Qualche tempo fa, girando per la libreria, ho preso al volo un volume che mi aveva colpito, perché apparteneva ad una collana di cui avevo già apprezzato dei saggi interessanti. Sarà buono come gli altri, mi sono detta. E non mi sbagliavo.
La censura in Italia, di Vittorio Frajese, è un saggio che ripercorre la storia del controllo della parola scritta, nel nostro paese, dall’introduzione della stampa all’età liberale.
Il problema della censura si è posto subito, appena la diffusione dei libri è diventata ampia a sufficienza: la parola moltiplicata e il suo controllo sono andati a braccetto come fratelli.
Il tema potrebbe sembrare cupo e pedante, dato che molti secoli di questa storia sono collegati al funzionamento dell’Inquisizione e alla compilazione di liste di libri proibiti, in un Indice che si aggiorna nell’arco di centinaia di anni escludendo e poi reinserendo nella lista titoli e autori che a noi farebbero sorridere (Petrarca, Boccaccio…), temendo soprattutto la critica alla religione (e più che mai il pensiero protestante). Ma questo saggio non si limita al rendiconto impressionante di una pratica molto longeva. In realtà il lavoro di Frajese esplora le pieghe dei meccanismi di potere collegati alla censura, e le sfumature tra dispositivi di controllo diversi, scoprendo casi ironici e contraddittori, in cui poteri rivali cercavano di annullare l’effetto di controllo l’un dell’altro, e l’efficacia dei sistemi si allenta e si restringe ciclicamente nel tempo.
Uno dei casi più spettacolari è quello della condanna di Galileo Galilei e della sua teoria eliocentrica, in cui il tribunale ha usato documenti e prove opposte e contrarie tra loro per confermare la condanna. Insomma l’Inquisizione era chiaramente disposta a convivere con la mancanza di logica, pur di conservare il suo presidio per secoli…