Cosa vuol dire esser troppo grandi per fallire?

Questo weekend ho completato la seconda lettura su kindle (regalo preso con il buono libri di Luisa) e devo dire che il supporto elettronico è ormai come se fosse sparito, mentre i contenuti della lettura hanno prevalso facendo il consueto effetto “attrazione” da una pagina a quella successiva, come ciliegie da piluccare fino a esaurimento.

Si trattava di “Too big to fail“, preso in lingua originale, e scelto nel gruppo dei testi americani più gettonati per raccontare la crisi finanziaria del 2008.
Tra le varie versioni di resoconto possibile, ho scelto quella di cronaca, scritto da un editorialista del New York Times, non molto dedicata alla comprensione delle cause, ma sicuramente avvincente nella dettagliata ricostruzione di ogni immagine del film che si svolgeva dietro le quinte dei colossi finanziari di Wall Street, parola per parola.

E quindi la prima cosa che è apparsa chiara da questo testo è che “too big to fail”, troppo grande per fallire, è una definizione che nasce dal fatto che il fallimento non è una procedura praticabile quando il sistema è troppo interconnesso: la vera definizione (assegnata al segretario della banca federale americana, Hank Paulson) dovrebbe essere “Too big to liquidate”, troppo grande per procedere alla trasformazione di tutti i contratti e debiti e rapporti in un flusso “liquido”, in un ritorno al contante di cassa disponibile, ristrutturabile; perchè la massa di intrecci è tale che i tempi per realizzare una vera liquidazione sono impraticabili.

Ed ecco allora che i big della finanza si attrezzano non per la procedura di fallimento, ma per quella di salvataggio.
Con i soldi pubblici.

Leggere proprio in questi mesi il resoconto di come figure esperte di economia, che hanno un ruolo misto di politico e di regolatore, siano entrate nel sistema della finanza privata per facilitarne il salvataggio, è stato nello stesso tempo istruttivo ed impressionante.
Perchè a pochi anni di distanza, proprio ora, la stessa cosa avviene nel nostro sistema Europa.
Col fondo salva stati e lo scudo anti spread che, ad accettarle come parole nuove, non rivelano davvero al primo colpo quanto ci siano di mezzo i soldi dei contribuenti, quanto si stiano facendo passi avanti verso la commistione tra il nostro quotidiano e la prevalentemente incontrollabile macchina della volatilità.
Non mi sarebbe stato facile capire cosa avviene oggi se non avessi fatto i confronti con l’approccio creato ad hoc per i vicini predecessori d’oltreoceano.

Ecco che, ancora una volta, devo definire una lettura appena completata come “necessaria”.
Anche altri punti di vista potevano essere scelti.
Ma è certo che, guardarci dentro, nei meccanismi del sistema, almeno un poco e almeno col supporto del pettegolezzo dell’informatore che rende più gustosa la drammatica trama, ci voleva.

copertina del libro su kindle

Il Foucault necessario

Era più di un anno fa, che un amico di Andrea e Serena, Alessandro, che per mestiere fa l’educatore, mi aveva segnalato un lavoro di Foucault, descrivendolo come “una folgorazione sulla strada di Damasco”. Si trattava di “Microfisica del potere”.
Per un po’ ho cercato un volume che contenesse esattamente quel saggio, poi alla fine, siccome non lo trovavo, ho cambiato metodo, e ho preso una classica antologia: un volumetto che permetteva comunque di farsi un’idea dell’opera del filosofo, in generale.

Ora che l’antologia l’ho letta tutta, devo dire che ci voleva.

Sì, è vero, in certi tratti si tratta di un autore puntiglioso, iper specifico, attento a certi temi di cui ha fatto una esplorazione tutta sua, una “archeologia” (come dice lui) che ne ripercorre l’origine storica, osservando i momenti di ingresso di elementi accidentali che poi sono diventati ovvi, fino al consolidamento di istituzioni a cui noi siamo abituati, e che invece lui mostra come possono ancora essere messe in discussione.
Certo è che alcune sue formulazioni non si può non averle lette: come le ha espresse lui, devono far parte del nostro bagaglio.

Dalle interviste all’autore:
“Le analisi che tento di fare – e non sono il solo che prova a farle – sono parziali, frammentate. Non si tratta di fondare una teoria del potere, una teoria generale del potere, nè di dire che cosa sia il potere o da dove venga. In Occidente tale questione si pone da secoli, persino da millenni, e non è certo che le risposte che sono state formulate siano state soddisfacenti. In ogni caso, cerco di analizzare il problema a un livello empirico, partendo dal mezzo. Non mi chiedo “Da dove viene il potere, dove va?”. Mi chiedo, invece: “Da dove passa e come passa, quali sono le relazioni di potere, come si possono descrivere alcune principali relazioni di potere che si esercitano nella nostra società?
Perciò non intendo il potere nel senso del governo, nel senso dello Stato. Dico: le relazioni di potere attraversano i rapporti tra le persone, la famiglia, l’università, la caserma, l’ospedale, la visita medica, la relazione pedagogica, il corpo politico. Di che cosa si tratta, dove conducono, come vincolano gli individui, per quali motivi sono o non sono sopportate?
(…)
L’analisi delle relazioni di potere costituisce un campo estremamente complesso; essa si imbatte talvolta in quelli che possono essere definiti i fatti o gli stati di dominio, in cui le relazioni di potere, invece di essere mobili e di permettere ai diversi partner una strategia che li modifica, sono bloccate e fisse. Quando un individuo o un gruppo sociale giungono a bloccare un campo di relazioni di potere, a renderle immobili e fisse e a impedire ogni reversibilità del movimento – con strumenti che possono essere economici, politici o militari-, ci si trova di fronte a quello che può essere definito uno stato di dominio. E’ certo che, in un simile stato, le pratiche di libertà non esistono, esistono solo unilateralmente o sono molto circoscritte e limitate.

Va sottolineato che il titolo dell’antologia è stato preso da una frase di Foucault: “L’impazienza della libertà“.

Ancora, dall’introduzone del curatore:
“Nel tentativo di delineare in maniera precisa la loro differenza, il filosofo francese definisce le relazioni di potere come relazioni all’interno delle quali si cerca di dirigere la condotta dell’altro. Si tratta di rapporti mobili, che possono modificarsi e che non sono dati una volta per tutte, di giochi strategici aperti tra le libertà. Gli stati di dominio, invece, si creano quando un individuo o un gruppo sociale riescono a bloccare delle relazioni di potere, a renderle immobili, irreversibili. Ciò che conta, quindi, è riuscire a evitare che i giochi aperti di potere si fissino in stati di dominio. A differenza di questi ultimi, in cui le pratiche di libertà non esistono o sono molto limitate, le relazioni di potere presuppongono sempre la libertà di coloro che vi sono coinvolti, la loro capacità di resistenza; là dove uno dei termini della relazione subisce una violenza illimitata da parte dell’altro, ed è dunque a sua totale disposizione, non è più potere. E’ proprio perchè la libertà è ovunque che i rapporti di potere attraversano tutto il campo sociale.”

Antologia di Foucault

Adoro Douglas Adams

Ho finito di leggere l’ultimo libro della trilogia in cinque parti della Guida Galattica per Autostoppisti. Quello secondo cui la Guida liquida tutta la descrizione del nostro pianeta con due sole parole: Praticamente Innocuo.
Ora che ho completato la serie, mi sento orfana, ne leggerei tranquillamente altre dieci puntate, se ce ne fossero.

Peraltro questa è stata la mia prima lettura interamente svolta su kindle, e devo dire che mi ha fatto un effetto strano.
A leggerla sulle pagine di uno schermo, la storia sembrava un po’ rubata e un po’ ineffabile, come se dopo aver girato pagina il vecchio paragrafo non ci fosse più. E poi certi pomeriggi crollavo letteralmente di sonno… e quando mi svegliavo, mi domandavo se ero finita in un’altra dimensione. In chissà quale degli infiniti universi paralleli esistenti nel racconto.

Non so per quale motivo l’ultimo volume della serie è meno noto e amato degli altri. Gli eventi si incastrano perfettamente con il resto della storia, anche se gli agganci a quanto è successo prima avvengono mediante liberi salti nel tempo, del tutto leciti in fantascienza.
Per me Adams è spettacolare nel come tratteggia mondi e situazioni, paradossali ed estremi eppure così simili alle nostre organizzazioni reali che lui vuole prendere in giro…
Fosse davvero tutto così il mondo, ci sarebbe un sacco da divertirsi.

La copertina su Kindle

Super nuovo regalo da parte di Dado

Ieri Dado era molto impaziente che arrivasse il postino, che gli portasse dei pacchi.
Ha suonato solo nel pomeriggio, ed è arrivato con due scatoloni.
Uno era pieno di carte da gioco per la collezione dadica, e l’altro era una sorpresa per me: “Apri“, mi dice Dado, “Guarda il biglietto di auguri“.
Leggo a voce alta l’etichetta sull’esterno del pacco: “Il tuo nuovo Kindle“.
“Ma nooo!“, si lamenta Dado, “avevo chiesto che non mettessero informazioni visibili!!!“.

Beh comunque decisamente non me lo aspettavo. Spedizione veloce un po’ in anticipo sul mio compleanno. Non mi ero mai posta l’idea di prendere un kindle, un lettore di libri elettronici. Sai quella cosa per cui sei abituata al piacere di tenere i volumi cartacei in mano.
E invece, come prima scoperta, realizzo che si tratta di un’altra sensazione.
Innanzitutto, con la connessione wi-fi, ti tenta subito a prendere al volo i libri che ti passano per la testa. Dopo un anno e mezzo che lo cercavo a tempo perso senza trovarlo, eccolo qua, in un minuto l’ho comprato ed è arrivato finalmente tra le mie mani: l’ultimo episodio della saga di Douglas Adams, che era mezzo scomparso dalle librerie, da quanto tempo lo volevo leggere!
Poi mi piazzo sul divano, e trovo le nuove pose col kindle sul cuscino… senza mani! Mi fa strano non dover tenere le pagine in modo che il libro non si chiuda, sta lì tranquillo e si lascia leggere sul bianco e nero.
Poi mi ricordo delle situazioni in viaggio, con la bici e un solo libro a testa per Dado e per me, che alla fine per non aumentare i pesi ce li scambiavamo; mentre ora se ne possono portare in giro molti tutti qua dentro.
Alla fine la mia impressione è che con questo dispositivo non si smette di comprare libri cartacei, ma si aggiungono letture e golose occasioni.
Pancia mia fatti capanna!

il nuovo Kindle di Palla

Un libro storico (in tutti i sensi)

Ho finito di leggere un saggio del ’46, che il papi mi ha prestato, dopo che me lo aveva segnalato proprio in un commento su questo blog: “Le radici storiche dei racconti di fate“.

L’ho cominciato qualche mese fa, mentre ero in treno durante un giro con la bici, e mi era sembrato piuttosto strano. E mi dicevo: forse nel ’46 si scriveva così, spiegando ogni volta le premesse del proprio modo di far l’analisi.
Però poi ho cominciato ad appassionarmi.

Per esempio, quando l’autore tratta il tema del “serpente”. Che evolve in mille sfumature, e mostra tutti i passaggi della trasformazione del racconto, dal rito vissuto, al mito, alla fiaba.
Ed ecco che è apparso il ruolo ponte di questo studio. Dall’antropologia alla sociologia dei giorni nostri.
Un anello di collegamento che mi mancava.

Dalla quarta di copertina:
“…cammina cammina, arrivarono nella foresta e si smarrirono. In lontananza scorsero un fiume…”
Come e quando sono nate le fiabe? Perchè i racconti di fate si rassomigliano in tutto il mondo? Un’affascinante risposta è quella fornita da V. J. Porpp, il filologo russo che ha precorso genialmente le ricerche dello strutturalismo attuale.
Nell’interpretazione di Propp, i racconti di fate non sono fantasia ma storia, sono il documento di una delle più antiche età dell’uomo: l’epoca delle comunità di cacciatori, prima ancora che la pastorizia e l’agricoltura incominciassero a cambiare il volto del mondo.
Giovandosi di un materiale comparativo vastissimo tratto dall’etnologia e lavorando specialmente sui racconti di fate russi, Propp stabilisce tutta una serie di confronti tra i principali motivi di cui sono intessute le fiabe e analoghe forme rituali esistenti nella protostoria e presso i primitivi.
Attraverso tanti racconti sezionati e comparati, interrotti e ripresi in un giro di richiami e illuminazioni, il modo vivace della narrazione si compone esso stesso in un affascinante racconto.

Un libro storico (in tutti i sensi)

Coping with minority status – 4

La ammissione di una colpa sociale, che a volte ha radici storiche, richiede che la maggiornaza riconosca l’esistenza di questa colpa.
In particolare, chi è in posizione di maggioranza e di vantaggio, si deve rendere conto del conflitto esistente tra i propri principi e valori, e il proprio comportamento reale, della distanza che la separa dalle minoranze, della propria mancanza di conoscenza nei confronti delle vere condizioni di vita delle minoranze, e degli atti di violenza che queste devono sopportare.
Le minoranze che sono vittime riconosciute, a volte fanno leva su questo senso di colpa, e sottolineano (si potrebbe dire, legittimamente) i conflitti interni della maggioranza.

Coping with minority status – 3

Sulla segregazione orizzontale e verticale esistente nel mondo del lavoro:

Le professioni sono valutate in modo diverso, in accordo con criteri condivisi socialmente, e queste valutazioni impattano sulle retribuzioni e sulla stabilità dell’impiego.
In effetti, la divisione del lavoro organizzata, così come la vera e propria demarcazione delle professioni lungo una scala graduata in termini di prestigio, può essere vista come il risultato della valutazione (secondo quella cultura) data a specifiche capacità e abilità. Alla fine, questa valutazione culturale delle professioni, determina la quantità di risorse che saranno assegnate all’individuo.

Coping with minority status – 2

Il concetto di “ruolo sociale” come prescrizione per il comportamento degli individui, è centrale per l’interazione nei suoi aspetti simbolici.
Gli individui, quali attori sociali, imparano che la società mette a disposizione un certo numero di “ruoli” che possono essere occupati, come una partita di calcio contiene un certo numero di giocatori nella squadra che sta in campo. Al di fuori di queste posizioni definite, non risulta evidente una possibilità di agire in modo coerente: o si è un attore della società in uno di questi ruoli, o non si è un individuo che fa parte della società.
Inoltre gli individui non sono liberi di “abitare” qualunque ruolo: devono negoziarne l’occupazione con la società in cui vivono.
le teorie che spiegano come nascono le “etichette”, assumono questa negoziazione come una attività non ad armi pari. Il potere nella negoziazione tipicamente sta dalla parte di chi ha la condizione di vantaggio e più elevato status nella società in senso più ampio. E in effetti sono costoro a poter assegnare ruoli (o “etichette”) agli altri, privi di status e di potere. Possono anche assegnare l’etichetta di “deviante”, e non renderne disponibile nessun’altra alternativa.

Secondo Roschelle e Kaufman, l’essere stigmatizzati è conseguenza di gerarchie sociali di potere, al punto che, in generale, la condizione dell'”essere stigmatizzati” corrisponde all”essere privi di potere”.

Io spesso non mi sento in minoranza, ma in condizione di “singoletto”. E comunque da queste cose c’è molto da imparare

Oggi ho finito un libro che mi ha veramente molto appassionato.
E’ un saggio di sociologia sui rapporti dinamici con cui le minoranze affrontano la loro condizione e i rapporti con le maggioranze che stanno in posizione di vantaggio.
Si chiama “Coping with minority status: Responses to Exclusion and Inclusion”

Il testo procede su capitoli diversi dedicati a situazioni molto varie, ciascuno leggibile come uno studio a sè, eppure ben collegato poi nella visione d’insieme.
Ne ho tratto diverse chicche che vale la pena citare.
Oggi comincio con questa.

“La ricerca nel campo delle giustificazioni che un sistema si dà, ha messo in evidenza come la gran parte delle persone che appartengono ad un gruppo svantaggiato (nel testo sono citati gli esempi degli afroamericani e delle donne), spesso hanno internalizzato le ideologie con cui il sistema giustifica sè stesso, come ad esempio l’individualismo o la meritocrazia: per questo, credono che chiunque possa avere successo nella società, e che la soluzione alla loro condizione di svantaggio stia nella mobilità individuale.
Dunque, anche se un certo numero di mobilitazioni sociali ha origine all’interno di questi gruppi di minoranza, molti altri membri di questi stessi gruppi non percepiscono l’ingiustizia che di fatto è in essere verso di loro, non si battono per il cambiamento sociale, e quindi non costituiscono fonte di influenza o interazione verso il cambiamento.
E’ invece noto e ben documentato quanto le minoranze attive possano avere influenza sulle maggioranza, per far riarticolare la posizione di svantaggio o vantaggio reciproco.”

Il cracker non è necessariamente un biscotto

Ho appena finito il secondo libro di Kevin Mitnick.
Che racconta le storie di personaggi come questi:

“Gabriel si iscrisse ai corsi della Cisco, in un istituto tecnico locale. Completamente autodidatta, spesso ne sapeva di più degli insegnanti, che a volte rimandavano le risposte alle sue domande più difficili. Gabriel, oggi ventunenne, sembra avere il talento tipico dell’hacker: quello che permette di fare delle scoperte senza l’aiuto di nessuno”.

“Louis e il suo amico Brock, lavorando ossessivamente su un computer che avevano sottomano, si imbarcarono insieme su un progetto: scoprire il maggior numero di informazioni possibili su di un’azienda di sicurezza europea, usando un semplice programmino scritto da uno dei due.
La sfida era irresistibile: la affrontarono come un problema da risolvere.
Il loro intento era esaminare il sistema, e da quello che vedevano cercare di psicoanalizzare gli amministratori di rete: era quasi un entrare nelle loro teste per capire come organizzavano l’architettura della rete informatica dell’azienda. Il tentativo si basava sulla conoscenza che avevano delle reti e delle compagnie in quel particolare paese europeo, sul livello locale di conoscenza dell’Information Technology e sul fatto che la gente in quel paese era forse un anno e mezzo o due in ritardo rispetto alla Gran Bretagna, da dove stavano operando loro.
”

Mi ricorda qualcosa.

copertina libro