Almeno una storiella buffa alla settimana

Domenica scorsa volevo fare la mia solita escursione in bici, ma ero stata invitata da Francesca per una nuotata in piscina. Ottima idea pure quella. Che fare? Andando in bici verso la piscina, anche se la strada è breve, si combinano le due cose. Esco allora con un buon anticipo: faccio un giretto a pedali per le rive, un moletto dopo l’altro, consumando il tempo fino alle undici, ora in cui Francy mi attendeva alla piscina: “Puntuale, eh!” aveva detto.
L’automatismo mi porta dopo la stazione marittima, posizione un tempo occupata dalla vecchia piscina Bianchi… che ora non c’è più. Eh sì, dimenticavo, la nuova piscina Bianchi è un po’ più in là; poco male, pedalando ancora un po’, arriverò lì alle undici e cinque. Giungo quindi all’astronave della Bianchi nuova, lego la bici, ma non vedo nessuno fuori ad aspettarmi. Bon, saranno dentro. Ma non c’è nessuno neanche dentro… Telefono a Fra, ma non risponde. Chiamo il papi, che faceva parte del gruppo. “Dove siete?” “Alla piscina di S. Giovanni!”. Doh
Non posso lamentarmi di aver fatto un giro in bici troppo breve. Dopo praticamente un’ora sui pedali, tocco finalmente l’acqua della piscina in compagnia degli altri. Devo dire che, dopo questo buon riscaldamento, ho nuotato bene.
piscina a montegrotto

Colazioni invernali

La mattina, se mi sveglio troppo presto, lo capisco subito dalla luce rossa che viene dalla finestra. Mi alzo comunque, mi faccio un tè perchè c’è tempo, non la solita rapida aranciata. Ho da mangiare dolci di tutti i tipi: biscotti, goloserie dalla fiera di S. Nicolò, marzapane e cassata siciliana, o dolci che avevamo ricevuto in regalo dagli amici; ne prendo un po’ per ciascuno.
Mentre raccolgo le erbe del tè che si sono sparse sul piano della cucina, finocchio e liquirizia in pezzi, sento i gabbiani ciarlieri che volano in cerchio sopra il cortile. Questo mi ricorda quanto il mare sia vicino alla nostra casa.

finocchio colazione invernale gabbiani fieno greco polvere

Alla conquista del laghetto sperduto

Vi ricordate la storia del laghetto irraggiungibile, il laghetto di Pietrarossa? Domenica scorsa sono tornata a caccia di itinerari da quelle parti.
Ma andiamo con ordine.

Lo scorso weekend è stato caratterizzato da previsioni del tempo scoraggianti: “Bora a 70 km/h, pioggia e neve sulle alture, pochi gradi sopra lo zero”. Mah, chissà se il giro in bici si può fare. Domenica mattina ho deciso di uscire a pedalare lo stesso, abbigliamento tecnico più maglione di lana tra gli strati, e k-way di emergenza in borsa. Devo dire che alla fine nei sentieri nel bosco si stava bene, e che c’erano solo delle finissime goccioline d’acqua nell’aria che mi accompagnavano sempre, minaccia di pioggia ma mai vera pioggia. Quindi meno male che il clima non mi ha scoraggiato e che sono andata incontro alle sorprese.

Treno fino a Monfalcone, percorso Ronchi – maneggio – centro visite di Pietrarossa. Toh! nell’edificio del centro visite c’è qualcuno, andiamo a vedere. D’inverno dovrebbe essere chiuso, forse è una festa privata, beh posso sempre bussare e far la curiosa. Trovo Andrea, che mi spiega che di lì a due ore ci sarà una castagnata con il CAI di Monfalcone; mi invita ad unirmi a loro quando torno dal giro (cosa che puntualmente farò, portando in cambio la mia scorta di arance).

L’incontro con Andrea mi dà l’opportunità di cogliere alcuni indizi decisivi sul mistero del laghetto. Se non mi fossi intrufolata nel centro visite e non avessi insistito chiedendo informazioni sugli itinerari del luogo, Andrea non mi avrebbe dato le brochure sul sentiero dei Castellieri. E se non avessi aperto subito il pieghevole sotto il suo naso, non avrei potuto esclamare: “ehi, ma qua c’è una foto del Laghetto di Pietrarossa, com’è stata fatta dal momento che non è raggiungibile?!!”. Andrea mi spiega che c’è un osservatorio nascosto nel verde, che permette di vedere il lago dal basso; mi descrive come arrivarci (non facile), e mi dice che proprio ieri hanno pulito un po’ il sentrierino che porta all’osservatorio, per permettere al gruppo CAI, atteso per la castagnata, di passarci.
Quest’ultimo indizio è stato decisivo: alcuni rovi tagliati di fresco sono stati l’indicatore giusto per scovare il mini sentiero che s’inoltrava nel folto. Ho legato la bici, mi sono intrufolata tra le fronde, e quando ho raggiunto la postazione-casetta-finestrella sul lago, sono rimasta a bocca aperta come davanti a un tesoro. Pure se mezza diroccata, la postazione mi ha fatto l’effetto di un luogo prezioso, e mi ha permesso di osservare finalmente il lago, piccolo! Molto più piccolo di Lagolo (per chi sa com’è). Sono rimasta un bel po’ in contemplazione di quel posto privato, proprietà di uccelli acquatici in gruppi numerosi, che si tuffavano e chiacchieravano ognuno col suo verso.

Alla fine sono tornata a ringraziare Andrea e a scaldarmi al loro caminetto con le castagne.
Altro che previsioni del tempo.

osservatorio pietrarossa - istruzioni il laghetto catturato laghetto di pietrarossa sentiero per l'osservatorio
l'osservatorio di pietrarossa gli abitanti del lago andrea alle castagne centro visite pietrarossa

Anche E.T. aveva la bici

Tra le varie pedalate degne di nota, valgono anche quelle fatte in città vicino a casa, mi pare evidente.

Sabato scorso sono uscita che era già tramonto, ma faceva caldo, sembrava una serata estiva. Ho fatto tappa su tutti i moletti delle rive, come al solito. C’era ancora sul Molo Audace l’opera d’arte che avevo visto al mattino: un tratto del percorso impacchettato alla Christo, bitta fucsia-bitta rossa, tappeto blu e lampione giallo. “My favourite place” è il nome dell’opera (che si colloca nella serie “Public Art a Trieste e dintorni”), e mi pare un nome perfetto.
Alla fine del giro, passo alla Stazione Piloti di Trieste, che sta tra la Guardia di Finanza e L’Ausonia; quella da cui si può vedere il Pedocin, insomma. L’ingresso è vietato, ma il cancelletto è aperto, anche questa volta. E non c’è nessuno.
All’orizzonte ci sono il cielo e il mare che chiamano: rosa, grigio e giallo chiaro. Attraverso il cortile, raggiungo il molo: percorrerlo è attraversare un tratto dalla lunghezza infinita, verso l’aria e l’acqua. Sembra di stare in un sogno, di quei sogni in cui puoi andare avanti quanto vuoi, anche sull’acqua, e proiettarti a vedere dall’alto il paesaggio che spazia…
Ok, a fine molo ho fermato la bici. Sul muricciolo di fronte, tre sagome scure in silhouette, dapprima distanti, si avvicinavano tra loro; una sembrava portare la custodia di uno strumento musicale. Cosa c’entra uno strumento con le barche che stanno intorno?
A sinistra, l’unica luce forte della sera, il traghetto UN-Ro-Ro, che carica placidamente camion nella sua pancia.
Mi volto, ripercorro la strada all’indietro. Il molo si allunga anche stavolta, ai lati c’è l’acqua verde scuro, sembra sempre un sogno, si può scartare a lato e volare sopra il mare…

gioco d'arte sul molo audace il molo è nostro My favourite place Public Art a Trieste e dintorni

[Aggiunta di Davide]: beh, quel posto e quei moletti fanno parte dei nostri giri da quando eravamo morosetti. Sempre in bici, andavamo al tramonto nelle giornate calde a guardare la luce che cambia. E a darci qualche bacetto (innocente eh!). Un giorno, dal lato del molo della Finanza, siamo lì seduti a chiacchierare (!) e a un certo punto arriva da dietro una voce “Cosa fate qui?!” interrogativa e marziale… Un finanziere della garitta ci dice: “Questa è zona militare, è vietato l’accesso!” (e noi che ci siamo andati mille volte…) e “E poi lì sopra c’è una telecamera, non vi vorremmo vedere registrati…”! ohoho! Beccati! bon, figurino fatto, via da un’altra parte a sbaciucchiarsi ancora!! =*

La rivincita della geografia

Quanti sono i ponti del Tagliamento, e quali di questi sono percorribili in bici? (poichè vanno esclusi quelli dedicati solo ad autostrada o ferrovia).
Nel momento in cui mi pongo, per la prima volta, questa domanda, conosco bene già due coppie di ponti, attraversate in altrettanti giri in bici; ponti vissuti come posizione di perno del giro, e luoghi dal panorama liberatorio.
Già parecchie sono state le pedalate esplorative di quest’anno, che stavano in relazione col Tagliamento, come luogo di ricerca della pianura, della Natura e dell’acqua rasserenante. Allora mi dico: potrei fare una collezione completa di ponti e di strade lungo-argine del Tagliamento, perchè no?
Eh, sì, magari la faccio. Ma non è tutta qui la faccenda. Questo è solo un esempio di elemento primigenio, che ne chiama con sè anche altri!
Tra i prossimi giri treno-bici (pianificati come sempre su Google Earth, che mi pare tutt’ora più convincente delle carte 1:25.000 per escursionisti) ci sono: la discesa del Torre, il costeggiamento delle Prealpi Giulie, e ci sono ampie a piacere esplorazioni lungoferrovia e fondovalle. Con un occhio ai punti cardinali nella scelta del fronte da percorrere al mattino o al pomeriggio, affinchè sia quello battuto dal sole.
bianco grigio e blu Tagliamento acqua azzurra

Una storiella d’acqua dalla Cilla

Ricevo e, autorizzata, pubblico: troppo bello questo raccontino!!!

—–Original Message—–
From: sorellina Cilla
Sent: 12 October 2007 9:21
To: sorellona Palla
Subject: blub splut splat

stamattina ero sveglia alle 6 per andare in piscina col papi. esco alle 6 e 30 col cappotto perché a quell’ora fa frrreddissimo. piscina di san giovanni aperta dalle 7 e papi mi fa anche una tesserina da 10 ingressi. era tanto che non andavo, quasi non mi ricordavo cosa dovevo fare. bon, mi faccio la doccia gelida per abituarmi all’acqua della piscina. papi mi dà una scuffia vecchia di stoffa, ma appena entro in acqua ovviamente la perdo e faccio svolazzare il mio codino di cavallo. ecco subito il bel bagnino che mi richiama… “paaapi, mi dai la tua cuuuffiaaa?” e cambio con la sua che per fortuna mi sta. tra parentesi l’acqua è calduccia (e allora occorreva gelarsi i sentimenti col doccino???). incomincio a nuotare con gli occhialini (di papi, cilla-astronauta-spaziale), ma dopo 4 vasche a stile sono già morta. che pappetta, penso! ma no, è solo perché sono andata troooppo veloce. allora rallento, ma è meglio non sforzare troppo il braccino, che comunque è andato giù di muscolatura. un po’ di stile e ogni tanto dorso per riposare. con un dorso tutto mio, mi schizzo, mi annego, acqua negli alveoli polmonari, cilla splat, splut, triplo BLUB! l’acqua poi è strana, perché non sudi, non sai esattamente quando sei caldo…ma sai quando sei stanco! braccia pesanti, gambe che non stanno bene a galla; l’unica cosa che sta bene a galla è rotonda e ha 2 chiappette… esco dall’acqua insieme a papi e vado nella piscinetta idromassaggio così sciolgo anche un po’ i muscoli, faccio un po’ di stretching per le braccia a penzoloni. vado a farmi la doccia (stavolta bollente) e mi asciugo la chioma. memore dei miei anni di piscina mi asciugo col phon portato da casa per evitare che mi si creino ciuffi ribelli (dalla piscina vedi spesso uscire capelli a parabola). yuppee, capelli normali! mi vesto, esco e… ma guarda, papi è ancora dentro, ho finito prima di lui, ah ah! paaapiiii!!! usciamo dalla piscina e sono appena le 8. bella sensazione di avere i muscoli rilassati e di avere ancore tutta la mattinata davanti impagabile.
rosolin-cill
bluereflection5

Ritorno ai laghetti rossi

Con i laghetti rossi di Capriva avevo un conto in sospeso da un mese. Domenica scorsa, li ho ritrovati al primo colpo senza perdermi. Ho verificato che il nome “laghetti rossi” deriva dal colore della terra argillosa della zona del Rio Toccai.
Percorrendo in bici il sentiero sterrato che va dai laghetti alla Crosera dai Giaz, ho visto la strada cosparsa da ricci di castagne. Ho pensato: meglio fermarsi prima di bucare. E poi ho pensato: meglio ancora fermarsi a raccogliere le castagne! Ho fatto una piccola scorta da portare ‘fresca fresca’ per la castagnata che mi attendeva nel pomeriggio. C’erano anche parecchi gusci vuoti, e alcune scorze di castagna pelata sparse nel sottobosco. Forse una parte della scorpacciata era già stata fatta da qualche animale. Ci sono animali che sanno pelare le castagne per mangiarle?

bosco castagne laghetti rossi Paola è arrivata ai laghetti rossi

Al ritorno ho visto il treno passare sopra la mia testa, mentre raggiungevo la stazione di Gorizia dal sottopasso. Arrivo al binario e il treno è ancora lì: è il mio? non è il mio? Mentre mi oriento il treno comincia a muoversi senza di me. Era il mio. Accidenti. Mi consolo con un pranzetto risotto zucchine e scampi all’aria aperta, non lontano dalla stazione, in attesa del treno successivo.
Sul treno ho chiacchierato con i macchinisti veneziani. Secondo loro, a Venezia, coi politici che ci sono, può succedere di tutto. Ti dicono “Piazza S. Marco non serve più, i piccioni fanno epidemia”, e ci tirano su un centro commerciale. Te lo vedi, un palazzone di centro commerciale al posto di piazza S. Marco?

Tra gli altri incontri del giro: un uomo a cavallo nel bosco di San Lorenzo. Una coppia coi cesti straripanti di funghi: “chiodini e porcinelli. Cammini tanto tanto, e poi, quando mai ti aspetti, riempi il cesto”. E un paio di ciclisti epilati che dopo una tappa di cento chilometri meditavano un pomeriggio di pesca, e che hanno sgamato la mia provenienza triestina dagli adesivi ‘de palma’ sul telaio.

laghetti rossi

Storie d’acqua e di amici

L’altro ieri ho invitato Andrea a prendere un gelato sulle rive. Non era possibile chiacchierare stando fermi: cammina cammina, i racconti si dipanavano, e gli specchi d’acqua li riflettevano come fili d’arianna.

Storie di viaggi itineranti, on the road! Una volta, Andrea ha attraversato la Francia con la Camargue allagata, salendo argini sterrati e schivando camionette dei pompieri, per arrivare fino a Barcellona in una sola giornata. Un’altra volta è quasi andato a fare yoga in Tibet, quasi però!

rossoverde verso il cielo sectors waterscript

Ora sono a casa, sgranocchio il torrone portato da Cilla dalla Grecia, e mi riguardo la rosa che ieri il nostro compagno di classe Davide ha regalato alle donne della serata (Ambra ed Erica). In barba alla pioggia, c’era Manuel che piazzava l’infradito nella pozzanghera, e Davide lo consolava con un: “nessuno è mai morto di pioggia”!

Ah sì, e poi tornando a casa, sono finita in mezzo ad un’orchestra femminile giapponese. Sembrava di essere in un cartone animato: divise alla marinaretta, calzini bianchi mezzo corti, chiacchiericcio uataaa-iuooo, e rigore nell’attraversamento pedonale. Devo averle scandalizzate assai attraversando la strada vuota col rosso, mentre il loro istruttore con le mani avanti dirigeva il traffico inesistente intimandole di aspettare!

Incontri ravvicinati dell’altro tipo (ovvero: cogli l’attimo)

Oggi, lunedì semiferiale (nel senso che metà ufficio era in ferie), il vento fuori dalle finestre ha spazzato le fronde per tutto il giorno: la forza della natura era uno spettacolo. Si dice ‘uno spettacolo’ soprattutto quando lo si guarda restando dentro al calduccio: ovviamente, proprio al momento di uscire, è scattato il nubifragio sopra le nostre teste.

Esco dunque sotto la pioggia, e con un paio di salti nelle pozzanghere (fortunatamente dotata di sandali impermeabili da fiume) arrivo quasi decente al bus fermo al capolinea, mi siedo e da lì ricomincio a guardare le figure dell’acqua spazzata dal vento fuori dal finestrino.

In quel momento sale sul bus un altro tipo mezzo bagnato, mantellina nera svolazzante da volatile, caschetto da bici, sandali e braghette corte. Chiede al conducente: “Si può portare la bici sul bus?” Ovviamente la risposta è no, come mi son sentita dire altre volte anch’io. Scende dal bus, lo squadro, occhi azzurri pizzetto ed orecchino, “Sembra Rigatti”, dico mentre esce, ma non mi sente.

Allora apro il finestrino, gli grido “Emilio!”, e lui si gira… E’ proprio lui, il mio mito, lo faccio tornare! Intercedo con l’autista usando la mia solita tecnica: “Sono una habituèe del bus, ho la tessera dell’autobus annuale da anni, faccia un’eccezione, se è così gentile da farlo salire scriverà di lei in uno dei suoi libri, è uno scrittore affermato!”. Incredibile, ma funziona: Emilio sale, assicura la bici nell’ampio spazio centrale, e fino alla stazione mi racconta del giro che stava facendo in Val Rosandra, prima di riprendere il treno per Ruda, e del suo nuovo libro; e io gli cito il nostro viaggio di nozze in bici, fatto con questi sandali uso-bici che ho scelto pensando ai suoi suggerimenti, e le piste ciclabili francesi e spagnole…

Bello, eh? Quell’attimo catturato. Peccato che da “Emilio” in poi ho immaginato tutto. L’avessi catturato davvero. Ma ora scrivo alla sua casa editrice e glielo dico. Anche se era un sosia, ormai vale lo stesso. Come una citazione tra scrittori, se così si può dire…

(continua…)

limone bluereflection2 vinca caduta