Quanto è lunga un’ora

Ieri pomeriggio stavo tornando a casa, e non riuscivo a chiudere il libro che stavo finendo, Longitudine di Dava Sobel.
Ho attraversato la stazione camminando e leggendo, e sono stata colta dal fascino delle ultime righe.

Il libro è la storia di un inventore umile, circondato da una comunità scientifica a volte competitiva, per questo è facile prendere le parti del protagonista.

Nel 1714 il Parlamento inglese offrì una ricompensa di ventimila sterline in oro (l’equivalente di 10 milioni di euro) a chi avesse scoperto come determinare la longitudine di una nave nell’oceano. Astronomi famosi come Galileo, Cassini, Huygens, Newton e Halley avevano cercato invano in passato una soluzione rivolgendosi alla Luna e alle stelle. La posta in palio stimolò altri ad avanzare proposte. Fu un orologiaio autodidatta, l’inglese John Harrison, a trovare la soluzione: bastava che ogni nave fosse equipaggiata con un cronometro in grado di segnare sempre l’ora “esatta”, quella di Londra, ad esempio, e un semplice confronto con l’ora locale avrebbe subito fornito la longitudine della nave. Il libro dunque narra la storia avventurosa dei quarant’anni di sforzi che furono necessari a Harrison non solo per costruire e perfezionare quel cronometro, ma per persuadere la comunità scientifica dell’efficacia del suo metodo.

Un piccolo tuffo nella storia dell’arte

Ho comprato un libro di storia del’arte dopo averne sentita la recensione per radio, così, al volo.
Terre senz’ombra di Anna Ottani Cavina è un saggio leggero ma pieno di riproduzioni di dipinti e acquarelli, dedicato al paesaggio italiano come veniva visto dagli stranieri che venivano a visitarlo nei secoli, durante il loro percorso di formazione alla pittura e all’arte.
Queste opere hanno costruito un immaginario del paesaggio italiano come soggetto a sè stante, immaginario che però non corrisponde alla realtà storica, bensì alla mediazione culturale operata dagli occhi degli artisti sulla base delle conoscenze che avevano a quei tempi.

Così come l’orientalismo aveva creato una visione d’oriente costruita dall’occidente, non necessariamente corretta.

L’autrice fa puntate, passaggi, cartoline e curatele di mostre, che nell’insieme compongono un escursus su vari secoli, non necessariamente esaustivo sul tema, ma sicuramente punteggiato da certi pittori chiave a cui la curatrice si è appassionata.
In certi capitoli, esplode come una sorpresa, il senso di meraviglia per la visione di alcuni artisti, nel loro rapporto personale con l’Italia o con la natura.
L’autrice inserisce note biografiche dai diari e dai bozzetti e dalle opere minori o preparatorie o di diletto ma non destinate al circuito dei mecenati, e ricostruisce personalità d’artista private e a tutto tondo.

Sì, quel cielo stellato dipinto in una precisa data del Seicento, un paesaggio di cielo notturno, non poteva altro che esser stato visto con un telescopio come quello di Galileo, nell’anno della scoperta della vera conformazione della via lattea e dell’osservazione delle macchie lunari.
Rivelazioni come queste sono un vero regalo alla storia della pittura come storia della capacità di vedere, che sia pittorica, culturale o scientifica.

E tu, quanto sei SMART?

Ho finito da poco di leggere SMART di Frédéric Martel, un libro che fa il giro del globo per capire come evolve l’uso di internet e del digitale, chiedendosi se l’uso del web contribuisce ad appiattire e uniformare il mondo.
La risposta dell’autore, testata sul campo con centinaia di interviste e approfondimenti nei paesi più diversi, è che non esiste una internet, ma casomai si dovrebbe parlare delle internet, al plurale.
Perchè è con forte radicamento al territorio, alle comunità, alle lingue e alle culture che si stanno sviluppando le reti e i servizi digitali del futuro.
Quasi con una marcata suddivisione in gruppi, connessi per argomenti simili e riferimenti del luogo precisi.

La velocità del cambiamento nel settore digitale, nei paesi non già appesantiti da consolidate e storiche infrastrutture, è particolarmente marcata. Dove non si erano ancora diffusi i computer, si sono direttamente espansi gli smartphone e le applicazioni per diffondere informazioni e servizi, pagamenti dal telefono, notizie, propaganda o allerta sui pericoli del territorio.
Un capitolo decisamente gustoso è quello dell’india, dove per fare un esempio chiave, si racconta come la carta d’identità unica e digitale si sta diffondendo velocemente, e questo progetto governativo si collegherà alla creazione di un nuovo sistema sanitario che riguarderà oltre un miliardo di persone. Nelle parole degli svilupparori indiani si sente chiaro e forte l’entusiasmo per i progetti in corso, come questo.
Sono capitoli decisamente drammatici invece quelli centrati sui paesi tormentati da dittature, e l’uso della rete oscilla tra l’oppressione della censura e il salvataggio in forma virtuale scambiato all’istante (come i tweet d’allarme che segnalano le vie delle città a rischio, dove stanno avvenendo tumulti: “evitate quella strada!”).
Il libro comunque si apre con le storie di successo. E secondo me, quasi non è possibile stare dietro all’accelerazione delle start-up della Silicon Valley, anche solo nel loro frenetico racconto. Lì, nella “valle”, il mondo delle start-up è inserito in un sistema complesso che le supporta in modo forte: una struttura scalabile, che accompagna tutte le fasi di creazione d’impresa, dallo sviluppo embrionale (dove chi fallisce cerca di farlo presto, per ricominciare subito con la prossima idea) al finanziamento sulle varie taglie d’azienda da parte di investitori per tutti i gusti (li chiamano “angeli del business…”), che puntano nel giro di pochi anni a farle diventare internazionali.
Degli Stati Uniti ho sicuramente trovato interessante il capitolo che, senza peli sulla lingua, spiega come la vedono gli americani sul monopolio: secondo il partito repubblicano, può andare bene se un settore di mercato è “monopolizzato” da uno, due o massimo tre operatori globali; per il partito democratico, forse è meglio che siano almeno quattro…
Sicuramente attento è l’autore francese, alla partita lenta che sta giocando l’Europa: il vecchio mondo è troppo abituato alle sue infrastrutture classiche e fa fatica ad innovare, pigro persino nell’adottare il suffisso .eu negli indirizzi web. Quindi il suo suggerimento è: diamoci una mossa…

Gli attrezzi per comporre storie

Qualche giorno fa, con Diego abbiamo inventato un nuovo modo di giocare.
Luci spente, un lumino a far chiarore sui nostri visi, burattini sulle dita e via! Ecco fatto un teatro, dal palcoscenico piccolo quanto il punto di luce appena creato, e tutto il resto dello scenario immaginato a volontà.
Abbiamo impersonato le storie che avevamo già inventato assieme in questi giorni, quelle buttate giù sul quaderno bianco, con poche frasi e quattro disegni, ispirate ai nostri viaggi ed agli incontri con gli amici.
Una volta cominciata la recitazione, sulle storie si inanellavano tantissime varianti, e Diego voleva ricominciare mille e più volte, e il ginocchio piegato era una montagna, e la plastilina una monetina da coniare col martello, e i porcellini di lana sulle dita diventavano gatti o zucche, e tutto poteva essere inscenato.

Oggi ho letto questo articolo, che spiega come i bambini che sanno programmare, possono adattare le storie e i personaggi dei giochi digitali alle forme del loro mondo.
L’approccio dell’autore è un po’ come il mio.
Mi piace insegnare a Diego a inventarsi, scriversi, costruirsi in plastilina/carta/stoffa e bigoli di pasta le sue storie. E’ un esercizio di creatività. E’ un modo per poter guardare le narrazioni degli altri in modo critico.
Dopo aver letto questo, però, mi sono accorta che ci vogliono abilità ben più moderne!
Ma per fortuna, per far provare la programmazione a Diego ci sarà Dado.

Proprio in queste settimane, ho finito di leggere il saggio veloce di Jonathan Gottschall, che mi avevano regalato Bibi e Dodo per il compleanno.
L’autore definisce l’uomo un “animale raccontastorie”: questa è la traduzione letterale del titolo (l’originale è The storytelling animal, dato che l’ho letto in inglese), più graziosamente pubblicato qui come “L’istinto di narrare“.
Prima di iniziare, credevo che avrei trovato una storia della letteratura classica, di come ha portato alla forma narrativa scritta, dopo quella orale.
E invece no. Gli esempi raccolti nei vari capitoli, mostravano come l’essere umano compone storie e narrazioni in tutti gli altri ambiti che non sono necessariamente quelli letterari, come esigenza della mente, che deve dare un senso agli stimoli del mondo.
Sogni, deliri dei lunatici, miti della spiritualità o della dittatura, affabulazioni degli avvocati, tutto sotto forma di racconto, se possibile con un chiaro lieto fine.
Non ho l’ottimismo dell’autore, che crede nella potenza delle storie di invenzione, come qualcosa che diventerà sempre più prezioso per la società, con fiducia nella morale contenuta.
Al contrario, sono sempre più radicata nell’aggancio alla descrizione oggettiva, al testo scientifico o giornalistico, alla lettura di “non fiction”.
Però l’argomento rimane quello: confrontare il racconto personale e il racconto degli altri, sapendo con che attrezzi sono stati fatti.

Non guardo chi sta fermo, guardo chi si muove

Metamorfosi etniche di Piero Purini è uno studio ampio e dettagliato sulle migrazioni che hanno attraversato la nostra regione nel periodo delle due guerre mondiali e decenni dopo.
Non sono state solo le guerre ma anche le ragioni economiche, la dittatura, la discriminazione e la spinta alla composizione sociale per via politica e artificiale, le molte cause di questi flussi in questa zona di confine.

Il tema è veramente attuale oggi, su scala più ampia e alle porte dell’Europa in particolare.
Ricordare con questo studio quali e quante sono state le cause dei movimenti di popoli proprio sul nostro suolo riporta la realtà e il vero significato ai flussi dei gruppi sociali.

Perchè la cosa tragica è che i gruppi sociali venivano differenziati in modi che ora non sono più significativi.
per questi gruppi, i destini potevano essere favorevoli o sfavorevoli, portare alla perdita di lavoro e casa, alla ricerca di fortuna in Australia, allo status di perseguitato in più paesi o di protetto con politiche di stato.
E’ tragico cioè che oggi alcune di queste categorie sociali non siano più importanti (“quelli che hanno scioperato per le condizioni di lavoro sulla ferrovia transalpina”, licenziati in massa). E comunque ora di categorie ce ne sono altre.
Nuovi gruppi sociali a scelta del periodo storico vedono il proprio ruolo nel mondo portato in su o in giù nelle gerarchie delle avverse sorti.

Per esaminare temi non del tutto dimenticati nella nostra stessa città, Purini fa il giusto lavoro di ricostruire documenti (e infinite statistiche demografiche per raffronto dei flussi) attingendo a fonti delle opposte fazioni o delle diverse lingue e nazionalità (italiana, slovena, tedesca…).
Ecco che così il discorso si fa accurato, e non strumentalizzato.

Avrei voluto dire che il suo corposo lavoro è consigliato per chi vuole capire la storia delle nostre zone, ma in realtà dice anche molto di più. Dice che vari decenni fa la precarietà di cittadinanza e casa era continuamente alimentata.
Noi oggi saremmo contenti di non avere questo tra i nostri pensieri. Ma era solo un paio di generazioni fa, che in molti hanno dovuto trovare da soli o in gruppo una risposta alla esigenza di stabilità, in un luogo altro e sradicato.

Il processo a Galileo: una storia sempre attuale

Qualche tempo fa avevo scoperto l’arguzia di Vittorio Frajese, in un libro sulla censura assai brillante nonostante il tema in teoria pesante, e mi sono affezionata ai meandri delle sue divagazioni sulle “cose galileiane”.
Quindi sono andata alla ricerca di un altro suo studio meno facile da reperire (la mia libreria preferita ci ha messo parecchio tempo ma me l’ha trovato) sul processo a Galileo come evento che non finisce mai di essere visto con luce nuova.

E questo era il caso: “Il processo a Galileo, il falso e la sua prova“.
Secondo Frajese, alla comprensione degli eventi sul processo a Galileo si possono ancora aggiungere dei tasselli rispetto alla storiografia pregressa.
La tesi dell’autore è che nei documenti del periodo precedente al processo si è annidato un falso, un verbale non firmato ma comunque scritto da un notaio che l’ha compilato controvoglia, come le macchie dell’inchiostro e la perizia calligrafica sulle carte di molti secoli fa sembrano dimostrare.

Forse il titolo accattivante che parla di falso calca un po’ la mano e in realtà più che di un falso si tratta di una forzatura che volutamente lasciava spazio ad ambigue interpretazioni.
Comunque a parte questa originale analisi dei documenti, la rivisitazione del caso Galileo è sempre interessante.

Siamo al cuore dell’origine della scienza moderna, e Galileo nel suo “Dialogo sopra i massimi sistemi” non può resistere alla tentazione di confontare evidenze sperimentali che supportano il modello copernicano eliocentrico, con le parole di Simplicio che anche se rappresenta la parola della Chiesa, alla fine è un personaggio secondario.
Mi ha sorpreso riscoprire come il “Dialogo” avesse fatto tutto l’iter regolare per superare la censura dell’Indice, e come solo dopo il papa (in persona!) pentito e infuriato abbia supportato il processo a Galileo con l’Inquisizione.
Ma l’irregolarità del processo a Galileo è un fatto storico.
Non c’era giudizio di eresia sul modello copernicano (questo è uno degli argomenti meglio sottolineati da Frajese), nè divieto ad illustrarlo in ogni modo, quindi le premesse per avviare il processo a Galileo erano mancanti.

Nella sua testimonianza, scritta agli atti, Galileo un po’ si rende conto che non ci sono proprio tutte le condizioni per muovergli processo.
Però l’abiura da parte del matematico comunque arriva, perchè la minaccia del “tormento” nelle celle dell’Inquisizione, alla sua ormai avanzata età, è sufficiente a fargli scrivere testamento e a lasciar perdere.

In fondo la diffusione del metodo scientifico andava comunque avanti.

Ritorna il tempo per i libri

Ho quasi finito di leggere il libro di Quit The Doner (al secolo, Daniele Rielli).
Quello con i suoi reportage che parlano dell’Italia che non vorresti mai scoprire, Quitaly, l’Italia che è qui e che nonostante questo non vorresti raccontare ai tuoi figli. E ho la sensazione che, a parte i due pezzi più squisitamente dedicati all’analisi politica, tutto quello che avrei voluto leggere sta fuori dal libro e non in questa selezione.

Controllo il suo sito.

Mi sono incuriosita a partire da un suo reportage su Internazionale: il mondo del poker on-line, parabola non giudicante di nascita e ingabbiamento di professionisti della matematica e statistica applicata al tavolo con le carte, virtuale e non. Un articolo tecnico ed interessante: anche se il sistema dell’azzardo è inquietante, uno spazietto per vere capacità scientifiche è apparso qualche anno fa, quando è esploso il gioco sul web supportato da tabelle numeriche e programmi di calcolo e facilitazione al gioco soprattutto nella strategia e nella capacità di decisione, spazietto richiusosi poco dopo quando tutti hanno cominciato ad avere gli stessi strumenti, la competizione si è trasformata in superlavoro notturno sul video come in miniera, e il professionismo italiano non è mai decollato come sport ma si è riavvolto nei meccanismi della sala giochi magari all’estero.

Ok, scrive bene, il nostro.
Mi ordino il suo libro di reportage all’Antica Libreria Caffè San Marco.
Mi ritrovo a leggere camminando sui marciapiedi, e quasi quasi anche sulle striscie pedonali, pur di finire i capitoli tutto di seguito, perchè va detto che la scrittura è divertente.
Ma i mille aneddoti personali, con colore goliardico da giovane di un’altra generazione rispetto alla mia (ok sono vecchia!) sono l’esatto opposto della scrittura asciutta e giornalistica dell’inchiesta!
Perchè nel suo libro ha fatto il pieno delle note di colore, e ha preferito versioni di articoli ampliate in narrazioni con aneddoti del tipo “caccia alle ragazze”?

Torno al suo sito nella sezione reportage, agli altri giornali dove pubblica di nuovo serioso.
Aaaah, molto meglio.

Ma da quando è che mi sono abituata al linguaggio super oggettivo, fino al punto che non sopporto più quello che non lo è?

Destino da ingegnere.

Non solo Samantha

In questo giorni il nostro premier ha detto, della prima donna italiana appena andata in missione nello spazio, che “lei per noi è semplicemente Samantha”, dando più peso alla familiarità con lo spazio non così lontano, che al tono professionale che si sarebbe potuto ottenere ricordando il nome completo.
Le missioni spaziali servono spesso ad alimentare l’orgoglio nazionale, e il senso di riavvicinamento verso il buio profondo viene alimentato anche dal capitano Samantha Cristoforetti, che ogni mattina aggiorna il suo stato su Facebook, raccontando la terra vista dalla stazione spaziale.
Prima di lei sono state molte le donne che hanno affrontato i test per astronauti, e che hanno lottato per l’emancipazione delle donne nei campi estremi della scienza, sin dagli anni del primo uomo sulla luna.
È affascinante leggere le loro biografie, nella ricostruzione raccolta in Mercury 13, la storia di tredici donne pilota americane che negli anni sessanta hanno sostenuto e superato brillantemente gli stessi test a cui venivano sottoposti gli astronauti, in tempi che però erano “maturi” solo per i maschi, e che quindi le vedevano faticare nel ruolo di apripista per le donne che sarebbero venute dopo di loro.
Le donne di quell’epoca erano aviatrici che accumulavano ore di volo in modi a volte disparati, ad esempio come traghettatrici di velivoli da una nazione all’altra, perché non solo lo spazio ma anche il cielo e il volo civile erano parzialmente preclusi alle donne, che non potevano pilotare i jet ma solo i mezzi ad elica, e nonostante questo partecipavano a gare di velocità in volo, riparavano motori, insegnavano a volare e provavano con successo le camere di isolamento sensoriale per astronauti.
Insomma, proprio nei giorni della missione fuori dall’atmosfera della prima astronauta italiana, sfogliavo le pagine della storia delle Mercury 13. Il desiderio d’esplorazione di queste donne del secolo scorso era molto spinto anche secondo i parametri dei giorni nostri, ed era una costante di molti altri momenti delle loro vite. Più di altre cose mi ha colpito la loro tensione all’esplorazione solitaria, come era quella possibile sui velivoli ad elica a loro permessi, il sorvolare le foreste e gli oceani, il passare ore e giorni senza rifornimenti e con grandi esigenze di concentrazione e controllo del mezzo, per cui già questa esperienza può sembrare distante dalla quotidianità di uomini e donne di oggi, figuriamoci lo spazio…

La censura parla chiaro

Qualche tempo fa, girando per la libreria, ho preso al volo un volume che mi aveva colpito, perché apparteneva ad una collana di cui avevo già apprezzato dei saggi interessanti. Sarà buono come gli altri, mi sono detta. E non mi sbagliavo.

La censura in Italia, di Vittorio Frajese, è un saggio che ripercorre la storia del controllo della parola scritta, nel nostro paese, dall’introduzione della stampa all’età liberale.
Il problema della censura si è posto subito, appena la diffusione dei libri è diventata ampia a sufficienza: la parola moltiplicata e il suo controllo sono andati a braccetto come fratelli.
Il tema potrebbe sembrare cupo e pedante, dato che molti secoli di questa storia sono collegati al funzionamento dell’Inquisizione e alla compilazione di liste di libri proibiti, in un Indice che si aggiorna nell’arco di centinaia di anni escludendo e poi reinserendo nella lista titoli e autori che a noi farebbero sorridere (Petrarca, Boccaccio…), temendo soprattutto la critica alla religione (e più che mai il pensiero protestante). Ma questo saggio non si limita al rendiconto impressionante di una pratica molto longeva. In realtà il lavoro di Frajese esplora le pieghe dei meccanismi di potere collegati alla censura, e le sfumature tra dispositivi di controllo diversi, scoprendo casi ironici e contraddittori, in cui poteri rivali cercavano di annullare l’effetto di controllo l’un dell’altro, e l’efficacia dei sistemi si allenta e si restringe ciclicamente nel tempo.
Uno dei casi più spettacolari è quello della condanna di Galileo Galilei e della sua teoria eliocentrica, in cui il tribunale ha usato documenti e prove opposte e contrarie tra loro per confermare la condanna. Insomma l’Inquisizione era chiaramente disposta a convivere con la mancanza di logica, pur di conservare il suo presidio per secoli…

Storia delle differenze di reddito, dal Settecento ad oggi

Che cosa hanno in comune Barack Obama, il Papa, Marine Le Pen e Christine Lagarde (direttrice del Fondo monetario internazionale), e la sottoscritta? Hanno tutti letto il libro di Thomas Piketty.

Il capitale nel XXI secolo, saggio dell’economista francese Piketty, già tradotto in molti paesi e da poco anche qua da noi, è diventato subito molto popolare, secondo me, per due motivi.
Il primo è che presenta una chiave di lettura poco usata, per le questioni economiche e finanziarie di oggi, e cioè l’esame di come le risorse economiche si suddividono nella popolazione, all’interno di un paese, nel mondo e nel lungo periodo di diversi secoli.
Il secondo motivo è che la prosa è facile e scorrevole, la lettura di oltre settecento pagine fila via piacevolmente, tra aneddoti letterari, ricostruzioni di tipi di società e studi statistici con basi di dati estremamente ampie ed approfondite come nessun predecessore aveva fatto fino ad ora.
Io l’ho apprezzato molto per entrambi questi motivi.

La chiave di lettura della realtà proposta in questo libro, ovvero quella che guarda alla distribuzione dei redditi da proprietà e da lavoro, in fondo abbastanza semplice e alla mano per poter leggere la nostra quotidianità, si rivela un punto di vista che non si può più dimenticare.
In questi giorni si parla molto del lavoro, delle sue regole che nel trentennio dopoguerra venivano agganciate ai diritti, e che ora sembra che debbano proprio essere compatibili con i mercati. Ma perché “i mercati” sono sempre citati come un’entità astratta? Perché le suddivisioni del margine creato da una azienda, tra la frazione consumata nello stipendio dato ai lavoratori, e la frazione destinata ai premi riconosciuti agli azionisti, sono suddivisioni spesso opache e a malapena negoziate nelle contrattazioni collettive?
Dietro all’astratto e anonimo concetto di mercato, ci sono proprietà private, rendite di capitale che segnano il nostro mondo oggi, come nell’Ottocento facevano le grandi proprietà terriere, e i grandi romanzi sociali dell’epoca lo ricordano bene.

La prima ed essenziale formula che Piketty presenta nel suo lavoro, è quella che confronta la velocità con cui cresce la rendita da capitale (oggi prevalentemente finanziaria) rispetto alla velocità con cui cresce l’economia in generale. Il risultato di questo confronto nel lunghissimo periodo è che la prima, nella stragrande maggioranza dei casi, è maggiore della seconda.

Eh, ora dovremmo parlare più in dettaglio del significato della crescita dell’economia, ovvero la crescita del prodotto interno lordo, e di quegli indicatori che passano continuamente attraverso le notizie dei media, nel confronto tra i paesi (pensiamo alla grande crescita della economia cinese di questi anni), e nei dibattiti anche pro e contro un certo livello di crescita (pensiamo ai movimenti a favore della decrescita), tutti temi di cui intuiamo il significato, ma afferrarlo quantitativamente non è così facile.
Dunque: provare “Il capitale nel XXI secolo” per credere: finalmente si accendono delle luci sulla interpretazione di questi argomenti. Sulla base di dati ampiamente misurati.
Giusto un esempio per orientarsi: dall’anno zero all’Ottocento, la crescita economica era trascurabile. Potremmo, al confronto con lo sviluppo odierno, approssimare la crescita di quei primi diciotto secoli, a zero. Quindi, il pur importante rilievo che si dà oggi alla crescita (che, a dirla tutta, è la combinazione della crescita demografica e del miglioramento dello standard di vita medio), in realtà può essere ridimensionato, se osservato in una scala di lungo periodo.
Secondo Piketty, il marxismo, con l’attenzione per la prima volta assegnata al capitale, aveva sì avviato un discorso importante, ma poi non lo aveva sviluppato quantitativamente, perché non ce n’erano i mezzi statistici, arrivando a tesi (come quella della crisi di sovrapproduzione) grossolanamente approssimate, forse neanche utili. Ma ora, i dati sulla tassazione delle persone fisiche e giuridriche, accumulati per un paio di secoli in molti paesi, e altri indicatori ed archivi pubblici e privati, permettono di fare di nuovo i conti con il capitale e più in dettaglio con la distribuzione dei redditi da capitale. Per tornare a ricordarsi che le proporzioni tra i gruppi sociali non sono stabili.

Infatti (e qui sta la nota significativa), il capitale fluisce continuamente da alcune frazioni della popolazione ad altre. E ha una tendenza quasi definitiva. Quella di concentrarsi nelle mani di pochi. Altro che mobilità sociale verso l’alto. Molto significativo è, purtroppo, il movimento nel verso opposto…

Non banalizziamo troppo. Ci sono anche le tendenze equalizzanti, quelle dello sviluppo tecnologico e della diffusione della conoscenza. Però di solito non riescono a controbilanciare completamente l’effetto Monopoli (quello per cui, alla fine della partita, rimangono solo due attori in campo: un giocatore che ha vinto accumulando tutta la posta in gioco, e il banco). Infine (e molto importanti secondo l’autore) ci sono le politiche nazionali e fiscali, con l’effetto lievemente re-distributivo della tassazione.

Questo studio permette di capire il significato di debito pubblico, dei paradisi fiscali, dell’inflazione, di leggere la dimensione dei gruppi sociali (quello che possiede zero, venti, cinquanta, o ottanta per cento della ricchezza disponibile…) in Italia e in occidente e nel mondo, anno dopo anno, prima e dopo le guerre, negli anni sessanta, ottanta e al giorno d’oggi; e di dare significato agli slogan del tipo “meno tasse per tutti”…

Il saggio di Piketty non è un lavoro a tesi unica. Vuole essere lo stimolo per un dibattito.
Il messaggio più importante è questo: forse è proprio il caso di avviarlo, ampiamente e in un confronto tra paesi e rispettive legislazioni, il dibattito sui meccanismi spontanei e quelli derivanti da normative, che influiscono sulla distribuzione dei redditi. Perché se la lasciamo a sè stessa, la società non va verso nessuna forma di equilibrio spontaneo.