L’ingresso dell’individualismo nella storia moderna

L’altro giorno, mentre ascoltavo per radio sabatolibri, veniva presentato il seguente lavoro: Nonostante Auschvitz, per una storia critica del razzismo, di Alberto Burgio.
Un saggio che inizia con le seguenti parole.

Il libro nasce dalla constatazione della evidente ripresa del razzismo in Europa. Il tabù del razzismo può dirsi ormai rimosso: si può ricominciare a dirsi razzisti, senza mascheramenti o pretesti. Non è un fatto di poco conto: se una cosa non è più indicibile e non ci si deve più nascondere nel farla, quella cosa ha cambiato natura, valore e significato.
La domanda che si pone è dunque: perché ci ritroviamo in questa situazione, a soli settant’anni dai campi di sterminio nazisti? Perché, nonostante Auschwitz, non siamo guariti dal razzismo? La risposta deve coinvolgere la storia della modernità, la sua genesi, i suoi caratteri costitutivi. Tra razzismo e modernità sussiste un nesso strutturale, al punto che il razzismo deve essere considerato un ingrediente costitutivo della modernità europea. Tesi che nel saggio viene documentata sul piano storico e argomentata sul piano teorico.

Durante la trasmissione radiofonica, l’autore ha introdotto un argomento che mi ha colpito. Il concetto della differenza tra società formate da corpi collettivi e società individualiste. L’elemento individualista è così profondamente costitutivo della modernità, che mi domandavo quale fosse la condizione “altra” ad esso contrapposta.
Mentre se ne discuteva in trasmissione, mi tornavano in mente le parole di una scrittrice africana intervistata qualche anno fa al teatro Miela. L’autrice aveva stupito il pubblico col suo estremo amore per l’individualismo occidentale, spiegando come questo amore si era formato. L’infanzia dell’autrice era stata pesantemente sofferta, perchè condizionata dalle regole del gruppo sociale nomade in cui lei era nata. Un ambiente, a suo dire, primitivo, opprimente, in cui non c’era nessuno spazio per l’individuo. Raccontava di queste notti da bambina sotto una tenda occupata da molte persone contemporaneamente, in cui non erano concessi rumori o espressioni personali. Contava solo la cappa pesante dell’ente collettivo.
Partendo da questa premessa, la seconda metà della vita dell’autrice, che si era svolta (se non sbaglio) a Parigi, concedendosi finalmente in modo autorizzato una vita da single, le era parsa come una enorme liberazione.

Ricordardomi di queste parole, dunque, sono tornata al podcast con la registrazione della puntata di sabatolibri. E mi sono trascritta qua di seguito la parte in cui anche Alberto Burgio parla di questo tema.

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“La modernità ospita due modelli fondamentali di condizione sociale: quello multiculturalista e quello universalista. Entrambi i modelli, sia quello multiculturalista (che ha pregi e difetti, come la possibilità di sfociare nell’Apartheid) sia il modello universalista (che è integrativo-assimiliativo nei confronti di una identità data, non senza un prezzo) sanciscono, sia pure attraverso modalità diverse, delle relazioni gerarchiche. Sanciscono il prevalere della metropoli sulla campagna, del centro sulla periferia, della nazione coloniale sui popoli colonizzati, delle economie più forti sulle economie più deboli o servili, e in definitiva anche, vorrei mettere in evidenza, del capitale sul lavoro. Queste relazioni gerarchiche informano non solo i corpi sociali ma anche l’insieme delle relazioni internazionali.
Come si colloca all’interno di questa situazione il tema della solidarietà?
Il paradigma del riconoscimento della solidarietà è stato distrutto, polverizzato dalla modernità, al tempo della nascita del valore dell’individuo singolo.
Le società premoderne non erano società di individui singoli, ma erano società di corpi collettivi. Certamente, corpi collettivi in cui funzionava la violenza (non c’è nessuno sguardo nostalgico al proposito): le società premoderne erano società violentissime, patriarcali, assolutamente inique, servili, dove il rapporto centro-periferia era brutale, anzi, nutrito di violenza militare. Ma c’era, per ragioni molteplici, una dimensione sovra-individuale dell’esperienza. Una dimensione collettiva.
La modernità si insedia frammentando questi corpi collettivi, e regalando alla nostra percezione quella straordinaria esperienza progressiva che è il processo di individualizzazione. Ma lo fa a costo di distruggere i legami solidali. La individualizzazione moderna, proprio perchè egemonizzata dal capitalismo, genera società di individui atomizzati, competitivi tra di loro, che si vivono come enti separati e reciprocamente indifferenti. Ora quella indifferenza, che vive in modo più violento nei confronti di chi viene da lontano, nei confronti di chi è più palesemente diverso da noi, in realtà vive anche dentro le relazioni tra di noi. Non è vero che sia un altro paio di maniche. Sono convinto che c’è un continuum tra l’assenza di solidarietà tra italiani e stranieri immigrati, o tra italiani e italiani che sono palesemente diversi da noi (fenomeno che spesso ha espressioni molto violente e distruttive), e l’assenza di solidarietà non meno violenta, non meno distruttiva (nonostante si esprima con forme meno palesemente negatrici) che caratterizza, che informa di sè, i rapporti tra di noi, anche all’interno della società italiana.”

Saper riconoscere il tipo di relazione in corso è una capacità tecnica

Ho comprato il libro di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, pur sapendo che molti dei temi da lei presentati erano già stati commentati ampiamente sul suo blog, di cui conosco bene le analisi acute.
Però sono rimasta sorpresa. Piacevolmente.

il corpo delle donne

Il libro è differente dallo spazio sul web.
E lei, sa proporre diversi registri a seconda della situazione.

La caratteristica fondamentale del suo lavoro, è quella di avere fornito dei nuovi occhi per vedere quello che viene rappresentato in tv e nel nostro mondo. Una visione da cui non si può tornare indietro, una volta che è stata svelata. E che ora fa da punto di riferimento per chi ne parla dopo di lei.

Purtroppo la Zanardo ha ragione: le rappresentazioni del corpo delle donne, oggi, qui e tra noi, hanno impatto anche su chi, come me, la televisione non la guarda. Perchè l’immaginario collettivo che ogni stato si dà nel definire i generi (e che non è uguale in tutti i paesi), ci riguarda anche negli altri incontri quotidiani.

La caratteristica più importante del suo lavoro, comunque, è un’altra. Infatti di libri sulle questioni di genere, ormai, ne ho letti vari. Ma lei ha un tono che nei testi italiani si trova ancora poco, dal momento che spesso sono fissi su analisi statistica e sociale relativamente fredda.
La Zanardo, infatti, ha un taglio positivo. Dell’azione, della consapevolezza come strumento del presente. Si vede che lei è anche stata manager: sa cos’è la “relazione“, l'”influenza”.

Una volta rivelato il nodo, basta fare un passo avanti.
Non è un passo più lungo della gamba.
E’ là, a portata di mano.

La storia del delta d’Europa – l’ecologia

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Che cosa è la scienza chiamata ecologia?

La natura in passato veniva intesa come una risorsa libera da utilizzare e sfruttare. Tutto quello che la natura produceva aveva un impiego commerciale o domestico. Letteralmente ogni porzione di piante e animali aveva uno scopo o un altro. Questa convinzione è rimasta presente fino all’inizio del ventesimo secolo. Si può dire che appena a partire dal diciassettesimo secolo una varazione sul tema era stata avviata, in cui descrizioni veritiere (e non religiose) di piante, invertebrati, pesci, mammiferi è stata introdotta, in osservazione del loro valore intriseco e scientifico. L’Olanda, in questo, è stata pioniera, con i suoi grandi microsopisti e botanici (un settore in cui hanno avuto un ruolo chiave anche le donne, illustratrici scientifiche e biologhe, n.d.r.).
E’ solo alla fine del diciannovesimo secolo che si cominciano ad avvertire i primi sintomi di sensibilità verso la protezione delle risorse naturali, e appunto all’inizio del ventesimo secolo è nato un interesse di tipo professionale verso gli aspetti anche ecologici di ambienti umidi e acquatici. Per avere una raccolta sistematica di dati ambientali e analisi si deve arrivare al secondo dopo guerra. Oggi, una enorme quantità di dati qualitativi e quantitativi su parametri chimici e biologici del delta Reno-Mosa viene raccolta continuamente.

L’inquinamento dell’acqua ha una dimensione cronica internazionale, come l’inquinamento dell’aria.
L’impatto combinato di interferenze chimico-fisiche al sistema biologico, ha portato effetti diversi ad esempio sui vari gruppi di pesci. Le categorie specializzate che condividevano strategie storiche di adattamento a peculiari ambienti fluviali sono declinate molto più ampiamente delle specie generaliste che possono sopravvivere in un ampio range di habitat non necessariamente caratteristici dell’ecosistema del fiume.
Inoltre, i diversi stati iniziali del ciclo di vita delle specie acquatiche (uova, girini, larve, avannotti) necessitano di una successione di micro-habitat particolari e vicini tra loro, per cui la frammentazione degli habitat fluviali (ad esempio mediante separazione e canalizzazione dei corsi d’acqua, o alterazione dei profili graduali degli argini naturali) possono mettere a rischio il successo riproduttivo di queste specie. Ad esempio, il salmone (che peraltro è stato una risorsa economica storica per quelle zone), noto per il suo comportamento di risalita dei fiumi nel periodo della riproduzione, è sparito dai fiumi dell’Olanda da molto tempo.

L’interazione con l’ambiente, in Olanda, ha avuto per protagonisti anche le specie vegetali.
A partire dal medioevo, le alghe del mare del Wadden, comunemente presenti in grandi masse, venivano impiegate per per molti scopi, tra cui il rivestimento degli argini. Nel periodo 1970-1990 però sono state soggette ad una campagna di eliminazione per il disagio che creavano allo sfruttamento turistico dei laghi. Questo esempio serve ad illustrare come nel tempo la percezione ecologica di una specie (da preziosa e da preservare, a dannosa e da alterare) possa cambiare nel tempo.
Anche per gli animali, a seconda del periodo storico, la distinzione tra “utile” e “dannoso” è sempre stata decisiva per determinare il modo in cui venivano trattati. In tempi recenti, la maggior parte dei mammiferi selvatici è “protetta”, e la estensione della loro popolazione è controllata da misure che ne stimolano la riproduzione (protezione di siti riproduttivi o di canali migratori) o che ne riducono la quantità mediante permessi di caccia selettivi. Altre specie però rimangono perseguitate rigorosamente, a causa delle loro caratteristiche etichettate come dannose.

La domanda “cosa è la natura” nel delta del Reno-Mosa è una domanda retorica, perchè letteralmente ogni centimetro quadrato di suolo è stato ripetutamente rivoltato sottosopra nel corso della storia.
Per gestire un simile ambiente semi-naturale, il modo migliore è adottare in ogni zona una misura differente e specifica, e una volta scelta, mantenerla nel tempo. Spesso le pratiche gestionali odierne però si basano su un continuo cambiamento delle metodiche, e nell’applicazione di queste metodiche dappertutto ad ogni loro avvio.
La condizione ecologica dell’ambiente fluviale dovrebbe essere migliorata in modo misurabile, e il sistema-fiume, da profondamente alterato e suscettibile com’è ora, dovrebbe tornare ad esser più capace di autosostentamento e resilienza nei confronti delle variazioni contingenti, in modo che le manutenzioni si rendano necessarie solo ad un livello minimo.

Oggi è chiaro che la definizione di sviluppo sostenibile si basa sul valore della reversibilità, e sulla possibilità di mantenere le opportunità disponibili per le generazioni future.

La storia del delta d’Europa – i fiumi

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

Un aspetto meno noto del problema di inondazione in un delta occupato dall’uomo è il seguente.
La maggior parte delle grandi alluvioni fluviali nel delta Reno-Mosa è stata causata dalla formazione di tratti ghiacciati nel fiume, dall’accumulo di acqua da scioglimento, e dalla formazione di danni alle dighe creati dalle infiltrazioni di ghiaccio nelle stesse. La situazione era spesso aggravata dal fatto che alla foce dei fiumi il ghiaccio non si era ancora sciolto, mentre la zona delle sorgenti collocata più a sud era già in discioglimento. Questo tipo di alluvioni non era presente negli altri paesi.

L’area oggi chiamata Biesbosch è la più grande zona sommersa da acque dolci ed esposta alle maree di tutta Europa. E’ il risultato di continui cedimenti negli argini sia della Mosa che del fiume Waal, che nel 1500 portarono all’annegamento di 28 villaggi un tempo emersi, e che dopo molti anni di tentativi di riparazione delle dighe interne furono abbandonati all’acqua. Ci sono documenti di viaggiatori dell’epoca che riportano descrizioni del luogo, con viste su laghi da cui emergevano campanili di chiesa, il cui livello del suolo precedente all’inondazione era di parecchio sotto il livello dell’acqua.

In Olanda, come in ogni altro luogo ma forse più che altrove, i corsi dei fiumi furono profondamente modificati dalla costruzione di alti argini e dalla modifica del loro corso. L’età dell’oro olandese, caratterizzata da una grande espansione coloniale, si è basata sulla forza della navigazione, esterna come interna: i corsi d’acqua olandesi furono per secoli la via di trasporto principale, superiore in importanza a quella delle strade su terra, che al loro confronto erano state sviluppate relativamente poco.
La costruzione sistematica di canalizzazioni trasformò i fiumi in corsi d’acqua domati e regolati, in cui gli elementi di paesaggio particolari furono amputati: rami interrotti, canali secondari essiccati, e porti naturali ricoperti di sedimenti.
Il fiume Reno e il fiume Mosa sono gli esempi principali di questa azione di modifica dei corsi d’acqua dolce nel delta olandese.

Quali sono stati i cambiamenti nell’ecosistema del Reno negli ultimi secoli? Il “Reno naturale” è un’immagine preistorica. La deforestazione è stata avviata a partire dai tempi dei Romani. Negli ultimi due secoli, la canalizzazione e irregimentazione del fiume, da ricco di meandri a raddrizzato e navigabile ha visto sparire tutti gli ambienti alberati, paludosi o con prati lungo fiume. L’area in cui insisteva il corso d’acqua è passata dalle originali ampiezze di oltre quindici chilometri, ad uno stretto corridoio di alcune centinaia di metri. L’estensione del letto del Reno si è ridotta del 95%, e quella che una volta era la piana alluvionale del fiume è ora parte di un ambiente occupato da costruzioni e abitati civili.

il letto del reno

Il fiume Mosa fu “normalizzato” nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e trasformato da un fiume selvaggio, pieno di curve e meandri nel letto di ghiaia, a uno stretto canale a larghezza costante. Nonostante questo, i problemi rimasero, perchè il fiume era non navigabile per gran parte dell’anno, ed era soggetto a rischio esondazione durante i momenti di piena.
Essendo collegato al mare, il fiume era esposto agli effetti della marea per buona parte del suo corso, e l’incursione di acqua salata poteva facilmente raggiungere livelli indesiderati.

Il “Delta project”, uno dei più imponenti progetti di ingegneria civile al mondo, costituito dall’imponente modifica del delta avviata a seguito dell’inondazione del 1953, ha introdotto un paradosso. Da un lato, con la costruzione di imponenti dighe-ponte all’estremità del delta, ha migliorato di molto l’accessibilità di isole un tempo isolate e ha portato a un grande sviluppo degli sport acquatici e delle attività ricreative legate all’acqua. Dall’altro lato, i gradienti dell’estuario e le strutture zonali dell’ecosistema sono state annichilite, trasformando il delta in un insieme di compartimenti stagni e non resilienti in cui zone d’acqua dolce e d’acqua salata sono separate da grandi muri di pietra.

Negli ultimi vent’anni l’interesse per l’ecologia come scienza è aumentato di molto. Si è capito che gli estuari naturali, con il loro ritmo delle maree e i loro gradienti tra acqua dolce e salata sono ecologicamente molto più sani delle zone d’acqua separata e isolata create artificialmente nel delta di oggi. Il delta è diventato una somma di enormi acquari, instabili e difficili da gestire. Le alghe ammuffiscono, le sabbie vengono erose e scompaiono sotto il livello dell’acqua. Le acque sono torbide e invase da specie esotiche, e solo venti anni sono passati dalla costruzione della grossa diga sull’Oosterschelde. Ora, nel ventunesimo secolo, si parla di un “nuovo delta”, in cui le dinamiche delle maree dovrebbero ritornare, ricostruendo connessioni tra i corpi acquatici, mantenendo il requisito di massima sicurezza per gli abitanti del delta.

La storia del delta d’Europa – il suolo

il testo seguente è tratto da: la storia ecologica del delta Reno-Mosa, Piet H. Nienhuis

C’è un vecchio detto: “Dio ha creato il mondo; gli olandesi hanno creato la loro terra”.
Molte città olandesi devono il loro nome alla costruzione delle dighe (“dam”): Rotterdam, Amsterdam, Edam,…
La civiltà è il risultato di complesse combinazioni di istituzioni, cultura, caratteristiche materiali e ambientali.
E la crescita economica avviene spesso alle spese dell’ambiente naturale.

Un tema ambientale molto discusso di recente è quello del rischio di aumento del livello del mare.
In Olanda, la differenza tra il livello del mare (e dei fiumi) e quello del suolo hanno giocato un ruolo chiave già a partire da molto tempo fa.
L’aumento del livello del mare è un processo complicato: non è solo il livello del mare ad alzarsi di per sè (e questo è stato osservabile dall’ultima glaciazione, ovvero negli ultimi 10000 anni), ma è anche il suolo che sprofonda e contribusce in modo dinamico alla differenza di livello.

Perchè l’Olanda è definita uno dei Paesi Bassi?
E’ stato calcolato che, attorno al 1450, la differenza tra livello del suolo (soggetto a compattazione e sprofondamento) e livello del mare diventò di segno negativo: da quel momento in poi, il delta Reno-Mosa divenne un’area collocata sotto il livello del mare, soggetta al rischio di inondazione. Inoltre, da lì fino ai giorni nostri, il problema non ha fatto altro che aggravarsi, portando il popolo olandese alla nota battaglia senza fine contro il rischio d’inondazione.

Ma perchè possiamo fare riferimento ad una data precisa per l’inizio di questo fenomeno?
E’ ampiamente documentato che, a partire dal quindicesimo secolo, la terra del delta fu sfruttata estesamente per l’estrazione della torba. Questo fu l’ingresso “ufficiale” di quel territorio in una condizione dinamica. Infatti, a causa degli estensivi scavi di torba che indebolivano il suolo, ampie aree di terra cominciarono ad essere erose dall’azione del mare e sprofondarono sott’acqua, creando grandi laghi profondi. La formazione dei grandi laghi nei luoghi che furono sfruttati per l’estrazione della torba è uno dei più importanti esempi di danno ecologico massivo prodotto dall’uomo in tempi recenti. Poichè questo fenomeno si era formato gradualmente, ai tempi non fu percepito come un disastro. I documenti ufficiali (governativi) del tempo parlano non del timore dell’annullamento del paesaggio, ma della paura delle minori rese di tassazione dalle aree che si riducevano in estensione.
Il desiderio di massimizzare i profitti da estrazione della torba portava a rischiosi corto circuiti: le autorità davano concessioni di estrazione ai proprietari terrieri, e nel frattempo finanziavano la riparazione dei danni commessi mediante sovvenzioni alla riparazione e manutenzione delle dighe per cui l’Olanda è diventata famosa.

A posteriori è facile dire che l’estrazione della torba ha portato ad una prosperità temporanea della popolazione locale, ma ha finito per “uccidere la gallina che covava le uova d’oro”. Nel periodo successivo, ad esempio, il vuoto occupato dai laghi che hanno preso il posto delle distese di torba, ha finito per introdurre una nuova povertà nella popolazione locale.
Ma questo era solo l’inizio di una storia di alterazione del territorio che non ha più avuto fine. Una storia in cui, forse, non è molto noto come sia stato proprio l’uomo a crearsi il problema del rischio d’inondazione, e a portarselo fino al giorno d’oggi. Quello che si dice, e cioè che gran parte della costa olandese sia stata strappata al mare, è un luogo comune, ma è vero il contrario. In realtà, il danneggiamento del territorio per estrazione di torba e drenaggio delle coste sono continuati per secoli, facendo sì che ampie parti della costa si compattassero, sprofondassero e diventassero preda della forza delle maree, portando alla penetrazione del mare in ampie aree che originariamente erano collocate sopra il livello del mare.

Nel sedicesimo secolo, venne introdotto il mulino a vento, e grazie alla forza di pompaggio dei mulini, i laghi di origine torbiera vennero svuotati nuovamente, arrivando alla formazione di nuovo suolo coltivabile, ad un livello significativamente sottoposto rispetto al livello del mare.
Nello stesso periodo, si è aggiunto il contributo dell’industria del ferro, che è stata la principale responsabile della deforestazione della zona del Veluwe, lasciando su ampia scala un residuo di suolo sabbioso.

Uno dei più larghi laghi originati dall’estrazione della torba, l’Harlemmermeer, raggiunse le dimensioni di un mare. Nel 1838, fu avviato un piano imponente per il suo prosciugamento. Lo scopo del progetto era la protezione dal movimento d’acqua che causava inondazioni, non la reclamazione della terra. Dopo numerosi tentativi, nel 1852 i lavori di bonifica furono completati, e ben 18000 ettari di nuova terra furono esposti all’essiccazione: il caso del prosciugamento dell’Harlemmermeer può esser visto come l’apoteosi della capacità idraulica del tempo.
Senonchè, una volta prosciugata, la terra fu ceduta dal governo a privati. Diversi lotti furono venduti, principalmente a ricchi investitori, ma siccome il ritorno dalla vendita fu minore del costo di bonifica, il governo non investì più in quella zona, e non costruì strade o scuole o chiese, al punto che i pionieri colonizzatori ebbero una vita particolarmente dura in quell’ambiente selvaggio.
Sulle prime, i coloni praticarono una agricoltura di sfruttamento, spendendo poco nel mantenimento delle caratteristiche del suolo coltivabile appena esposto. Il suolo ottenuto da drenaggio non era uniforme e dava rese discontinue, e l’area fu colpita da un’epidemia di colera. La mancanza di strade e la mancanza di coesione sociale o efficienza agricola portarono la zona sull’orlo del disastro sociale, finchè nel 1880 la fase pionieristica terminò. La terra fu frazionata in lotti da 20-100 ettari, e le macchine agricole furono introdotte a basso costo di manodopera. Alla fine, in quest’area depressa fu costruito l’aeroporto di Schipol, che è attualmente l’aeroporto nazionale dell’Olanda, collocato sul fondo del lago di origine torbiera, situato 4,3 metri sotto il livello del mare.

La storia del delta d’Europa – il libro

Questa settimana ho finito un libro che mi ha accompagnata per parecchi mesi, e a cui sono stata molto affezionata.
Si tratta di un saggio che racconta e analizza la storia ecologica del delta Reno-Mosa, e l’evoluzione del rapporto interattivo uomo-ambiente nei secoli in Olanda.
La voglia di approfondire questo argomento mi è venuta dopo il viaggio in bici in Olanda dell’anno scorso. Dove abbiamo visto che il grado di interferenza con la natura e la quantità di opere idrauliche erano a livelli d’eccezione. E che i confini dell’Olanda stessa coincidono con quelli di un delta in cui si riversano fiumi che hanno viaggiato attraverso molti paesi europei.

Solo leggendo questo saggio ho compreso che in era preistorica, al posto della densissima presenza umana, c’era l’occupazione libera ed indomata di acque che giocavano nella piana alluvionale inondandola come fosse cosa propria. E che imbrigliare le reti disegnate dai fiumi in uno spazio che è solo il 5% di quello inizialmente da loro utilizzato, per edificare o coltivare il restante 95%, è stata in un certo senso una invasione.

Inoltre, tra le righe e le pagine ho capito un concetto affascinante. Quello della fertilità delle zone di transizione. Sì, i luoghi che variano nel tempo e nello spazio, come i bagnasciuga, gli argini naturali, le acque a salinità variabile con le stagioni, risalite dai salmoni, filtrate tre volte al giorno dai molluschi che cristallizzano il plancton sulla roccia. L’acqua che lambisce questi confini è parte di un continuo ciclo di vita e trasformazione.

la storia ecologica del delta reno-mosa

Nei prossimi post, citerò alcune parti di questo saggio, relative a:

– la storia del suolo dei paesi bassi
– la storia dei fiumi Reno e Mosa
– il significato dell’ecologia

Poche voci sono come quelle di “Draquila”

Questa notte ho sognato di andare a vedere Sabina Guzzanti a Gemona.
Ho fatto questo sogno perchè, in realtà, avevo pensato davvero di farlo.
La presentazione del film Draquila in una città come Gemona, a sua volta colpita dal terremoto, suggerirà sicuramente dei confronti interessanti.

Nel frattempo, siamo andati a vedere Draquila al cinema Ariston.
Erano giorni che lo aspettavo.
Le settimane precedenti divoravo le recensioni del film, gli articoli, i commenti al proposito.
Come si vede da questi esempi, il film di Sabina Guzzanti non dura due ore.
Dura diversi giorni.
Ha molto da dire.

Questo documentario è fatto bene.
Nasce da oltre 700 ore di girato, e si vede.
Il filo logico scorre continuo, lo spettatore è portato per mano.
E’ proprio raccogliendo tanto materiale, dentro e attorno a l’Aquila, che la Guzzanti ha reso ricca la sua inchiesta. I collegamenti appaiono spontanei. Le interviste diverse, rivelano una trama continua, come in un racconto corale nato tutto sotto la stessa tenda, anche se in realtà fa il giro dell’Italia.

Dopo la proiezione ci siamo fermati a parlare con i gestori del cinema Ariston, per chiedere loro come stava andando la distribuzione del film. Ci hanno detto: “questo film sta andando bene, sarà nella sala anche le prossime settimane, che per un film così è già molto. Vengono soprattutto gli adulti e gli anziani. Non capisco perchè i giovani ci sono meno. E’ un documento importante, va visto.”
Concordo con loro.

Draquila - l'Italia che trema maglietta in tema con la serata

“The systems of control designed to manufacture consent among a largely ignorant public will still be there for me to worry about tomorrow.” (Noam Chomsky)

Le voci dell’inchiesta

L’altra domenica sono andata a Pordenone, per acchiappare almeno un paio di proiezioni del festival dei documentari, Le voci dell’inchiesta, che avevo visitato anche l’anno scorso.

Al mio arrivo alle due del pomeriggio, la sala è completamente vuota, ed il cinema sembra tutto per me.
Adoro questi momenti.
Mi permettono di curiosare tra i dettagli dei luoghi dormienti.
In realtà poi il cinema si è animato rapidamente. A luci già spente e a proiezione iniziata, le persone han continuato a venire, e si sono accalcate fino a restare in piedi ai margini della platea.

Il primo lungometraggio, Il paese mancato, è stato presentato da Italo Moscati.
“Un lavoro realizzato pescando nel mondo delle immagini dell’Istituto Luce“, ci ha detto il regista, che ha raccolto evidenze degli anni Sessanta e Settanta in Italia.
“Quando la RAI si distrae, qualcosa si può fare“, ha osservato Moscati. “E non ci illudiamo che la RAI di ieri fosse molto meglio di quella di oggi“.

Cito, ad emblema, una sequenza.
Dei manifestanti, operai in sciopero contro la chiusura di uno stabilimento, salgono le scale dell’edificio della RAI: “Dovete mostrare anche le nostre richieste, e non solo i Cabaret!”, è la loro rivendicazione, supportata da striscioni e cartelli.

Il secondo documentario, The moon inside you, è opera di una regista slovacca.
L’idea è che ci sono dei temi nascosti (in questo caso, il ciclo mestruale), che ancora non sono stati oggetto di documentari. Perchè non girarne uno, allora, si dice lei?
L’autrice usa un tono leggero e divulgativo. Pian piano, il suo discorso accompagna lo spettatore dall’imbarazzo alla forza, dallo svelamento delle falsità al richiamo delle energie femminili positive.  

cinemazero tutto per me le voci dell'inchiesta - intro il proiettore del cinemazero il palcoscenico coi porta cavi
Italo Moscati al Cinemazero il cinemazero si riempie farrotto di asparagi e salsiccia aqstick

Recensione di altri blog – 4

Forse è un po’ presto per dire che questo blog (di cui mi sono appena messa il link tra i segnalibri) sta tra i blog che controllo tutti i giorni. Infatti è stato aperto da poco. Ma il retroscena promette bene.

Si tratta del blog di Wu Ming, un collettivo di scrittori a cui Dado si è già affezionato leggendo più di un loro lavoro.
Io non conosco i loro romanzi, ma oggi ho letto due articoli di questo blog che mi sembrano fuori dal comune:

– Branco ’75 (una analisi dei comportamenti del branco, come lo si vede rappresentato nei film “Amici miei” e “Salò”)
– Saviano libero (una analisi dei momenti in cui lo scrittore di Gomorra cade in meccanismi tossici, e dei momenti in cui è libero, ancora incredibilmente libero).

Dopo le altre recensioni di blog che parlano del femminile e del potere, ci sta benissimo prendere nota di chi sa scrivere in modo lucido del maschile e del potere.

Abbiamo sensibilità nei confronti dello spreco, oppure no?

In questo giorni ho finito di leggere un saggio di Tristam Stuart, “Waste”, che in Italia è tradotto come “Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare”.

Contiene parecchie buone analisi e riflessioni, relative agli sprechi di cibo che avvengono nelle varie tappe che percorrono tutto il ciclo degli alimenti: conversione degli usi del suolo coltivabile, allevamento, produzione, conservazione, trattamento, confezionamento, distribuzione, comportamenti all’acquisto, preparazione alimenti finiti, scarti dimenticati nel frigo, scarti freschi dei supermercati e dei ristoranti, scarti riutilizzabili che vanno buttati o bruciati, forme di riciclo più o meno sostenibili, leggi sul contenimento dei rifiuti e sulla sicurezza degli alimenti, confronto tra soluzioni di diversi paesi, e così via.

Vale la pena di citare alcuni dei suoi spunti, che qui traduco liberamente dall’originale inglese.

I paesi ricchi hanno investito molto in sistemi di riduzione degli sprechi di un certo tipo (per esempio quelli generati dalle perdite dei raccolti per problemi di conservazione), specialmente nel dopoguerra; ma poi più di recente hanno reintrodotto quote di spreco altrettanto enormi permettendosi il lusso delle sovrapproduzioni inutilizzate, o ad esempio creando standard cosmetici inutilmente stringenti.

Anche se è controintuitivo, sono i supermercati che hanno sviluppato alcuni dei metodi più efficienti per la gestione e il trattamento del cibo. Il prezzo di vendita dei cibi confezionati è fino a tre volte il suo costo: stando così le cose, alla grande distribuzione risulta più conveniente buttare due articoli per ogni articolo venduto, piuttosto che rischiare di non vendere quell’uno. Questo è supportato da assurde regole cosmetiche che pretendono articoli alimentari esteticamente perfetti. La dimensione dei margini di vendita e i bassi costi dello smaltimento del cibo divenuto scarto fanno sì che questo meccanismo, che porta a cibi commestibili scartati fino al 40%, sia qualcosa che i supermercati si possono permettere.

Ci sono catene che espongono in vetrina pasti preparati sempre freschi (ma che poi risulteranno scartati in quantità rilevanti); questi produttori scelgono di fomentare l’illusione che il cibo sia una risorsa infinitamente e facilmente disponibile.

Gli sprechi alimentari nei paesi ricchi, che derivano da apatica trascuratezza, sono diversi da quelli dei paesi in via di sviluppo: in questi ultimi si osserva la mancanza di fondi d’investimento per migliorare le pratiche produttive o di conservazione, o anche la mancanza di accesso a conoscenze che in realtà sono già consolidate.

E’ immagine comune in occidente quella del bimbetto con il faccino tutto sporco di pappine, che sono state anche in gran parte lanciate dappertutto, pavimento compreso. Ma questo non è l’unico modo di educare all’alimentazione. Ad esempio, in India, i genitori danno il cibo ai bambini non in un piatto separato per loro, ma porgendo un po’ alla volta bocconi del pasto preso dal propro piatto. Questo risparmia sprechi e disordine, ed evidenzia qual è il trattamento da risevare agli alimenti: vanno considerati una risorsa di valore, o che può essere buttata?

Lo spreco gratuito di cibo che potrebbe essere utilizzato per sfamare altre persone, e che invece va a riempire i bidoni della spazzatura, dovrà diventare (o ritornare ad essere) un fatto socialmente inaccettabile.

"Waste" by Tristam Stuart "Waste" by Tristam Stuart