In questa stagione la natura è rigogliosa.
Lo stagno è pieno di ranette, piccoli tritoni, chiocciole palustri, libellule a coppie, gerridi e ninfee.
Ai lati del sentiero, le ortiche sfiorano la mano, e sui prati abbondano fiori gialli, fiori viola, rosa pallido.
Sopra la pozzanghera si alzano nugoli di farfalle bianche, mentre mi tuffo pedalando.
E gli scarabei stercorari ci mettono un’ora ad attraversare la strada con la loro palletta…
Categoria: bici
storie di giri in bici, di incontri in bici, e percorsi consigliati.
La prima sera fuori in bici!
Bicitinerario della scorsa settimana, in tre tappe
Prima tappa: dopo il treno Padova-Calalzo e il bus Calalzo-Cortina, comincia la ciclabile “Lunga via delle dolomiti”, sulla ex ferrovia a scartamento ridotto.
La via segue dall’alto il fiume Boite, e partendo da Cortina, passa per San Vito, Borca di Cadore, Vodo di Cadore, Valle di Cadore, Tai di Cadore, Pieve di Cadore, per un totale di 37 km, molto panoramici e tranquilli perchè quasi interamente su pista separata dal traffico.
Nello stesso giorno, al pomeriggio, ho proseguito la discesa fino a Longarone, scendendo lungo il Piave sulla strada asfaltata vecchia denominata “Allemagna”. La strada ormai è poco usata, i paesi semivuoti, la vertigine sulla valle a tratti è marcata, e l’itinerario è troppo solitario. Eppure ricordo con emozione questi tratti meno facili. Il percorso attraversa Perarolo di Cadore, Macchietto, Ospitale di Cadore e Castellavazzo. C’è un errore nella piantina Tabacco 21 che copre questo tratto: sulla mappa la parte finale della strada vecchia sembra mancare, e invece c’è. C’è quasi sempre, una strada vecchia.
Seconda tappa sulle cartine Tabacco 12 e 24.
La ciclabile del Piave che fa perno su Ponte nelle Alpi è segnalata sul web al sito piste-ciclabili.com. Il commento al tratto descritto a questo link è corretto: seguire alla lettera le indicazioni ha funzionato. “Una volta arrivati a Soverzene, anzichè spostarsi sulla destra Piave, oltrepassando lo stretto ponte con semaforo (a senso unico alternato), proprio prima del ponte, si entra nella zona dell’opera di presa della centrale elettrica.
La zona d’ingresso è molto suggestiva, con un tratto di circa un chilometro che passa fra gradoni, ponti a sbalzo sul Piave ed una bella galleria (forse meglio percorrerla a piedi….non è molto alta…) terminato questo tratto si è sul greto del Piave, e si corre fra bassi cespugli e qualche alta conifera, si costeggia il canale denominato Cellina, che porta l’acqua del Piave dentro il lago di Santa Croce“.
Quindi, ho potuto passare di nuovo una mattina su percorso adatto ai ciclisti, e un pomeriggio di compromesso su strada asfaltata. Questa volta non semideserta, bensì un po’ più trafficata: la strada del Fadalto. Ha una nomea negativa, perchè è amata dalle moto, mentre le auto si sono trasferite sulla autostrada che deturpa il paesaggio con immensi piloni. Eppure sarebbe una discesa così bella… Si passa dal lago di Santa Croce alla Sella del Fadalto, si vede molto dall’alto il lago morto e si può scendere più da vicino a visitare il piccolo lago del Restello. A quel punto non manca molto a Vittorio Veneto.
la terza tappa è stata più un esercizio di stile. La apparente pianura è stata in realtà resa lenta dalla presenza del vento fisso.
Per evitare le strade principali, si può fare uno slalom per i paesini che allunga non poco il giro. Eppure il segmento sul Livenza non è percorribile lungo argine: gli accessi a fiume in realtà non ci sono.
Ecco quindi che sono passata per Anzano, Cappella Maggiore, Cordignano, direzione Sacile, passaggio a Vistorta, e poi direzione Brugnera. Si prosegue per Francenigo, Calderaro, Albina, Campomolino, Portobuffolè, Rigole, Basalghelle, Mansuè, Fossabiuba, Navolè, Meduna di Livenza. E lì c’è il ponte sul Meduna, dove ho voluto evitare la strada nazionale 53, piena di camion. Ecco che è iniziato il zig-zag allungatoia, per Brische, Pozzo, Mure, Frattina, Pravisdomini. Il ritorno sulla strada nazionale 53 diventa fattibile ad Annone Veneto, perchè c’è una ciclabile separata a bordo strada. Perlomeno, fino a Pradipozzo. Dove si può deviare a destra e lasciare di nuovo la strada nazionale, per imbucarsi verso Summaga, ed entrare a Portogruaro di nascosto, non visti dalle grandi direttrici, quasi dietro la ferrovia.
Difficilmente classificabile
Durante i giorni della mia vacanza in montagna, ho ricevuto questo messaggio da una amica: “Che scelta particolare la tua Pasqua solitaria in bici!“.
Particolare, pensavo io?
Perchè?
Il sabato mattina a Padova, prima di prendere il treno per Calalzo, ho fatto una breve tappa al Museo Civico di Palazzo Zuckermann, che ospita le collezioni di arti applicate e decorative, e un grande numero di monete d’epoca. I custodi (che forse non avevano altri visitatori) tentavano tutto il tempo di attaccarmi bottone; la responsabile del museo mi ha addirittura detto: “Lei è una ricercatrice?“.
Non mi aspettavo questa domanda, dal momento che avevo visitato l’esposizione relativamente in velocità. Forse per loro qualcuno che entra in un museo civico sotto le feste non può che essere un raro appassionato del settore.
Domenica, mentre pedalavo sulla Lunga via delle Dolomiti, una ragazza del posto (anche lei in bici), che cercava sua sorella, mi ha domandato come prima cosa: “Parla italiano?“.
Cosa avevo addosso che non mi rendeva una tipica italiana?
Le borse da bici attaccate al portapacchi?
Quelle che spesso usano i turisti tedeschi?
A dire il vero, anche io, mentre sbuffavo sulla bici verso Pieve di Cadore, e per sbaglio ero finita in una galleria molesta e rombante dell’eco delle auto (avrei poi scoperto che poco sopra c’era una comoda ciclabile alternativa a quel tratto trafficato), mi sono domandata cosa ci facevo lì, e se oltre a me esisteva qualcun altro che avesse tendenze ad imbucarsi in posti non necessariamente adatti alle bici.
In quel momento (forse più per consolarmi) mi sono ricordata di chi mi ha ben che preceduto nelle pedalate smaccatamente esplorative.
E qualcuno ha pure coniato un nome per i giri fatti in quel modo.
Un nome valido tanto più se si parte da Trieste.
C’è chi le chiama “Rumizade“…
Padova-Calalzo-Pieve-Cortina-Piave-Longarone… e i pittori
Sabato è stato il giorno del cambio, dalla prima alla seconda parte del viaggio. I motori diesel del treno Padova-Calalzo hanno fatto la fatica di portarmi su per i monti, e le mie gambe del tardo pomeriggio hanno completato l’opera con una scalatina dalla stazione al centro di Pieve di Cadore.
Ad attendermi, in albergo, c’era una signora anziana e minuta, con la vocina sommessa, che però mi ha preso energicamente il bagaglio per portarlo fin su in camera, mentre io cercavo di oppormi.
Prima che facesse sera, ho visitato la casa natale di Tiziano Vecellio. Il custode era cadorino, e il suo amico (che si chiamava a sua volta Vecellio) vantava una probabile parentela col famoso pittore (“All’università ci hanno anche chiesto di fare l’esame del DNA per verificare la discendenza, ma poi non ne abbiamo saputo più nulla“).
Il cambio di tono del viaggio è arrivato il giorno dopo. Sono riucita a farmi caricare la bici sull’autobus per Cortina, e da lì mi sono buttata giù per la “Lunga via delle Dolomiti”, una splendida ciclabile costruita sulla ex Ferrovia delle Dolomiti, che era stata in funzione dal 1912 al 1964.
Scendere nella brezza tra i fiori di tarassaco che ornavano la via, è stato per me come entrare in un quadro. Quelle punte di abeti accostate, quelle ondulazioni di verde dei prati rasati, quelle gradazioni di colore delle rocce e della natura, persino quella cascata che ho adocchiato più tardi lungo il Piave, mi sono apparse fin troppo familiari… Le ho riconosciute, erano le stesse. Le stesse che vedevo ogni giorno da bambina, pitturate sull’intera parete della nostra camera da letto. Oggi mi è sembrato evidente che mamma, per dipingere quell’opera, si fosse ispirata a queste zone.
Dopo il pranzo tardivo a fine pista ciclabile, volevo continuare la discesa. Il cielo si era rannuvolato, la strada non mi era nota, ero già un po’ stanca e avevo sentito alcune gocce di pioggia. Non avevo nemmeno prenotato il pernotto… che fare? La curiosità ha vinto: andare avanti. Con il secondo tratto in bici da Pieve a Longarone, mi sono guadagnata credo almeno sessata chilometri. Alla fine il tempo ha tenuto, e i calcoli sull’ora di arrivo sono stati giusti. Non c’erano altri posti per dormire, prima: dovevo arrivare per forza a Longarone.
Longarone non ha atteso un attimo per darmi il benvenuto con la sua voce. Già il primo cartello di indicazione del centro si è fatto sentire: “Di qua il comune, di là la diga del Vajont“. Ho trovato posto in centro, all’hotel Posta, da cui ora sto scrivendo. La sua hall, al posto della parete lato valle, ha una grande vetrata. La diga, dalla sua posizione ad altezza imponente, sembra entrare nella stanza.
Quasi pronti… via!
In questo momento Dado è a Roma Fiumicino, in attesa del suo volo, su cui far passare tra il bagaglio anche il bastone da hockey.
Io tra due ore dovrei prendere il treno, e son ancora qua che devo preparare diverse cose, tra cui tutto il bagaglio da caricare sulla bici.
A Padova mi attendono una decina di mostre fotografiche, e poi i giorni successivi il treno verso i monti, su cui devo decidere quanto mi arrampicherò.
Insomma, programma aperto…
Restiamo in contatto su questa bacheca, a presto!
Collio sloveno, verso le sorgenti del Versa
Domenica. Vado in giro in bici con la scusa dell’esplorazione di angoli inediti sopra la zona di Cormons. Ora posso ricominciare a trovarne, grazie alla recentemente pubblicata nuova cartina Tabacco del Collio goriziano e sloveno.
Dopo il passaggio nelle zone del Preval, mi aggancio alla striscia azzurra del torrente Versa, e lo risalgo contro corrente.
Appena superato il confine, il nome del rivo cambia, diventa Birša, e il paesaggio pure: comincia la salitella, diventa più fitta la trama dei vigneti.
Salgo salgo fino a un guado, dove mi siedo a far pranzo al sacco. Il terriccio attorno a me mostra impronte di capretta, se non di un animale selvatico passato ad abbeverarsi.
Il Birša sparirà nelle pieghe del colle, e l’ultimo strappetto su strada bianca mi porterà ad un panorama aperto sulla valle, pettinata di verde in tutte le sue gobbe.
Per qualche strano motivo, la discesa (gustosa, ripida, frizzante di vento) sembra molto più lunga dell’andata: di solito è il contrario, di solito la velocità brucia in un attimo l’altitudine guadagnata.
E invece stavolta sono vigneti, filari e ancora vigneti.
Un’ubriacatura di scorci.
Bicitinerario: Stazione di Cormons, la Subìda, perimetro del sentiero delle vigne alte, laghetti del Preval, torrente Versa, valico italo-sloveno di Castelletto-Versa, argine del Birša, strada bianca lungo il Birša, arrampicata fino a Kojsko, e poi di nuovo su strada asfaltata, Gonjace, Bale, Šmartino, Breg e da lì giù per la curva che scende verso Kozana. Tutta la discesa fino al castello di Vipolze, riattraversamento del confine sullo stesso valico dell’andata, rientro fino a Cormons.
Non solo volontariato
Quello che succede nella società che mi circonda, mi riguarda.
Ha impatto anche su di me.
Informarsi e commentare i fatti di attualità, secondo me, dopo un po’ non basta più.
Certo non amo la discussione (magari politica) in cui ci sono solo commenti a non finire, ma nessuna azione.
Credo che chi è attivo o è lo stato in qualche misura (ad esempio, facendo del volontariato), può permettersi di fare qualche commento in più; almeno, ha visto la fatica che ci vuole prima di sapere se si ha portato un contributo utile.
Il tempo che riesco a dedicare al volontariato è meno di quello che vorrei; mi riservo di spenderne di più nei periodi che saranno adatti.
Tra le varie iniziative, mi sono dedicata in passato a partecipare (vabbè, questo è facile) e anche ad attivare l’organizzazione di alcune manifestazioni di piazza.
Come lo splendido scherzo del primo aprile di qualche anno fa, in cui avevamo realizzato una pista ciclabile a sorpresa in Piazza Unità, insieme alle associazioni che promuovono l’attività dei ciclisti urbani, per i quali chiedono spazi adeguati. Avevamo invitato alla finta inaugurazione tutti i candidati sindaco del momento, che sono stati al gioco, tagliando il nastro, persino pedalando con noi, mentre ingombravamo non solo la piazza ma anche le strade. (E nel frattempo, ci hanno rubato buona parte della scena, perchè il controllo dell’immagine derivante da una manifestazione di piazza è un argomento complesso, che ne rivela i pro e i contro). Erano i tempi in cui avevamo appena conosciuto Bibi&Dodo: un bell’inizio della nostra amicizia!
La prossima domenica 13 febbraio ci sarà (in oltre cento città!) una serie di manifestazioni legate alle tematiche femminili, che nella cultura italiana di oggi si fanno sempre più pressanti. Il titolo dell’evento è: se non ora, quando?. La manifestazione vuole essere nazionale, in difesa della dignità delle donne.
Ci sarebbe molto da dire su questo argomento.
Ma oggi voglio commentare un’altra cosa. E cioè, il fatto che la forma di partecipazione “manifestazione di piazza” non sia banale, come ho potuto sperimentare in prima persona.
Sul blog della Lipperini, a questo link, c’è un articolo che raccoglie quello che è stato detto al proposito, confrontando le posizioni di vari gruppi e associazioni femminili rispetto all’evento di domenica prossima.
Trovo interessante il fatto che la manifestazione di piazza sia una forma di azione difficile, con i suoi pro e contro, che può essere a seconda dei casi inutile o entusiasmante o pericolosa, che può far parte di un insieme di azioni, ognuna delle quali collocata al rispettivo livello.
Ce ne sono molte altre, di azioni possibili. Tutte rilevanti.
Meglio un insieme di azioni che un vuoto.
Se poi l’insieme diventa completo, perchè pian pianino le azioni diventano integrate veramente, meglio ancora. Probabilmente, più che l’integrazione tra le forme di partecipazione, spesso vince l’entropia.
Ma credo che sia comunque importante scegliere il proprio livello in cui collocarsi.
E contribuire.
Sulla vetta del Lanaro, 544 metri
Domenica scorsa non ero sicura se pedalare fin sulla vetta del Lanaro, oppure fermarmi prima e tornarci in una tappa successiva. Ma, un po’ alla volta, ho fatto tutto il sentiero.
A parte alcuni tratti con grossi sassi, difficili da scavalcare con la bici, per il resto la strada verso il Lanaro è larga e piacevole, adatta alle passeggiate.
La cima era inondata di sole, il panorama si apriva a 360 gradi.
Mentre io prendevo il sole presso la vedetta, gruppi di amici o famigliole si avvicendavano sulla vetta. Chi commentava le ultime notizie, chi raccontava il film visto la sera prima, chi faceva braccio di ferro coi bambini insistendo che si abbottonassero la giacca. Mi sembrava strano tutto questo chiacchiericcio, io sarei rimasta in contemplazione delle vette di oltre 2000 metri attorno a noi.
Ho ripreso la bici.
Discesa in fuorisella.
Riecco la tranquillità del bosco, il fruscio della brezza, il rumore di aghi di pino e delle pigne sotto le ruote.
Lo stagno di Repen in inverno
Questa domenica ho preso il tram, e sono andata su per le alte.
Lo stagno di Repen era solo una tappa del pecorso, ma alla fine ci sono rimasta per ben due ore.
In simbiosi con il laghetto, ascoltavo i micromovimenti dell’ambiente.
La superficie dell’acqua era tutta gelata, con bolle d’aria che si muovevano, di sotto.
Probabilmente il ghiaccio permanente muta ogni mattina sciogliendosi un po’, e si riforma la notte. Approfittando di questo respiro del freddo, le foglie cadute sul ghiaccio scavano giorno dopo giorno il proprio solco, sprofondando lentamente in uno spazio adatto alla loro forma.




































































