Il quarto della serie

La serie Guida galattica per gli autostoppisti è stata definita dall’autore “trilogia in cinque parti”, forse perchè si riconosceva di più nei primi tre dei suoi lavori.
Il quarto, per esempio, Addio e grazie per tutto il pesce, è stato sofferto dall’autore più degli altri (pare che l’editore sia intervenuto sull’opera in modo non gradito), e in effetti è non poco diverso dagli altri, per atmosfera, e ambientazione.
Eppure, io l’ho adorato e divorato non meno dei romanzi precedenti, e ne apprezzo anche le differenze.

Ad esempio, il nono capitolo, è tutto una sequela di dialoghi surreali da gustare. Il nostro eroe di sempre Arthur Dent prende una birra con gli amici, dopo dieci anni di assenza, e gioca un po’ al pazzo un po’ all’ubriaco, raccontando di aver visto vasche da bagno che funzionano come la pietra filosofale. Trasformano il grasso superfluo in oro…

addio e grazie per tutto il pesce

E meno male che c’è anche un quarto volume…

Nel terzo libro della serie di Douglas Adams, La vita l’Universo e tutto quanto, ci sono delle scene che da sole valgono tutta la serie.
Ad esempio il nono capitolo, dove arriva l’alba sul pianeta Sconchiglioso Zeta. E il robot depresso Marvin parla con una creatura a molle di animo cordiale, il materasso Lorro.

“Il materasso rimase alquanto impressionato e si rese conto di avere a che fare con un’intelligenza fuori del comune” (ovvio, penso io mentre leggo, stai parlando con Marvin…) “Rabbrivicchiò in ogni centimetro della sua superficie corporea, increspando l’acqua della palude, invasa dalle alghe. Spiancicò nell’acqua. Garbazzò in giro. E poichè lo sforzo era stato eccessivo, cadde giù, inondando Marvin di fango, alghe e lattughe puzzolenti”

Spettacolare.

la vita, l'Universo e tutto quanto

Stanotte ho sognato di far l’effetto neve con farina e setaccio

Domenica scorsa, niente bici. Troppo raffreddore.
Prima di rintanarmi a casa, a leggere tutto il giorno sul divano, ho fatto una tappa al teatro per bambini. Ero troppo curiosa, volevo andare a vedere lo spettacolo messo in scena da Julian e Giustina.

Dopo una breve introduzione sul palco, con scaramucce tra gli attori che si apprestano a fare colazione, con biscottini gentilmente offerti dai bimbi del pubblico, parte la fiaba. Musichetta magica, abbassarsi delle luci. Comincia “Il brutto anatroccolo“.

il brutto anatroccolo

“In quanti modi si può raccontare una fiaba?“, chiede Julian ai presenti. “Con le marionette, con i burattini, leggendo un libro“, rispondono i bambini. Ma questa volta, saranno i dolci, l’acqua e le teiere ad animarsi.

Non svelo i trucchi portati in scena, ma non li dimentico. Sarei rimasta un’ora in più, a veder gli oggetti del tavolo al centro della scena che prendono vita. Allora, me ne invento degli altri. E me li annoto qui.
Una luna che sorge da dietro gli alberi, fatta con una meringa che si leva di tra i finocchi?
Dei bagnanti che si abbronzano, scaldati come del pane tostato?
I fiori portati dal vento, fatti coi petali per le infusioni del tè?
L’insalata che si lava in ammollo, come un raduno sul mare per la Barcolana?
Cubetti di ghiaccio, come pattinatori che scivolano?
E il mio preferito (questo lo copio dallo spettacolo), l’arancio che rappresenta il sole, e che compie un grande arco, sollevato in aria…

Recensione film: Qualunquemente…

Cetto La Qualunque mi ha colpito.
Secondo me il film è fatto in modo meno banale di quello che sembra.
Il personaggio pazzesco impersonato da Antonio Albanese ha dei difetti che ben conosciamo, che sono resi iperbolici, insopportabilmente comici, e nonostante questo, c’è qualcosa nel personaggio che ce lo fa piacere.

E’ qui il problema.
Guardiamo un Cetto volgare, disonesto, corrotto, ma soprattutto fiero di essere tutto questo e molto di peggio.
Eppure troviamo anche un equilibrio in questo.

Secondo me Cetto ci piace perchè è assertivo.
La sua ipervolgarità è sfumata al punto giusto, fino a raggiungere un equilibrio.
L’equilibrio di chi sente di essere all’interno di una struttura culturale legittima.
Tra le vicende del film, ci sono diversi piccoli dettagli che non si notano all’inizio, ma a ripensarli si vede che hanno senso coerente.
Una struttura culturale è tanto più sentita come legittima se è coerente.

Ma non finisce qui.
La cosa che adoro di più del film è che il sistema “Cetto” ha un limite finito.
Ci sono anche altri sistemi, in giro (e ora non sto qui a svelare chi ne è portatore).
E queste alternative contendono a Cetto la palma per il “peggio”…

Se non ora, quando? Piazza Unità piena per la dignità delle donne

Il seguente articolo è stato pubblicato su bora.la

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La manifestazione “Se non ora, quando?”, svoltasi domenica 13 febbraio in centinaia di città italiane, è nata sul web.
Il sito senonoraquando13febbraio2011 ne elenca motivazioni e simboli.

Trieste ha risposto con una piazza Unità d’Italia insolitamente piena, e il fatto che la manifestazione sia stata prevalentemente spontanea è stato visibile dalle caratteristiche del corteo.

Diverse associazioni femminili hanno preso parte al corteo, ma alcune ne hanno anche preso le distanze; e per la maggior parte dei partecipanti si sono visti singoli cittadini; soprattutto donne, ma anche i loro compagni e mariti, le famiglie, i bimbi.

Tra le assenze, quella dell’UDI, che a livello nazionale ha preso la seguente posizione: “A titolo personale, ognuna è libera di partecipare; è opportuno però ribadire che l’UDI non può essere chiamata a schierarsi, a portare donne a una manifestazione che non rientra nella sua politica. Noi non abbiamo mai sottovalutato l’importanza di esporci nelle piazze, nelle quali ci siamo misurate in diverse situazioni: raccolta firme, Staffetta, in ultimo, il contrasto agli stereotipi con la Campagna Immagini Amiche. Ma non possiamo rinunciare alla nostra identità per rappresentare un confuso genere femminile, indignato e anonimo. La manifestazione in questione è infatti promossa in varie città come una manifestazione di donne non meglio definita.”

Tra le presenze, con i propri simboli e striscioni, quella delle realtà consolidate della Casa internazionale delle donne, e del Coordinamento donne Trieste. Seguite da molte persone che avevano creato il proprio cartellone colorato, il proprio messaggio personale. Il tricolore fatto di mutande, l’invito a spegnere la tv, la mimosa in mano.

Il vademecum della mobilitazione è stato nel complesso rispettato: non ci sono stati simboli politici o sindacali, a parte qualche adesivo o spilletta per la coda dell’occhio. Non era previsto alcun segno di riconoscimento (oggetti, fiocchi, sciarpe, colori..) oltre al logo della manifestazione creato da Maddalena Fragnito. Per cui gli ombrelli alti aperti, le sciarpe collegate a far striscione, sono risultate sì, prevalentemente rosa, rosse, bianche, nere… ma comunque casuali.

Alla testa del corteo, con in mano lo slogan principale, “Se non ora quando“, si sono presentate la Presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat, la parlamentare Tamara Blazina, insieme a donne notoriamente attive nella città. E molte giovani, giovanissime.

Il fatto che la manifestazione sia stata prevalentemente spontanea, effettivamente chiamata dal pensiero serpeggiante del web più che da strutture centralizzate, è risultato visibile dall’andamento che il movimento di piazza ha avuto nel corso della mattinata.
Dopo l’appuntamento delle ore 11 nel cuore della Piazza Unità d’Italia, che ha potuto sorprendere i visitatori della domenica con la presenza di migliaia di persone accalcate in una piazza praticamente piena, si è coagulato un primo corteo, che si è incamminato verso il Canale, intasando via Cassa di Risparmio, e poi bloccando per breve tempo il traffico delle Rive, giusto il tempo dell’attraversamento fino allo spazio pedonale. Un secondo corteo, più lento e che quindi si è ritrovato sganciato, ha compiuto un percorso più breve, megafono alla mano, fino a Piazza della Borsa, per poi rientrare e ritrovarsi con l’altro segmento in Piazza Unità.

Comunque, i temi resi visibili dall’iniziativa sono risulati prevalentemente due: il “Berlusconi dimettiti” (declinato in molti modi, per lo più ironici, tipo: “zio Mubarak si è dimesso, papi Berlusconi fai lo stesso“) e quello della dignità delle donne calpestata dall’immagine corrente. “La dignità delle donne è la dignità dell’Italia“, “Donne sull’orlo di un crisi di disgusto“, “Donne non in vendita“, con in mano il saggio di Lorella Zanardo, “Il corpo delle donne“.

Questa, in sintesi, l’immagine che la piazza Triestina ha esposto, con una partecipazione prevalentemente allegra, pacifica, bambine al seguito (“Anche lei c’è stata, alla sua prima manifestazione!“, ha detto la mamma di una bambina di un anno).
Sicuramente, una partecipazione numerosa. Secondo il servizio d’ordine, che ha scortato il tratto nel traffico con le auto della polizia, l’argomento ha portato in piazza più persone del solito.

Per quanto generico il messaggio di partenza, che verrà poi declinato da interpretatori dei media anche nazionali in molti modi (non necessariamente corrispondenti al pensiero di chi ci è stato), l’opinione di chi scrive è che la risposta triestina all’idea di lancio è stata rappresentata dal seguente simbolo.
In uno dei cuori pulsanti dell’evento, alla testa del rumoroso gruppo di percussioni della sezione femminile della Banda Berimbau, le BerimBabe, non c’era il solito fischietto del vispo capobanda di sempre, ma una ragazza, schemi del ritmo nella mano alzata. “Ora suoniamo il tre; ora il quattro…“, incitava, facendo segnare il passo a tutto il seguito. Una donna si è sostituita al leader che siamo abituati a vedere da sempre: ci ha messo la propria faccia, alla guida.

poropat e blazina alla testa del corteo La dignità delle donne è la dignità dell'Italia
Le BerimBabe nel cuore della manifestazione Lo striscione della Casa Internazionale delle Donne La mimosa in mano alle bimbe Gli slogano ufficiali
testa del corteo in via Cassa di Rispamio

“Resistance is futile!”

Guida galattica per gli autostoppisti è un libro “cult”, che ha i suoi fan affezionati (principalmente maschi nerd, ingegneri o informatici, mi dice Dado).
E se lo merita.

Io l’ho letto sapendo già molto della storia, non solo perchè avevo visto l’omonimo film un po’ di tempo fa, ma soprattutto perchè le migliori idee e battute del libro mi erano già state raccontate ripetutamente da Dado, fino a farmi entrare entrare, ben prima di averlo letto, nella cerchia ristretta che usa quelle citazioni come un gergo.
Nonostante avessi già questo bagaglio di dati, e pur essendo raro apprezzare un libro anche dopo il film, mi sono goduta molto la lettura.

Intanto, il quaranta per cento delle trovate che ancora dovevo scoprire, era a sua volta geniale e delizioso. E poi, la storia mi ha fatto viaggiare in un mondo, in più mondi, pieni di immagini e visioni puramente fantascienifiche, con continuo cambio dei punti di riferimento. Infine (e questo mi sa che è il vero segeto dell’opera), la sua gustosa vena di satira sociale è ancora piuttosto attuale.

guida galattica per autostoppisti

Il classicone ha fatto centro

Ho da poco finito di leggere il saggio di antropologia Modelli di cultura, di Benedict Ruth. Che bello concludere l’anno con una lettura che è capace di cambiare, ancora una volta, la tua visione sul mondo.

Di questo lavoro citerei tutta l’introduzione, tutte le conclusioni, perchè sono piene di schemi di pensiero utili.
Mentre riguardo le mie note tra le pagine, mi accorgo che quegli spunti fanno già parte della mia memoria, sedimentati insieme ad ulteriori ricordi di quei giorni, collegati tra loro a strati.

Riporto una delle prime immagini ben accese all’inizio del libro.

“La parte giocata dal costume nel plasmare il comportamento dell’individuo sta ad ogni mutamento ch’egli possa portare al costume tradizionale, come il numero totale delle parole della sua lingua natale sta al numero di parole del suo linguaggio infantile che è entrato a far parte del vocabolario famigliare. La storia di un individuo è soprattutto la storia del suo adattamento ai modelli e agli esempi offerti dalla tradizione della sua comunità. ”

modelli di cultura

Da che lato guardi il mondo?

lipperini-book

Ho preso l’ultimo libro di Loredana Lipperini perchè, ovviamente, sono affezionata al suo blog. Sapevo che ci stava lavorando su, e quando ne ha svelato il titolo poco prima che uscisse in libreria, mi è sembrato geniale.

I primi capitoli collezionano una serie di notizie che fanno invidia alle telenovele della cronaca nera. E devo dire che questo proprio non è il mio genere. Ma nella seconda metà il libro cambia registro, e mi riconquista con un bell’effetto Matrix: vuoi la pillola blu, o la pillola rossa? Guardiamo la realtà, sbugiardiamo gli stereotipi! Perchè consentir loro di nascondere dietro a un dito chi siamo veramente?

Il suo stile di scrittura è del tutto originale. All’inizio mi aspettavo di trovare una descrizione del segmento sociale oggetto del saggio, che fosse condotta con i metodi dell’esame sociologico. E in effetti, citazioni tipiche di questo approccio non sono mancate (ne riporto alcune qua sotto). Ma il passo in più realizzato dall’autrice, esperta di scrittura creativa, è stato quello di osservare la realtà passando attraverso l’analisi dell’immaginario.

Cito qualche passaggio tratto dall’inizio del libro (e non svelo le splendide idee finali della sezione Heavy Metal e Stephen King!).

“Per essere in senso pieno una generazione non basta essere un insieme di persone nate nello stesso periodo: occorre anche una pulsione affine, un reagire unitario. Una reazione che nasce per contrasto ai limiti e alle contraddizioni del mondo dei padri ed è portatrice di una nuova visione. Senonchè, a parole d’ordine come bene pubblico, eguaglianza, rivoluzione sociale, parità, giustizia, subentra un lessico diverso che ruota intorno ai temi della libertà, della realizzazione di sè, dell’autoespressione, dell’autenticità, dell’individualismo, del talento da spendere singolarmente sul mercato. Nessuna rivoluzione pubblica, insomma, ma una rivoluzione privata e permanente“.

“In Sicilia gli anziani vengono apertamente considerati una risorsa. Lo schema è quello delle società tradizionali con la famiglia come luogo di produzione; ma invertito: per i contadini ci volevano molti bambini come braccia da lavoro, oggi ci vogliono nonni e anziani genitori. Per un futuro senza incertezze, in famiglia ci vuole il pensionato. Sono gli anziani ad aiutare i giovani, economicamente e fisicamente, sostituendosi allo Stato laddove latita. Perchè rivolgersi al welfare quando c’è la famiglia?
Alla fine, questa riduzione del nucleo sociale alla dimensione famigliare provoca il drammatico restringersi dell’orizzonte dal vivere civico al vivere soli. Questo è il risultato del vuoto della politica
“.

Il digitale e i nuovi media nell’arte

Aaaah che bel, ho appena finito una coppia di libri che mi hanno accompagnata per un po’, dedicati all’arte moderna e contemporanea.
Quando li ho comprati on-line ero in dubbio, non riuscivo a scegliere tra i due titoli abbastanza vicini, e alla fine ho ceduto: li ho presi tutti e due. E ho fatto bene: non si sono sovrapposti, ma hanno fatto da controcanto uno per l’altro.
Sono Digital Art, di Christiane Paul, e New media in art, di Michael Rush.
Traduco qua sotto alcuni passi significativi tratti da entrambi i saggi.

libri della serie World of Art

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L’arte sta nella intenzionalità dell’artista: nel realizzare o concepire qualcosa senza le costrizioni poste da altri tipi di scopi.
Quando Duchamp ha suggerito, con le sue creazioni provocatorie e concettuali, che l’opera artistica era dipendente dalla presenza dell’osservatore affinchè venisse completato il suo concetto, non sapeva che alla fine del secolo alcune opere d’arte (come i film interattivi) sarebbero letteralmente state dipendenti dall’osservatore, non solo per completarle, ma anche per dare loro contenuto.

I nostri occhi esaminano continuamente il mondo che ci circonda alla caccia di informazioni nascoste e indizi per capire meglio come interpretare la sua superficie caotica.
Internet, e l’arte che vi si trova, affronta il tema della mancanza di permanenza più radicale. In questo strumento c’è una spinta strutturale a mantenersi in movimento. Non si può rimanere statici di fronte al monitor interattivo del web. Lo schermo si spegnerebbe una volta che l’utente venisse percepito come inattivo troppo a lungo. Certe opere d’arte interattiva vogliono sottolineare questo aspetto, mostrando che l’unico modo per evitare la chiusura forzata dello spazio osservato è continuare a cliccare, link dopo link, portandosi dietro rischio di dimenticare da dove si era partiti.

L’accesso sempre più facile a fonti di dati di tutti i tipi porta ad una trasparenza che ci permette di acquisire comprensione e fare scelte più informate, ma, nei casi peggiori, crea una sovraccarico di informazione saturante e può avere effetti paralizzanti. La sovrabbondanza di informazioni con cui ci confrontiamo quotidianamente nasconde il fatto che l’accesso a queste informazioni comunque non è universale e le notizie rimangono filtrate ed unilaterali.

Negli ambienti della realtà virtuale, il superamento dei confini dei comportamenti socialmente accettabili viene talvolta esaminato nei suoi effetti. La violenza simulata, quando è vista all’interno di uno spazio virtale, risulta più stridente: può diventare più facilmente un atto da mettere subito in discussione.

La video arte dai suoi inizi e fino a metà degli anni ottanta ha avuto tra i suoi discorsi dominanti un atteggiamento critico nei confronti della televisione. Gli artisti della videoarte giravano la macchina da presa su di sè, e commentavano, spesso con toni ironici da postmodernisti, la guerra culturale che si stava battendo sul terreno delle televisioni, per il loro ingresso e predominio negli ambienti domestici del ventesimo secolo. La televisione veniva vista come un prodotto d’intrattenimento emanato dalle Corporation. La critica degli artisti veniva mossa ad esempio rompendo la quarta dimensione, rivolgendosi (dall’interno dello schermo video) direttamente al pubblico da interrogare. In questo modo la supposta intimità prodotta dal mezzo veniva ridimensionata, rivelando quanto invece fosse grande la distanza generata dal mezzo.

C’è un passo breve tra lo sguardo prima, il voyerismo poi, e infine lo spiare, verso la sorveglianza per controllo politico.
L’uso del video per telesorveglianza è nato per scopi militari.
Oggi, i reality-show televisivi mostrano persone che volontariamente si lasciano riprendere in tutti i loro gesti da telecamere nascoste, nella speranza di vincere il premio finale messo in palio. La sorveglianza, sembra, ha attualmente smesso di essere percepita come una cosa sinistra.
Eppure ci troviamo in un epoca in cui la sorveglianza e la raccolta dati su di noi sono ai loro massimi livelli, per ogni gesto o movimento che facciamo capace di lasciare delle tracce.
L’arte più recente si occupa di farcelo notare, raccogliendo e rendendo palese all’interno dell’opera la presenza di queste tracce.

Videointervista a Lillo e Greg, “Intrappolati nella commedia”

Il seguente articolo è stato pubblicato su bora.la

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Venerdì scorso siamo andati a vedere la prima dello spettacolo in scena in questi giorni al teatro Orazio Bobbio, “Intrappolati nella commedia“. E abbiamo trovato un Lillo e un Greg in ottima forma, accompagnati da brillanti attori e attrici, tra cui la collega che in radio li affianca col personaggio di Deborah Jessichi, Chiara Sani.

Quando siamo entrati nel teatro già Cristallo, abbiamo trovato il pubblico delle grandi occasioni. Sala piena, signore che si lamentano perchè è la quinta volta che si alzano per far accomodare gli ultimi spettatori da pigiare nei pochi posti vuoti residui.
All’apertura della scena, vediamo Lillo e Greg che si offrono a vicenda un caffè e che, dotati di una torcia da puntare in platea, testano le reazioni in sala con le prime gag. Buona risposta dal pubblico: si sente che è già pronto ad apprezzare le battute d’inizio.
Durante lo spettacolo, arrivano parecchie risate, e non mancano gli applausi a scena aperta. Per la squadra degli attori, si può dire che non ci sia di che lamentarsi. Il pubblico triestino è attento alle offerte dei teatri, ed è anche preparato: i riferimenti ai leit-motiv della loro trasmissione radiofonica “610” vengono colti con attenzione, come la solo apparentemente casuale esclamazione di Lillo “e ‘sticazzi”, che richiama alla mente dei fan il popolare personaggio Grande Capo Estiqaatsi.

Lo spettacolo narra le disavventure di due attori che si ritrovano intrappolati all’interno di una commedia che non è la loro, che in teoria non dovrebbe essere messa in scena perchè fuori orario, e dalla quale non si può fuggire, dal momento che le porte risultano cieche o orientate su labirinti che fanno tornare al luogo di partenza. Una situazione come questa è l’ideale per sviluppare tutte le espressioni del nonsense di cui Lillo e Greg sono maestri. Nel dividersi lo spazio da protagonisti, che affrontano entrambi la perdita di senso del reale, li vediamo opporre splendidamente le due reazioni tipiche: è meglio adattarsi (più o meno volontariamente) al nuovo assurdo, o cercare di mantenere il proprio centro e continuare a richiamarsi alla ragione?
Non è una operazione da solisti, quella di Lillo e Greg. Gli altri personaggi in scena mutano continuamente d’accento e d’abito. I generi brillanti si alternano. Musical, parodia del quiz televisivo, horror demenziale. Forse c’era materiale per anche più di uno spettacolo. Ma si sa che i nostri autori sono parecchio prolifici. La loro trasmissione radiofonica “610” va in onda tutti i giorni dal 2004, e viene distribuita in un podcast che è il più scaricato della RAI. Chi conosce i temi del nonsense sviluppati in “610”, sa come l’iterazione minimalista sia parte consueta e abbondante della loro arte.
Va notato infine come nello spettacolo ci sia la capacità di fare il verso alle torture della televisione, pur mantenendosi indipendenti rispetto ad essa. Lillo e Greg, una volta “intrappolati”, temono di essere finiti dentro un incubo; e nel capacitarsi dell’incubo ci deliziano con spiegazioni più o meno fantasiose. Tra queste non manca l’ipotesi dell’essere finiti vittima di un perverso programma televisivo. Ma tale ipotesi non è mai del tutto consolatoria.

Il pubblico in sala al teatro Orazio Bobbio Il saluto degli attori e delle attrici

Il giorno successivo, insieme a Davide, abbiamo realizzato una videointervista presso gli spazi de “La Contrada“.
Lillo e Greg ci raccontano come è nata l’opera “Intrappolati nello spettacolo”. Ci spiegano quanto è grande lo spazio del nonsense in Italia e chi lo occupa. Abbiamo scoperto a chi si ispirano, e come sviluppano le loro composizioni. Infine, grazie alla loro visita a Trieste, è emerso che anche qui c’è una enciclopedia De Gambrinis, con due lemmi che riguardano Lillo e Greg…
Buona visione!

Lillo e Greg from davethewave on Vimeo.