Non solo Samantha

In questo giorni il nostro premier ha detto, della prima donna italiana appena andata in missione nello spazio, che “lei per noi è semplicemente Samantha”, dando più peso alla familiarità con lo spazio non così lontano, che al tono professionale che si sarebbe potuto ottenere ricordando il nome completo.
Le missioni spaziali servono spesso ad alimentare l’orgoglio nazionale, e il senso di riavvicinamento verso il buio profondo viene alimentato anche dal capitano Samantha Cristoforetti, che ogni mattina aggiorna il suo stato su Facebook, raccontando la terra vista dalla stazione spaziale.
Prima di lei sono state molte le donne che hanno affrontato i test per astronauti, e che hanno lottato per l’emancipazione delle donne nei campi estremi della scienza, sin dagli anni del primo uomo sulla luna.
È affascinante leggere le loro biografie, nella ricostruzione raccolta in Mercury 13, la storia di tredici donne pilota americane che negli anni sessanta hanno sostenuto e superato brillantemente gli stessi test a cui venivano sottoposti gli astronauti, in tempi che però erano “maturi” solo per i maschi, e che quindi le vedevano faticare nel ruolo di apripista per le donne che sarebbero venute dopo di loro.
Le donne di quell’epoca erano aviatrici che accumulavano ore di volo in modi a volte disparati, ad esempio come traghettatrici di velivoli da una nazione all’altra, perché non solo lo spazio ma anche il cielo e il volo civile erano parzialmente preclusi alle donne, che non potevano pilotare i jet ma solo i mezzi ad elica, e nonostante questo partecipavano a gare di velocità in volo, riparavano motori, insegnavano a volare e provavano con successo le camere di isolamento sensoriale per astronauti.
Insomma, proprio nei giorni della missione fuori dall’atmosfera della prima astronauta italiana, sfogliavo le pagine della storia delle Mercury 13. Il desiderio d’esplorazione di queste donne del secolo scorso era molto spinto anche secondo i parametri dei giorni nostri, ed era una costante di molti altri momenti delle loro vite. Più di altre cose mi ha colpito la loro tensione all’esplorazione solitaria, come era quella possibile sui velivoli ad elica a loro permessi, il sorvolare le foreste e gli oceani, il passare ore e giorni senza rifornimenti e con grandi esigenze di concentrazione e controllo del mezzo, per cui già questa esperienza può sembrare distante dalla quotidianità di uomini e donne di oggi, figuriamoci lo spazio…

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