Abisso di Trebiciano – Orlek.
Buon itinerario, gradevole e alla portata di tutti.
All’andata, lungo la risalita dell’altopiano, ho visto un gruppo di cinghialetti dai simpatici musi appuntiti… sgrunt sgrunt!
Al ritorno mi sono diretta verso il sentiero del Capriolo, e sono passata presso lo Stagno di Banne.
Ho trovato uno stagno apparentemente in letargo, mosso solo dalle lumachine che cominciano ad affollarsi sul pelo dell’acqua. Però osservando con più attenzione nello stagno, ho trovato delle catenelle filamentose che ospitavano delle serie di perle nere lucide e sferiche… probabilmente delle uova. Forse i Tutori degli Stagni mi sapranno dire qualcosa…
































































































