Buongiorno, pupazzetti!

Tra poco sveglierò Diego con una nuova sorpresa: l’amico di Gattel, il micino Lalo. Ci sono tutti gli ingredienti per impersonare le storie inventate con Diego: anche la avventura di Zucca, quella che non se la sentiva di salire su su verso il castello di Bled. 

È facile coltivare la mania dei pupazzetti che spuntano dal gomitolo.  Un nuovo suggerimento? Il manuale di frutta e verdura all’uncinetto!

  

Un grande ritorno

Dopo più di otto anni dall’ultima volta, ho ripreso in mano l’uncinetto. Ci sono molte comunità sul web che condividono idee e modelli, e con qualche adattamento si può realizzare qualunque cosa: nel caso nostro, un personaggio inventato da Diego: Gattel! 

Questo schema si chiama amineko, il gatto amigurumi, ed è stato messo a disposizione da una ragazza giapponese di nome Nekoyama. Questo è il link al suo sito.

  

Gli attrezzi per comporre storie

Qualche giorno fa, con Diego abbiamo inventato un nuovo modo di giocare.
Luci spente, un lumino a far chiarore sui nostri visi, burattini sulle dita e via! Ecco fatto un teatro, dal palcoscenico piccolo quanto il punto di luce appena creato, e tutto il resto dello scenario immaginato a volontà.
Abbiamo impersonato le storie che avevamo già inventato assieme in questi giorni, quelle buttate giù sul quaderno bianco, con poche frasi e quattro disegni, ispirate ai nostri viaggi ed agli incontri con gli amici.
Una volta cominciata la recitazione, sulle storie si inanellavano tantissime varianti, e Diego voleva ricominciare mille e più volte, e il ginocchio piegato era una montagna, e la plastilina una monetina da coniare col martello, e i porcellini di lana sulle dita diventavano gatti o zucche, e tutto poteva essere inscenato.

Oggi ho letto questo articolo, che spiega come i bambini che sanno programmare, possono adattare le storie e i personaggi dei giochi digitali alle forme del loro mondo.
L’approccio dell’autore è un po’ come il mio.
Mi piace insegnare a Diego a inventarsi, scriversi, costruirsi in plastilina/carta/stoffa e bigoli di pasta le sue storie. E’ un esercizio di creatività. E’ un modo per poter guardare le narrazioni degli altri in modo critico.
Dopo aver letto questo, però, mi sono accorta che ci vogliono abilità ben più moderne!
Ma per fortuna, per far provare la programmazione a Diego ci sarà Dado.

Proprio in queste settimane, ho finito di leggere il saggio veloce di Jonathan Gottschall, che mi avevano regalato Bibi e Dodo per il compleanno.
L’autore definisce l’uomo un “animale raccontastorie”: questa è la traduzione letterale del titolo (l’originale è The storytelling animal, dato che l’ho letto in inglese), più graziosamente pubblicato qui come “L’istinto di narrare“.
Prima di iniziare, credevo che avrei trovato una storia della letteratura classica, di come ha portato alla forma narrativa scritta, dopo quella orale.
E invece no. Gli esempi raccolti nei vari capitoli, mostravano come l’essere umano compone storie e narrazioni in tutti gli altri ambiti che non sono necessariamente quelli letterari, come esigenza della mente, che deve dare un senso agli stimoli del mondo.
Sogni, deliri dei lunatici, miti della spiritualità o della dittatura, affabulazioni degli avvocati, tutto sotto forma di racconto, se possibile con un chiaro lieto fine.
Non ho l’ottimismo dell’autore, che crede nella potenza delle storie di invenzione, come qualcosa che diventerà sempre più prezioso per la società, con fiducia nella morale contenuta.
Al contrario, sono sempre più radicata nell’aggancio alla descrizione oggettiva, al testo scientifico o giornalistico, alla lettura di “non fiction”.
Però l’argomento rimane quello: confrontare il racconto personale e il racconto degli altri, sapendo con che attrezzi sono stati fatti.

Un mondo di case mobili

Domenica pomeriggio, dopo il pranzo dai nonni, è ora di andare via.
Diego saluta nonno Giordano dal seggiolino nella nostra auto, indugia, vuole trattenerlo ancora un po’.

Diego: “Nonno, vieni con noi”
Papà Davide: “Ma no, nonno resta qui”
D: “Perché nonno resta qui?”
P: “Perché abita qui, questa è la sua casa”
D: “E noi non possiamo portare a casa la sua casa?”