Questa settimana ho finito un libro che mi ha accompagnata per parecchi mesi, e a cui sono stata molto affezionata.
Si tratta di un saggio che racconta e analizza la storia ecologica del delta Reno-Mosa, e l’evoluzione del rapporto interattivo uomo-ambiente nei secoli in Olanda.
La voglia di approfondire questo argomento mi è venuta dopo il viaggio in bici in Olanda dell’anno scorso. Dove abbiamo visto che il grado di interferenza con la natura e la quantità di opere idrauliche erano a livelli d’eccezione. E che i confini dell’Olanda stessa coincidono con quelli di un delta in cui si riversano fiumi che hanno viaggiato attraverso molti paesi europei.
Solo leggendo questo saggio ho compreso che in era preistorica, al posto della densissima presenza umana, c’era l’occupazione libera ed indomata di acque che giocavano nella piana alluvionale inondandola come fosse cosa propria. E che imbrigliare le reti disegnate dai fiumi in uno spazio che è solo il 5% di quello inizialmente da loro utilizzato, per edificare o coltivare il restante 95%, è stata in un certo senso una invasione.
Inoltre, tra le righe e le pagine ho capito un concetto affascinante. Quello della fertilità delle zone di transizione. Sì, i luoghi che variano nel tempo e nello spazio, come i bagnasciuga, gli argini naturali, le acque a salinità variabile con le stagioni, risalite dai salmoni, filtrate tre volte al giorno dai molluschi che cristallizzano il plancton sulla roccia. L’acqua che lambisce questi confini è parte di un continuo ciclo di vita e trasformazione.
Nei prossimi post, citerò alcune parti di questo saggio, relative a:
– la storia del suolo dei paesi bassi
– la storia dei fiumi Reno e Mosa
– il significato dell’ecologia
