Quando senti che stai per arrabbiarti, pensa ai delfini…
che giocano a palla con le meduse!!!
(grazie papi per la segnalazione)
Davide e Paola sul Web
Quando senti che stai per arrabbiarti, pensa ai delfini…
che giocano a palla con le meduse!!!
(grazie papi per la segnalazione)
In questi giorni liberi, alterno i passaggi ai due stagni più vicini, come se fossero nel giardino di casa; in effetti sono raggiungibili con un semplice tratto di tram.
Martedì dunque torno allo stagno di Villa Giulia, quello dove non si può arrivare in bici perchè ci sono le scale, dunque vado a piedi.
Questo è lo stagno per la lettura. Mi sdraio sui massi vicino all’acqua. Servono tre massi grossi per fare un “divano”, ovviamente ad inclinazione variabile, per cui ogni tanto devo far cambio di posizione per non restare incriccolita: sdraiata, seduta o di fianco. A turno.
Questo stagno ha un suono diverso dall’altro (quello di Banne); questo ha il vento a ondate che passa nelle foglie degli alberi; le conacchie, i grilli; le api che ronzano; le rane. E, non troppo lontano, ad un certo punto sento un tonfo, e quello che mi sembra il grugnito di un cinghiale… beh, a quel punto ho deciso di non muovermi per un po’.
Passano le ore, si avvicina l’ombra e un po’ di fresco. A tratti rarefatti arriva il “blub” di una bolla d’aria che esce dallo stagno, o il “plop” di una ranetta che salta sulla ninfea. Come quella rana che, passando di foglia in foglia, raggiunge l’ultima foglia a malapena sul bordo e, senza volerlo, finisce in acqua, ih ih…
Mi ri-immergo nella lettura. L’autrice racconta di essere in vasca da bagno, anche lei intenta a leggere. Alla fine decide di realizzare una sua fantasia dissacrante. Immerge il volumentto appena finito nell’acqua all’olio di menta. Completamente. Un delitto geniale…
Lunedì pomeriggio sono andata due volte allo stagno di Banne.
La prima, ci sono rimasta cinque minuti, perchè dei tuoni hanno cominciato a rombare nel cielo nero. La seconda, ci sono sono rimasta quasi fino al tramonto. Infatti, dopo la pausa al coperto (alla gelateria di Opicina, dove ho visto venir giù qualche goccia di pioggia) avevo deciso di tornarci, attratta da quel posto pieno di tranquillità.
Lo stagno è un luogo che ha un suono tutto suo. Alcuni uccelli si fanno sentire dai dintorni; il pelo dell’acqua si muove un po’, facendo delle bollicine che risalgono dal fondo quasi a ritmo. L’orizzonte è racchiuso da un cerchio di alberi, e il cielo si raddoppia sullo specchio acquatico.
Quando mi sono seduta per la seconda volta ai margini dello stagno, una libellula verde e nera ha cominciato a girarmi intorno, e non mi ha più mollata per una buona ora. La sua danza l’ha portata a fissarmi molte volte, era chiaro che puntava proprio me, per cui sono riuscita a fotografarla in volo (impresa di solito impossibile, perchè le libellule volano a scatti molto rapidi). Ormai avevo anche cominciato a parlarle: “Non così vicino!”, le dicevo, “occhio che ti impigli nei capelli!”, mentre il rumore delle sue ali da elicottero mi distraeva.
Grazie al fatto che ero accaldata dal giro in bici, mi sa che l’ho proprio fatta innamorare di me.
Sabato scorso ho fatto un giro per i boschi dell’altopiano.
Dall’obelisco di Opicina, a Banne lungo il percorso ciclabile, per poi staccarmi dalla strada seguendo un sentiero. Trovo un pozzo, mi arrampico su fino all’antenna, arrivo a Conconello. Entro nel bosco Tommasini, giro dietro al campo di Cologna, e scendo giù per villa Giulia fino a via Cantù. Mi rinfresco alla fontana, rubo le more, mi fermo a leggere un libro.
Il comprensorio forestale composto dai boschi Tommasini, Pavani, Rossetti e Venezia risale al 1842, quando un rimboschimento artificiale con pino nero aveva cominciato a sostituire le latifoglie autoctone. I lavori di rimboschimento furono premiati nel 1900 con il premio più prestigioso all’esposizione mondiale di Parigi, e continuano tuttora con diradamento selettivo
Prima di scendere in via Cantù mi sono soffemata presso lo stagno di Villa Giulia, ripristinato nel 1995 dai Tutori degli Stagni e delle Zone Umide. Un posto veramente rilassante, dove sono rimasta ad ipnotizzarmi per un po’, tra il canto dei grilli e il rumore del vento.
In questo periodo dell’anno i rospi smeraldini sono allo stadio di girini. Cosa fanno i girini tutto il giorno? Mangiano, mangiano e poi mangiano, attaccandosi alle erbe e alle foglie galleggianti qua e là; e scodinzolano al loro solito modo, mentre passano da una postazione di pasteggio all’altra.
E poi ci sono gli insetti che camminano sull’acqua, i gerridi detti anche idrometra, che scattano da un punto all’altro come se avessero sempre paura. Piccoli menischi d’acqua li accompagnano fedelmente, come dei pattini, sempre presenti sotto il lieve peso delle zampe.
Qualche giorno fa, tornando a casa presso il giardinetto, abbiamo visto che c’erano i pompieri e che una parte della zona con le piante rampicanti era interdetta al pubblico.
Ci siamo avvicinati; c’era anche Pasquale, l’amico di Dado.
Stavamo per assistere ad un evento speciale: la sciamatura delle api!
Ogni primavera, negli alveari, nascono delle nuove api regine. Le regine vivono diversi anni, ma solo una può restare nell’alveare. Le nuove nate vengono scacciate, talvolta anche uccise, e alla fine del confronto solo una risulta essere la più forte. Le regine che vengono mandate via possono provocare la “sciamatura delle api”: portano con sè alcune api aventi vari ruoli, e promuovono la formazione di un nuovo gruppo e di un nuovo alveare in una posizione che è tutta da cercare.
Il giardinetto sotto casa nostra era sembrato un buon posto per un nuovo gruppo di api, che si era appostato e raccolto a forma di grappolo su una delle piante di rose.
Pasquale, che le aveva avvistate, ha chiamato i pompieri. Con loro è venuto un apicoltore di Santa Croce, Luciano, che con una scatola a forma di arnia semplificata, ha fatto cadere il grappolo all’interno della nuova “casa”: in questo modo la regina è stata catturata.
Luciano è rimasto per ore sul posto, in attesa del tramonto, perchè le api che ronzavano attorno all’arnia (dapprima come una grossa nube, e poi verso il tramonto sempre più disposte a rientrare a riposo) andavano raccolte tutte o quasi. Anche se nel grappolo non aveva visto la regina, era sicuro di averla catturata, poichè è la presenza della regina (che attira le api con i feromoni) a causare il loro comportamento ordinato attorno al gruppo, ovvero a farle “sciamare”, altrimenti si sarebbero disperse e se ne sarebbero andate ognuna per conto proprio.
Noi abbiamo aspettato con lui il calar della sera, affascinati dal fenomeno e dalle sue spiegazioni.
Per Luciano questa sciamatura era la prima dell’anno.
Nonostante gli anni di esperienza, e le conoscenze millenarie sull’argomento, ancora non si è chiarito come mai le api producano miele tanto in eccesso rispetto al loro fabbisogno di sussistenza.
Per una avvincente lettura sull’argomento: La scomparsa delle api, di Sylvie Coyaud.
Certe volte, a fine giornata, accade qualcosa di speciale.
Strada verso casa. Esco dallo stabilimento. C’è un grosso albero tagliato a forma di cespuglio dai giardinieri, un albero speciale. In quell’albero, ogni tanto, si svolge una riunione di condominio. Centinaia di uccellini nascosti tra le foglie chiacchierano in coro, creando uno speciale brusio, fortissimo, CIU CIO CIP CIP CIU CIO…, fitto fitto, quanto i rami che fan da riparo.
Mi sono sempre domandata che cosa li portasse, proprio a quell’ora, a cantare tanto tutti assieme, sovrapponendo mille voci; e altre volte invece niente.
Giovedì scorso, però, ho capito.
Contrariamente alle previsioni del tempo, quel pomeriggio è venuto uno splendido sole, caldo, molto meglio del freddo del settembre precedente.
Il mitico cespuglio era tutto un rumore, e un grande occhio arancio puntava dritto su di lui. Era l’ora: era il momento in cui il raggio di sole orizzontale del tramonto, filtrante tra i piloni, colpiva proprio le finestre del condominio-cespuglio. Un riverbero cinguettante si era acceso su ogni foglia. Era il sole, dunque, era la luce: euforia per uccellini impazziti.
(Le foto di seguito sono state scattate sul Carso durante l’ultimo giro in bici, tra il sommaco in esplosione)
Domenica e lunedì scorso ho fatto un doppio giro in bici allo stagno di Monrupino.
Sì, due volte.
Sì, ho preso ferie lunedì pomeriggio per tornarci.
C’era uno splendido sole, ventisei gradi, e il giorno prima avevo cominciato ad avvistare le ranocchie dello stagno. La notte me le ero pure sognate… Dovevo andarci di nuovo.
Rieccomi allora nella conca, a margine dello stagno, dopo avvicinamento quatto quatto.
Anche se ero arrivata a bordo acqua facendo pianissimo, tutte le ranocchie del lato da cui mi ero avvicinata erano subito saltate in acqua per la paura. Sapevo che avrebbero fatto così. Però, alla seconda volta, mi ero armata di tanta pazienza, ed ero pronta a dedicarmi all’avvistamento: un passatempo irresistibile. Io non mi muovevo, ma appena scorgevo le ranette fare qualcosa, mi scappava da ridere. Troppo simpatiche.
Dalla mia postazione seduta, abbracciavo lo stagno con la macchina fotografica. La vista si adattava all’ambiente, e anche se era tutto fermo, i micro movimenti si cominciavano ad apprezzare.
Dopo cinque minuti dal mio arrivo e dalla fuga dei batraci, cominciavano a comparire degli occhietti appaiati a pelo d’acqua. Due, tre, quattro… dieci… venti… Le ranocchie curiosissime guardavano tutte verso di me.
Dopo un quarto d’ora, nelle posizioni più lontane, le ranocchie cominciavano a muoversi. Erano attratte dal bordo dello stagno da cui erano dovute scappare, e ci si riavvicinavano piano piano.
Uno, due, tre… i gruppetti che sbucavano vicini erano sempre orientati verso di me.
Il gracidio cominciava a ripartire: cra, cra, coro qua, risposta là…
Dopo mezz’ora i movimenti ranocchiosi erano più vistosi. Nuotate, tuffetti, salto in verticale per afferrare un insetto al volo. Tutto ovviamente ad almeno un paio di metri da me.
Dopo un’ora di appostamento, le rane che erano proprio di fronte alla mia postazione avevano finalmente avuto il coraggio di avvicinarsi al bordo dell’acqua, e una era pure uscita. Evidentemente per lei io facevo ormai parte del paesaggio. Era proprio vicina. Io cominciavo ad avere i crampi da immobilità…
A quel punto mi sono alzata. E di nuovo: tutte in acqua!
Il libro in lettura di questi giorni è “Blackberry wine“, della brillante Joanne Harris. Storia di uno scrittore che rivisita in una vacanza i luoghi delle sue esplorazioni di ragazzo, i ricordi delle sue prime avventure.
Per me questo tipo di luoghi, salite all’altopiano dietro la casa dei miei, torna a farsi vivo nei sogni, con un po’ di variazioni sull’argomento…
Stanotte ho sognato di avere un appuntamento con delle amiche presso Campo Cologna, e di andarci partendo dalla sommità di via Moreri sull’altopiano. Cominciavo quindi una discesa lunga e tortuosa (come realmente è), infarcita di passaggi per strani luoghi.
La prima tappa si svolgeva in un campetto di terra rossa. Sul campetto, c’erano delle foglie cadute, gli orli avevano un bel colore brunito, e mentre mi avvicinavo per fotografarle, vedevo che le foglie si alzavano sopra le proprie zampe: in realtà erano degli insetti-foglia (forse un tributo agli insetti stecco visti l’altra settimana a casa di Bibi e Dodo).
A lato c’era una scuola di volo per uccellini: si buttavano in planata da un ciglio, e poi lo risalivano arrampicandocisi come scalatori.
Presa dalla mania delle foto macro, trovo coleotteri scintillanti e farfalle dalle ali trasparenti, che camminano agili lungo tele di ragno, e provo anche a catturare con dei video la seguente scenetta.
A lato del campetto c’erano dei buchi nella terra tipo nidi di talpa. Dai buchi spuntavano testoline rosse di galletto urlante, con occhio vigile ed allarmato, e poi galletti interi a frotte che correvano fuori sculettando. Dietro di loro, sbucavano dal terreno dei bambini dispettosi e paffuti, che li inseguivano secondo un gioco di caccia al galletto, che facevano percorrendo già da sotto il terreno le gallerie delle talpe…
Giungo ad una villa con terrazze con vista: sembra che sono arrivata alla festa! All’ingresso sulle terrazze, stavano due splendidi gatti, vestiti con una scintillante corazza di rame, per un gatto liscia e per l’altro corredata di sbuffi di pelo, a mo’ di decorazioni piumate da capo indiano: i veri protettori del luogo. E nelle sale, persone vestite a festa, forse quelle conosciute in Francia lo scorso weekend…
Che psichedelia!!!