Il classicone ha fatto centro

Ho da poco finito di leggere il saggio di antropologia Modelli di cultura, di Benedict Ruth. Che bello concludere l’anno con una lettura che è capace di cambiare, ancora una volta, la tua visione sul mondo.

Di questo lavoro citerei tutta l’introduzione, tutte le conclusioni, perchè sono piene di schemi di pensiero utili.
Mentre riguardo le mie note tra le pagine, mi accorgo che quegli spunti fanno già parte della mia memoria, sedimentati insieme ad ulteriori ricordi di quei giorni, collegati tra loro a strati.

Riporto una delle prime immagini ben accese all’inizio del libro.

“La parte giocata dal costume nel plasmare il comportamento dell’individuo sta ad ogni mutamento ch’egli possa portare al costume tradizionale, come il numero totale delle parole della sua lingua natale sta al numero di parole del suo linguaggio infantile che è entrato a far parte del vocabolario famigliare. La storia di un individuo è soprattutto la storia del suo adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della sua comunità. ”

modelli di cultura

Consigli di lettura

Questa mattina, in autobus, ho incontrato Paolo detto “De Kilo!”, una vecchia conoscenza dei tempi della scuola.
Come sempre quando ci vediamo sul bus, un rapido saluto appena lui sale dalla fermata, e poi ci divertiamo a sbirciare i titoli dei rispettivi libri che teniamo in mano.

Gli mostro il mio: Modelli di cultura, di Benedict Ruth.
“Un classicone!“, mi fa lui.
“Eh sì, è del ’34; bello però!“, rispondo.
“Ah certo, io l’ho portato all’esame di antropologia!” e continua: “Io invece ho:
Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, sulla nascita del libro così come lo conosciamo oggi“.

Eh eh eh, anche stavolta, la nostra consueta sfida mattutina a chi sfoggia il testo più interessante è andata bene a tutti e due.

Da che lato guardi il mondo?

lipperini-book

Ho preso l’ultimo libro di Loredana Lipperini perchè, ovviamente, sono affezionata al suo blog. Sapevo che ci stava lavorando su, e quando ne ha svelato il titolo poco prima che uscisse in libreria, mi è sembrato geniale.

I primi capitoli collezionano una serie di notizie che fanno invidia alle telenovele della cronaca nera. E devo dire che questo proprio non è il mio genere. Ma nella seconda metà il libro cambia registro, e mi riconquista con un bell’effetto Matrix: vuoi la pillola blu, o la pillola rossa? Guardiamo la realtà, sbugiardiamo gli stereotipi! Perchè consentir loro di nascondere dietro a un dito chi siamo veramente?

Il suo stile di scrittura è del tutto originale. All’inizio mi aspettavo di trovare una descrizione del segmento sociale oggetto del saggio, che fosse condotta con i metodi dell’esame sociologico. E in effetti, citazioni tipiche di questo approccio non sono mancate (ne riporto alcune qua sotto). Ma il passo in più realizzato dall’autrice, esperta di scrittura creativa, è stato quello di osservare la realtà passando attraverso l’analisi dell’immaginario.

Cito qualche passaggio tratto dall’inizio del libro (e non svelo le splendide idee finali della sezione Heavy Metal e Stephen King!).

“Per essere in senso pieno una generazione non basta essere un insieme di persone nate nello stesso periodo: occorre anche una pulsione affine, un reagire unitario. Una reazione che nasce per contrasto ai limiti e alle contraddizioni del mondo dei padri ed è portatrice di una nuova visione. Senonchè, a parole d’ordine come bene pubblico, eguaglianza, rivoluzione sociale, parità, giustizia, subentra un lessico diverso che ruota intorno ai temi della libertà, della realizzazione di sè, dell’autoespressione, dell’autenticità, dell’individualismo, del talento da spendere singolarmente sul mercato. Nessuna rivoluzione pubblica, insomma, ma una rivoluzione privata e permanente“.

“In Sicilia gli anziani vengono apertamente considerati una risorsa. Lo schema è quello delle società tradizionali con la famiglia come luogo di produzione; ma invertito: per i contadini ci volevano molti bambini come braccia da lavoro, oggi ci vogliono nonni e anziani genitori. Per un futuro senza incertezze, in famiglia ci vuole il pensionato. Sono gli anziani ad aiutare i giovani, economicamente e fisicamente, sostituendosi allo Stato laddove latita. Perchè rivolgersi al welfare quando c’è la famiglia?
Alla fine, questa riduzione del nucleo sociale alla dimensione famigliare provoca il drammatico restringersi dell’orizzonte dal vivere civico al vivere soli. Questo è il risultato del vuoto della politica
“.

C’è anche Davidaola su Monon Behavior 3

Sabato scorso siamo stati ad una conferenza sull’etologia e l’antropologia dei tipi triestini, quelli che manifestano comportamenti degni di un accurato studio sciementifico.

Che serata! Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare l’intervista ad uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, il chiarissimo dott. prof. Diego Manna, autore del terzo libro sugli endemismi triestini, Monon Behavior 3, ricco di dottissimi articoli sciementifici, appunto!
Le pregevoli fonti dei suoi studi, quest’anno, hanno visto l’ingresso di ricchi contributi bibliografici, tra i quali può essere annoverato anche un neologismo coniato da noi. In questo modo, il Davidaola team ha portato il suo umile contribuito a questa innovativa opera della scienza… che onore!!! (Citazione a pagina 94-95)

E’ stato come sempre un piacere incontrare dal vivo uno dei nostri autori preferiti, ricevere una dedica personalizzata sul frontespizio fresco di stampa, e conservare memoria dell’evento con una foto scattata insieme all’illustrissimo. Come con le vere star!

Diego Manna alla presentazione del libro Davidaola & Diego Manna Monon Behaviour 3 anche Davidaola c'è

Il digitale e i nuovi media nell’arte

Aaaah che bel, ho appena finito una coppia di libri che mi hanno accompagnata per un po’, dedicati all’arte moderna e contemporanea.
Quando li ho comprati on-line ero in dubbio, non riuscivo a scegliere tra i due titoli abbastanza vicini, e alla fine ho ceduto: li ho presi tutti e due. E ho fatto bene: non si sono sovrapposti, ma hanno fatto da controcanto uno per l’altro.
Sono Digital Art, di Christiane Paul, e New media in art, di Michael Rush.
Traduco qua sotto alcuni passi significativi tratti da entrambi i saggi.

libri della serie World of Art

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L’arte sta nella intenzionalità dell’artista: nel realizzare o concepire qualcosa senza le costrizioni poste da altri tipi di scopi.
Quando Duchamp ha suggerito, con le sue creazioni provocatorie e concettuali, che l’opera artistica era dipendente dalla presenza dell’osservatore affinchè venisse completato il suo concetto, non sapeva che alla fine del secolo alcune opere d’arte (come i film interattivi) sarebbero letteralmente state dipendenti dall’osservatore, non solo per completarle, ma anche per dare loro contenuto.

I nostri occhi esaminano continuamente il mondo che ci circonda alla caccia di informazioni nascoste e indizi per capire meglio come interpretare la sua superficie caotica.
Internet, e l’arte che vi si trova, affronta il tema della mancanza di permanenza più radicale. In questo strumento c’è una spinta strutturale a mantenersi in movimento. Non si può rimanere statici di fronte al monitor interattivo del web. Lo schermo si spegnerebbe una volta che l’utente venisse percepito come inattivo troppo a lungo. Certe opere d’arte interattiva vogliono sottolineare questo aspetto, mostrando che l’unico modo per evitare la chiusura forzata dello spazio osservato è continuare a cliccare, link dopo link, portandosi dietro rischio di dimenticare da dove si era partiti.

L’accesso sempre più facile a fonti di dati di tutti i tipi porta ad una trasparenza che ci permette di acquisire comprensione e fare scelte più informate, ma, nei casi peggiori, crea una sovraccarico di informazione saturante e può avere effetti paralizzanti. La sovrabbondanza di informazioni con cui ci confrontiamo quotidianamente nasconde il fatto che l’accesso a queste informazioni comunque non è universale e le notizie rimangono filtrate ed unilaterali.

Negli ambienti della realtà virtuale, il superamento dei confini dei comportamenti socialmente accettabili viene talvolta esaminato nei suoi effetti. La violenza simulata, quando è vista all’interno di uno spazio virtale, risulta più stridente: può diventare più facilmente un atto da mettere subito in discussione.

La video arte dai suoi inizi e fino a metà degli anni ottanta ha avuto tra i suoi discorsi dominanti un atteggiamento critico nei confronti della televisione. Gli artisti della videoarte giravano la macchina da presa su di sè, e commentavano, spesso con toni ironici da postmodernisti, la guerra culturale che si stava battendo sul terreno delle televisioni, per il loro ingresso e predominio negli ambienti domestici del ventesimo secolo. La televisione veniva vista come un prodotto d’intrattenimento emanato dalle Corporation. La critica degli artisti veniva mossa ad esempio rompendo la quarta dimensione, rivolgendosi (dall’interno dello schermo video) direttamente al pubblico da interrogare. In questo modo la supposta intimità prodotta dal mezzo veniva ridimensionata, rivelando quanto invece fosse grande la distanza generata dal mezzo.

C’è un passo breve tra lo sguardo prima, il voyerismo poi, e infine lo spiare, verso la sorveglianza per controllo politico.
L’uso del video per telesorveglianza è nato per scopi militari.
Oggi, i reality-show televisivi mostrano persone che volontariamente si lasciano riprendere in tutti i loro gesti da telecamere nascoste, nella speranza di vincere il premio finale messo in palio. La sorveglianza, sembra, ha attualmente smesso di essere percepita come una cosa sinistra.
Eppure ci troviamo in un epoca in cui la sorveglianza e la raccolta dati su di noi sono ai loro massimi livelli, per ogni gesto o movimento che facciamo capace di lasciare delle tracce.
L’arte più recente si occupa di farcelo notare, raccogliendo e rendendo palese all’interno dell’opera la presenza di queste tracce.

L’ingresso dell’individualismo nella storia moderna

L’altro giorno, mentre ascoltavo per radio sabatolibri, veniva presentato il seguente lavoro: Nonostante Auschvitz, per una storia critica del razzismo, di Alberto Burgio.
Un saggio che inizia con le seguenti parole.

Il libro nasce dalla constatazione della evidente ripresa del razzismo in Europa. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza mascheramenti o pretesti. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato.
La domanda che si pone è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo? La risposta deve coinvolgere la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Tesi che nel saggio viene documentata sul piano storico e argomentata sul piano teorico.

Durante la trasmissione radiofonica, l’autore ha introdotto un argomento che mi ha colpito. Il concetto della differenza tra società formate da corpi collettivi e società individualiste. L’elemento individualista è così profondamente costitutivo della modernità, che mi domandavo quale fosse la condizione “altra” ad esso contrapposta.
Mentre se ne discuteva in trasmissione, mi tornavano in mente le parole di una scrittrice africana intervistata qualche anno fa al teatro Miela. L’autrice aveva stupito il pubblico col suo estremo amore per l’individualismo occidentale, spiegando come questo amore si era formato. L’infanzia dell’autrice era stata pesantemente sofferta, perchè condizionata dalle regole del gruppo sociale nomade in cui lei era nata. Un ambiente, a suo dire, primitivo, opprimente, in cui non c’era nessuno spazio per l’individuo. Raccontava di queste notti da bambina sotto una tenda occupata da molte persone contemporaneamente, in cui non erano concessi rumori o espressioni personali. Contava solo la cappa pesante dell’ente collettivo.
Partendo da questa premessa, la seconda metà della vita dell’autrice, che si era svolta (se non sbaglio) a Parigi, concedendosi finalmente in modo autorizzato una vita da single, le era parsa come una enorme liberazione.

Ricordardomi di queste parole, dunque, sono tornata al podcast con la registrazione della puntata di sabatolibri. E mi sono trascritta qua di seguito la parte in cui anche Alberto Burgio parla di questo tema.

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“La modernità ospita due modelli fondamentali di condizione sociale: quello multiculturalista e quello universalista. Entrambi i modelli, sia quello multiculturalista (che ha pregi e difetti, come la possibilità di sfociare nell’Apartheid) sia il modello universalista (che è integrativo-assimiliativo nei confronti di una identità data, non senza un prezzo) sanciscono, sia pure attraverso modalità diverse, delle relazioni gerarchiche. Sanciscono il prevalere della metropoli sulla campagna, del centro sulla periferia, della nazione coloniale sui popoli colonizzati, delle economie più forti sulle economie più deboli o servili, e in definitiva anche, vorrei mettere in evidenza, del capitale sul lavoro. Queste relazioni gerarchiche informano non solo i corpi sociali ma anche l’insieme delle relazioni internazionali.
Come si colloca all’interno di questa situazione il tema della solidarietà?
Il paradigma del riconoscimento della solidarietà è stato distrutto, polverizzato dalla modernità, al tempo della nascita del valore dell’individuo singolo.
Le società premoderne non erano società di individui singoli, ma erano società di corpi collettivi. Certamente, corpi collettivi in cui funzionava la violenza (non c’è nessuno sguardo nostalgico al proposito): le società premoderne erano società violentissime, patriarcali, assolutamente inique, servili, dove il rapporto centro-periferia era brutale, anzi, nutrito di violenza militare. Ma c’era, per ragioni molteplici, una dimensione sovra-individuale dell’esperienza. Una dimensione collettiva.
La modernità si insedia frammentando questi corpi collettivi, e regalando alla nostra percezione quella straordinaria esperienza progressiva che è il processo di individualizzazione. Ma lo fa a costo di distruggere i legami solidali. La individualizzazione moderna, proprio perchè egemonizzata dal capitalismo, genera società di individui atomizzati, competitivi tra di loro, che si vivono come enti separati e reciprocamente indifferenti. Ora quella indifferenza, che vive in modo più violento nei confronti di chi viene da lontano, nei confronti di chi è più palesemente diverso da noi, in realtà vive anche dentro le relazioni tra di noi. Non è vero che sia un altro paio di maniche. Sono convinto che c’è un continuum tra l’assenza di solidarietà tra italiani e stranieri immigrati, o tra italiani e italiani che sono palesemente diversi da noi (fenomeno che spesso ha espressioni molto violente e distruttive), e l’assenza di solidarietà non meno violenta, non meno distruttiva (nonostante si esprima con forme meno palesemente negatrici) che caratterizza, che informa di sè, i rapporti tra di noi, anche all’interno della società italiana.”

Saper riconoscere il tipo di relazione in corso è una capacità tecnica

Ho comprato il libro di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, pur sapendo che molti dei temi da lei presentati erano già stati commentati ampiamente sul suo blog, di cui conosco bene le analisi acute.
Però sono rimasta sorpresa. Piacevolmente.

il corpo delle donne

Il libro è differente dallo spazio sul web.
E lei, sa proporre diversi registri a seconda della situazione.

La caratteristica fondamentale del suo lavoro, è quella di avere fornito dei nuovi occhi per vedere quello che viene rappresentato in tv e nel nostro mondo. Una visione da cui non si può tornare indietro, una volta che è stata svelata. E che ora fa da punto di riferimento per chi ne parla dopo di lei.

Purtroppo la Zanardo ha ragione: le rappresentazioni del corpo delle donne, oggi, qui e tra noi, hanno impatto anche su chi, come me, la televisione non la guarda. Perchè l’immaginario collettivo che ogni stato si dà nel definire i generi (e che non è uguale in tutti i paesi), ci riguarda anche negli altri incontri quotidiani.

La caratteristica più importante del suo lavoro, comunque, è un’altra. Infatti di libri sulle questioni di genere, ormai, ne ho letti vari. Ma lei ha un tono che nei testi italiani si trova ancora poco, dal momento che spesso sono fissi su analisi statistica e sociale relativamente fredda.
La Zanardo, infatti, ha un taglio positivo. Dell’azione, della consapevolezza come strumento del presente. Si vede che lei è anche stata manager: sa cos’è la “relazione“, l'”influenza”.

Una volta rivelato il nodo, basta fare un passo avanti.
Non è un passo più lungo della gamba.
E’ là, a portata di mano.

La storia del delta d’Europa – l’ecologia

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Che cosa è la scienza chiamata ecologia?

La natura in passato veniva intesa come una risorsa libera da utilizzare e sfruttare. Tutto quello che la natura produceva aveva un impiego commerciale o domestico. Letteralmente ogni porzione di piante e animali aveva uno scopo o un altro. Questa convinzione è rimasta presente fino all’inizio del ventesimo secolo. Si può dire che appena a partire dal diciassettesimo secolo una varazione sul tema era stata avviata, in cui descrizioni veritiere (e non religiose) di piante, invertebrati, pesci, mammiferi è stata introdotta, in osservazione del loro valore intriseco e scientifico. L’Olanda, in questo, è stata pioniera, con i suoi grandi microsopisti e botanici (un settore in cui hanno avuto un ruolo chiave anche le donne, illustratrici scientifiche e biologhe, n.d.r.).
E’ solo alla fine del diciannovesimo secolo che si cominciano ad avvertire i primi sintomi di sensibilità verso la protezione delle risorse naturali, e appunto all’inizio del ventesimo secolo è nato un interesse di tipo professionale verso gli aspetti anche ecologici di ambienti umidi e acquatici. Per avere una raccolta sistematica di dati ambientali e analisi si deve arrivare al secondo dopo guerra. Oggi, una enorme quantità di dati qualitativi e quantitativi su parametri chimici e biologici del delta Reno-Mosa viene raccolta continuamente.

L’inquinamento dell’acqua ha una dimensione cronica internazionale, come l’inquinamento dell’aria.
L’impatto combinato di interferenze chimico-fisiche al sistema biologico, ha portato effetti diversi ad esempio sui vari gruppi di pesci. Le categorie specializzate che condividevano strategie storiche di adattamento a peculiari ambienti fluviali sono declinate molto più ampiamente delle specie generaliste che possono sopravvivere in un ampio range di habitat non necessariamente caratteristici dell’ecosistema del fiume.
Inoltre, i diversi stati iniziali del ciclo di vita delle specie acquatiche (uova, girini, larve, avannotti) necessitano di una successione di micro-habitat particolari e vicini tra loro, per cui la frammentazione degli habitat fluviali (ad esempio mediante separazione e canalizzazione dei corsi d’acqua, o alterazione dei profili graduali degli argini naturali) possono mettere a rischio il successo riproduttivo di queste specie. Ad esempio, il salmone (che peraltro è stato una risorsa economica storica per quelle zone), noto per il suo comportamento di risalita dei fiumi nel periodo della riproduzione, è sparito dai fiumi dell’Olanda da molto tempo.

L’interazione con l’ambiente, in Olanda, ha avuto per protagonisti anche le specie vegetali.
A partire dal medioevo, le alghe del mare del Wadden, comunemente presenti in grandi masse, venivano impiegate per per molti scopi, tra cui il rivestimento degli argini. Nel periodo 1970-1990 però sono state soggette ad una campagna di eliminazione per il disagio che creavano allo sfruttamento turistico dei laghi. Questo esempio serve ad illustrare come nel tempo la percezione ecologica di una specie (da preziosa e da preservare, a dannosa e da alterare) possa cambiare nel tempo.
Anche per gli animali, a seconda del periodo storico, la distinzione tra “utile” e “dannoso” è sempre stata decisiva per determinare il modo in cui venivano trattati. In tempi recenti, la maggior parte dei mammiferi selvatici è “protetta”, e la estensione della loro popolazione è controllata da misure che ne stimolano la riproduzione (protezione di siti riproduttivi o di canali migratori) o che ne riducono la quantità mediante permessi di caccia selettivi. Altre specie però rimangono perseguitate rigorosamente, a causa delle loro caratteristiche etichettate come dannose.

La domanda “cosa è la natura” nel delta del Reno-Mosa è una domanda retorica, perchè letteralmente ogni centimetro quadrato di suolo è stato ripetutamente rivoltato sottosopra nel corso della storia.
Per gestire un simile ambiente semi-naturale, il modo migliore è adottare in ogni zona una misura differente e specifica, e una volta scelta, mantenerla nel tempo. Spesso le pratiche gestionali odierne però si basano su un continuo cambiamento delle metodiche, e nell’applicazione di queste metodiche dappertutto ad ogni loro avvio.
La condizione ecologica dell’ambiente fluviale dovrebbe essere migliorata in modo misurabile, e il sistema-fiume, da profondamente alterato e suscettibile com’è ora, dovrebbe tornare ad esser più capace di autosostentamento e resilienza nei confronti delle variazioni contingenti, in modo che le manutenzioni si rendano necessarie solo ad un livello minimo.

Oggi è chiaro che la definizione di sviluppo sostenibile si basa sul valore della reversibilità, e sulla possibilità di mantenere le opportunità disponibili per le generazioni future.

La storia del delta d’Europa – i fiumi

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Un aspetto meno noto del problema di inondazione in un delta occupato dall’uomo è il seguente.
La maggior parte delle grandi alluvioni fluviali nel delta Reno-Mosa è stata causata dalla formazione di tratti ghiacciati nel fiume, dall’accumulo di acqua da scioglimento, e dalla formazione di danni alle dighe creati dalle infiltrazioni di ghiaccio nelle stesse. La situazione era spesso aggravata dal fatto che alla foce dei fiumi il ghiaccio non si era ancora sciolto, mentre la zona delle sorgenti collocata più a sud era già in discioglimento. Questo tipo di alluvioni non era presente negli altri paesi.

L’area oggi chiamata Biesbosch è la più grande zona sommersa da acque dolci ed esposta alle maree di tutta Europa. E’ il risultato di continui cedimenti negli argini sia della Mosa che del fiume Waal, che nel 1500 portarono all’annegamento di 28 villaggi un tempo emersi, e che dopo molti anni di tentativi di riparazione delle dighe interne furono abbandonati all’acqua. Ci sono documenti di viaggiatori dell’epoca che riportano descrizioni del luogo, con viste su laghi da cui emergevano campanili di chiesa, il cui livello del suolo precedente all’inondazione era di parecchio sotto il livello dell’acqua.

In Olanda, come in ogni altro luogo ma forse più che altrove, i corsi dei fiumi furono profondamente modificati dalla costruzione di alti argini e dalla modifica del loro corso. L’età dell’oro olandese, caratterizzata da una grande espansione coloniale, si è basata sulla forza della navigazione, esterna come interna: i corsi d’acqua olandesi furono per secoli la via di trasporto principale, superiore in importanza a quella delle strade su terra, che al loro confronto erano state sviluppate relativamente poco.
La costruzione sistematica di canalizzazioni trasformò i fiumi in corsi d’acqua domati e regolati, in cui gli elementi di paesaggio particolari furono amputati: rami interrotti, canali secondari essiccati, e porti naturali ricoperti di sedimenti.
Il fiume Reno e il fiume Mosa sono gli esempi principali di questa azione di modifica dei corsi d’acqua dolce nel delta olandese.

Quali sono stati i cambiamenti nell’ecosistema del Reno negli ultimi secoli? Il “Reno naturale” è un’immagine preistorica. La deforestazione è stata avviata a partire dai tempi dei Romani. Negli ultimi due secoli, la canalizzazione e irregimentazione del fiume, da ricco di meandri a raddrizzato e navigabile ha visto sparire tutti gli ambienti alberati, paludosi o con prati lungo fiume. L’area in cui insisteva il corso d’acqua è passata dalle originali ampiezze di oltre quindici chilometri, ad uno stretto corridoio di alcune centinaia di metri. L’estensione del letto del Reno si è ridotta del 95%, e quella che una volta era la piana alluvionale del fiume è ora parte di un ambiente occupato da costruzioni e abitati civili.

il letto del reno

Il fiume Mosa fu “normalizzato” nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e trasformato da un fiume selvaggio, pieno di curve e meandri nel letto di ghiaia, a uno stretto canale a larghezza costante. Nonostante questo, i problemi rimasero, perchè il fiume era non navigabile per gran parte dell’anno, ed era soggetto a rischio esondazione durante i momenti di piena.
Essendo collegato al mare, il fiume era esposto agli effetti della marea per buona parte del suo corso, e l’incursione di acqua salata poteva facilmente raggiungere livelli indesiderati.

Il “Delta project”, uno dei più imponenti progetti di ingegneria civile al mondo, costituito dall’imponente modifica del delta avviata a seguito dell’inondazione del 1953, ha introdotto un paradosso. Da un lato, con la costruzione di imponenti dighe-ponte all’estremità del delta, ha migliorato di molto l’accessibilità di isole un tempo isolate e ha portato a un grande sviluppo degli sport acquatici e delle attività ricreative legate all’acqua. Dall’altro lato, i gradienti dell’estuario e le strutture zonali dell’ecosistema sono state annichilite, trasformando il delta in un insieme di compartimenti stagni e non resilienti in cui zone d’acqua dolce e d’acqua salata sono separate da grandi muri di pietra.

Negli ultimi vent’anni l’interesse per l’ecologia come scienza è aumentato di molto. Si è capito che gli estuari naturali, con il loro ritmo delle maree e i loro gradienti tra acqua dolce e salata sono ecologicamente molto più sani delle zone d’acqua separata e isolata create artificialmente nel delta di oggi. Il delta è diventato una somma di enormi acquari, instabili e difficili da gestire. Le alghe ammuffiscono, le sabbie vengono erose e scompaiono sotto il livello dell’acqua. Le acque sono torbide e invase da specie esotiche, e solo venti anni sono passati dalla costruzione della grossa diga sull’Oosterschelde. Ora, nel ventunesimo secolo, si parla di un “nuovo delta”, in cui le dinamiche delle maree dovrebbero ritornare, ricostruendo connessioni tra i corpi acquatici, mantenendo il requisito di massima sicurezza per gli abitanti del delta.

La storia del delta d’Europa – il suolo

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

C’è un vecchio detto: “Dio ha creato il mondo; gli olandesi hanno creato la loro terra”.
Molte città olandesi devono il loro nome alla costruzione delle dighe (“dam”): Rotterdam, Amsterdam, Edam,…
La civiltà è il risultato di complesse combinazioni di istituzioni, cultura, caratteristiche materiali e ambientali.
E la crescita economica avviene spesso alle spese dell’ambiente naturale.

Un tema ambientale molto discusso di recente è quello del rischio di aumento del livello del mare.
In Olanda, la differenza tra il livello del mare (e dei fiumi) e quello del suolo hanno giocato un ruolo chiave già a partire da molto tempo fa.
L’aumento del livello del mare è un processo complicato: non è solo il livello del mare ad alzarsi di per sè (e questo è stato osservabile dall’ultima glaciazione, ovvero negli ultimi 10000 anni), ma è anche il suolo che sprofonda e contribusce in modo dinamico alla differenza di livello.

Perchè l’Olanda è definita uno dei Paesi Bassi?
E’ stato calcolato che, attorno al 1450, la differenza tra livello del suolo (soggetto a compattazione e sprofondamento) e livello del mare diventò di segno negativo: da quel momento in poi, il delta Reno-Mosa divenne un’area collocata sotto il livello del mare, soggetta al rischio di inondazione. Inoltre, da lì fino ai giorni nostri, il problema non ha fatto altro che aggravarsi, portando il popolo olandese alla nota battaglia senza fine contro il rischio d’inondazione.

Ma perchè possiamo fare riferimento ad una data precisa per l’inizio di questo fenomeno?
E’ ampiamente documentato che, a partire dal quindicesimo secolo, la terra del delta fu sfruttata estesamente per l’estrazione della torba. Questo fu l’ingresso “ufficiale” di quel territorio in una condizione dinamica. Infatti, a causa degli estensivi scavi di torba che indebolivano il suolo, ampie aree di terra cominciarono ad essere erose dall’azione del mare e sprofondarono sott’acqua, creando grandi laghi profondi. La formazione dei grandi laghi nei luoghi che furono sfruttati per l’estrazione della torba è uno dei più importanti esempi di danno ecologico massivo prodotto dall’uomo in tempi recenti. Poichè questo fenomeno si era formato gradualmente, ai tempi non fu percepito come un disastro. I documenti ufficiali (governativi) del tempo parlano non del timore dell’annullamento del paesaggio, ma della paura delle minori rese di tassazione dalle aree che si riducevano in estensione.
Il desiderio di massimizzare i profitti da estrazione della torba portava a rischiosi corto circuiti: le autorità davano concessioni di estrazione ai proprietari terrieri, e nel frattempo finanziavano la riparazione dei danni commessi mediante sovvenzioni alla riparazione e manutenzione delle dighe per cui l’Olanda è diventata famosa.

A posteriori è facile dire che l’estrazione della torba ha portato ad una prosperità temporanea della popolazione locale, ma ha finito per “uccidere la gallina che covava le uova d’oro”. Nel periodo successivo, ad esempio, il vuoto occupato dai laghi che hanno preso il posto delle distese di torba, ha finito per introdurre una nuova povertà nella popolazione locale.
Ma questo era solo l’inizio di una storia di alterazione del territorio che non ha più avuto fine. Una storia in cui, forse, non è molto noto come sia stato proprio l’uomo a crearsi il problema del rischio d’inondazione, e a portarselo fino al giorno d’oggi. Quello che si dice, e cioè che gran parte della costa olandese sia stata strappata al mare, è un luogo comune, ma è vero il contrario. In realtà, il danneggiamento del territorio per estrazione di torba e drenaggio delle coste sono continuati per secoli, facendo sì che ampie parti della costa si compattassero, sprofondassero e diventassero preda della forza delle maree, portando alla penetrazione del mare in ampie aree che originariamente erano collocate sopra il livello del mare.

Nel sedicesimo secolo, venne introdotto il mulino a vento, e grazie alla forza di pompaggio dei mulini, i laghi di origine torbiera vennero svuotati nuovamente, arrivando alla formazione di nuovo suolo coltivabile, ad un livello significativamente sottoposto rispetto al livello del mare.
Nello stesso periodo, si è aggiunto il contributo dell’industria del ferro, che è stata la principale responsabile della deforestazione della zona del Veluwe, lasciando su ampia scala un residuo di suolo sabbioso.

Uno dei più larghi laghi originati dall’estrazione della torba, l’Harlemmermeer, raggiunse le dimensioni di un mare. Nel 1838, fu avviato un piano imponente per il suo prosciugamento. Lo scopo del progetto era la protezione dal movimento d’acqua che causava inondazioni, non la reclamazione della terra. Dopo numerosi tentativi, nel 1852 i lavori di bonifica furono completati, e ben 18000 ettari di nuova terra furono esposti all’essiccazione: il caso del prosciugamento dell’Harlemmermeer può esser visto come l’apoteosi della capacità idraulica del tempo.
Senonchè, una volta prosciugata, la terra fu ceduta dal governo a privati. Diversi lotti furono venduti, principalmente a ricchi investitori, ma siccome il ritorno dalla vendita fu minore del costo di bonifica, il governo non investì più in quella zona, e non costruì strade o scuole o chiese, al punto che i pionieri colonizzatori ebbero una vita particolarmente dura in quell’ambiente selvaggio.
Sulle prime, i coloni praticarono una agricoltura di sfruttamento, spendendo poco nel mantenimento delle caratteristiche del suolo coltivabile appena esposto. Il suolo ottenuto da drenaggio non era uniforme e dava rese discontinue, e l’area fu colpita da un’epidemia di colera. La mancanza di strade e la mancanza di coesione sociale o efficienza agricola portarono la zona sull’orlo del disastro sociale, finchè nel 1880 la fase pionieristica terminò. La terra fu frazionata in lotti da 20-100 ettari, e le macchine agricole furono introdotte a basso costo di manodopera. Alla fine, in quest’area depressa fu costruito l’aeroporto di Schipol, che è attualmente l’aeroporto nazionale dell’Olanda, collocato sul fondo del lago di origine torbiera, situato 4,3 metri sotto il livello del mare.