Sabato è stato il giorno del cambio, dalla prima alla seconda parte del viaggio. I motori diesel del treno Padova-Calalzo hanno fatto la fatica di portarmi su per i monti, e le mie gambe del tardo pomeriggio hanno completato l’opera con una scalatina dalla stazione al centro di Pieve di Cadore.
Ad attendermi, in albergo, c’era una signora anziana e minuta, con la vocina sommessa, che però mi ha preso energicamente il bagaglio per portarlo fin su in camera, mentre io cercavo di oppormi.
Prima che facesse sera, ho visitato la casa natale di Tiziano Vecellio. Il custode era cadorino, e il suo amico (che si chiamava a sua volta Vecellio) vantava una probabile parentela col famoso pittore (“All’università ci hanno anche chiesto di fare l’esame del DNA per verificare la discendenza, ma poi non ne abbiamo saputo più nulla“).
Il cambio di tono del viaggio è arrivato il giorno dopo. Sono riucita a farmi caricare la bici sull’autobus per Cortina, e da lì mi sono buttata giù per la “Lunga via delle Dolomiti”, una splendida ciclabile costruita sulla ex Ferrovia delle Dolomiti, che era stata in funzione dal 1912 al 1964.
Scendere nella brezza tra i fiori di tarassaco che ornavano la via, è stato per me come entrare in un quadro. Quelle punte di abeti accostate, quelle ondulazioni di verde dei prati rasati, quelle gradazioni di colore delle rocce e della natura, persino quella cascata che ho adocchiato più tardi lungo il Piave, mi sono apparse fin troppo familiari… Le ho riconosciute, erano le stesse. Le stesse che vedevo ogni giorno da bambina, pitturate sull’intera parete della nostra camera da letto. Oggi mi è sembrato evidente che mamma, per dipingere quell’opera, si fosse ispirata a queste zone.
Dopo il pranzo tardivo a fine pista ciclabile, volevo continuare la discesa. Il cielo si era rannuvolato, la strada non mi era nota, ero già un po’ stanca e avevo sentito alcune gocce di pioggia. Non avevo nemmeno prenotato il pernotto… che fare? La curiosità ha vinto: andare avanti. Con il secondo tratto in bici da Pieve a Longarone, mi sono guadagnata credo almeno sessata chilometri. Alla fine il tempo ha tenuto, e i calcoli sull’ora di arrivo sono stati giusti. Non c’erano altri posti per dormire, prima: dovevo arrivare per forza a Longarone.
Longarone non ha atteso un attimo per darmi il benvenuto con la sua voce. Già il primo cartello di indicazione del centro si è fatto sentire: “Di qua il comune, di là la diga del Vajont“. Ho trovato posto in centro, all’hotel Posta, da cui ora sto scrivendo. La sua hall, al posto della parete lato valle, ha una grande vetrata. La diga, dalla sua posizione ad altezza imponente, sembra entrare nella stanza.