L’ingresso dell’individualismo nella storia moderna

L’altro giorno, mentre ascoltavo per radio sabatolibri, veniva presentato il seguente lavoro: Nonostante Auschvitz, per una storia critica del razzismo, di Alberto Burgio.
Un saggio che inizia con le seguenti parole.

Il libro nasce dalla constatazione della evidente ripresa del razzismo in Europa. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza mascheramenti o pretesti. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato.
La domanda che si pone è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo? La risposta deve coinvolgere la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Tesi che nel saggio viene documentata sul piano storico e argomentata sul piano teorico.

Durante la trasmissione radiofonica, l’autore ha introdotto un argomento che mi ha colpito. Il concetto della differenza tra società formate da corpi collettivi e società individualiste. L’elemento individualista è così profondamente costitutivo della modernità, che mi domandavo quale fosse la condizione “altra” ad esso contrapposta.
Mentre se ne discuteva in trasmissione, mi tornavano in mente le parole di una scrittrice africana intervistata qualche anno fa al teatro Miela. L’autrice aveva stupito il pubblico col suo estremo amore per l’individualismo occidentale, spiegando come questo amore si era formato. L’infanzia dell’autrice era stata pesantemente sofferta, perchè condizionata dalle regole del gruppo sociale nomade in cui lei era nata. Un ambiente, a suo dire, primitivo, opprimente, in cui non c’era nessuno spazio per l’individuo. Raccontava di queste notti da bambina sotto una tenda occupata da molte persone contemporaneamente, in cui non erano concessi rumori o espressioni personali. Contava solo la cappa pesante dell’ente collettivo.
Partendo da questa premessa, la seconda metà della vita dell’autrice, che si era svolta (se non sbaglio) a Parigi, concedendosi finalmente in modo autorizzato una vita da single, le era parsa come una enorme liberazione.

Ricordardomi di queste parole, dunque, sono tornata al podcast con la registrazione della puntata di sabatolibri. E mi sono trascritta qua di seguito la parte in cui anche Alberto Burgio parla di questo tema.

————————————————

“La modernità ospita due modelli fondamentali di condizione sociale: quello multiculturalista e quello universalista. Entrambi i modelli, sia quello multiculturalista (che ha pregi e difetti, come la possibilità di sfociare nell’Apartheid) sia il modello universalista (che è integrativo-assimiliativo nei confronti di una identità data, non senza un prezzo) sanciscono, sia pure attraverso modalità diverse, delle relazioni gerarchiche. Sanciscono il prevalere della metropoli sulla campagna, del centro sulla periferia, della nazione coloniale sui popoli colonizzati, delle economie più forti sulle economie più deboli o servili, e in definitiva anche, vorrei mettere in evidenza, del capitale sul lavoro. Queste relazioni gerarchiche informano non solo i corpi sociali ma anche l’insieme delle relazioni internazionali.
Come si colloca all’interno di questa situazione il tema della solidarietà?
Il paradigma del riconoscimento della solidarietà è stato distrutto, polverizzato dalla modernità, al tempo della nascita del valore dell’individuo singolo.
Le società premoderne non erano società di individui singoli, ma erano società di corpi collettivi. Certamente, corpi collettivi in cui funzionava la violenza (non c’è nessuno sguardo nostalgico al proposito): le società premoderne erano società violentissime, patriarcali, assolutamente inique, servili, dove il rapporto centro-periferia era brutale, anzi, nutrito di violenza militare. Ma c’era, per ragioni molteplici, una dimensione sovra-individuale dell’esperienza. Una dimensione collettiva.
La modernità si insedia frammentando questi corpi collettivi, e regalando alla nostra percezione quella straordinaria esperienza progressiva che è il processo di individualizzazione. Ma lo fa a costo di distruggere i legami solidali. La individualizzazione moderna, proprio perchè egemonizzata dal capitalismo, genera società di individui atomizzati, competitivi tra di loro, che si vivono come enti separati e reciprocamente indifferenti. Ora quella indifferenza, che vive in modo più violento nei confronti di chi viene da lontano, nei confronti di chi è più palesemente diverso da noi, in realtà vive anche dentro le relazioni tra di noi. Non è vero che sia un altro paio di maniche. Sono convinto che c’è un continuum tra l’assenza di solidarietà tra italiani e stranieri immigrati, o tra italiani e italiani che sono palesemente diversi da noi (fenomeno che spesso ha espressioni molto violente e distruttive), e l’assenza di solidarietà non meno violenta, non meno distruttiva (nonostante si esprima con forme meno palesemente negatrici) che caratterizza, che informa di sè, i rapporti tra di noi, anche all’interno della società italiana.”

2 pensieri riguardo “L’ingresso dell’individualismo nella storia moderna”

  1. Bello questo articolo! Vedi anche un saggio interessante di Tzvetan Todorov su questo argomento “Paura dei barbari” ed Garzanti.
    Il libro esamina questo tema facendo una carellata attraverso i secoli ed esaminando il problema dal punto di vista dell’antropologia culturale.

  2. Grazie!
    Sì infatti è interessante vedere come un argomento ha avuto oscillazioni nella storia. Una prospettiva di lungo periodo chiarisce meglio i fenomeni del momento.
    Ciao
    P.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.