Ok, stamattina, alla base di Scala Santa, alla linea di partenza della gara ciclistica podistica più arrampicata della città, noi c’eravamo, Diego compreso, non solo per goderci lo spettacolo, ma anche per fare il tifo a Francesco, che gareggiava per il secondo anno. Quindi siamo stati più vispi dell’anno scorso, che nell’ora della gara mancavamo perché dormivamo proprio.
Però devo ammetterlo, che anche quest’anno, mi sono detta dolente: peccato! Avrei voluto farla anche io, la gara! Ma sarebbe stata una buona idea tirare fuori la bici dopo due anni di fermo con accumulo di muffa, per cominciare proprio con la salita più ripida della città? Con un livello di allenamento attestato a due nuotate dall’inizio dell’anno (una ieri e una sabato scorso), totale due ore di piscina in tutto?
Eppure, ora che controllo i partecipanti sul sito della gara, ovvero 243 in tutto tra bici e corsa, vedo che le donne cicliste erano solo sette. Sette donne in bici su per scala santa! Roba che la prossima volta, se partecipo per davvero, rischio di arrivare prima dell’ultima pedalatrice (che oggi era una partecipante che si è fermata prima della fine….).
No, va aggiunta una cosa. Il vero motivo per cui non ho neanche pensato se iscrivermi quest’anno è che, poco dopo l’inizio della gara, avevo un irrinunciabile appuntamento col papi che festeggiava con i suoi nuovi amici.
Oh ecco, ora mi sento più il cuore in pace.
Categoria: bici
storie di giri in bici, di incontri in bici, e percorsi consigliati.
Com’è buona la mela dopo un giro in bici
Il cielo visto dal fiume è più largo
Sabato ho mappato la strada asfaltata a ridosso dell’argine del Tagliamento, quella con traffico limitati ai mezzi motorizzati autorizzati.
Ci vogliono venti minuti per arrivarci dalla stazione di Codroipo, e mezz’ora di pedale per percorrerla tutta.
Dal paese di Biauzzo a Varmo, dove la lungo argine finisce, le trasversali sono 15.
Qualche burlone si diverte a modificare le scritte sui cartelli, quindi sono tutti diversi.
Tra la settima e l’ottava trasversale appare vicino il campanile di Pieve di Rosa.
Presso la dodicesima c’è un piccolo impianto industriale, non so cosa faccia, ma l’acqua del fiume, solo lì, è eutrofizzata.
Il Tagliamento in autunno
Mi era stato detto che il Tagliamento sotto il paesino di Belgrado è molto bello.
Vero.
Il quel punto, ha un’isola che divide in due il corso del fiume.
L’isola deve essere piuttosto stabile, perchè ospita degli alberi almeno decennali.
Lì non sono solo due i colori del fiume, ma tre: il bianco, l’azzurro e l’oro specchiato del pioppo.
Bicitinerario: Treno fino a Codroipo, direzione parallela alla ferrovia fino a Biauzzo, argine lungo fiume fin oltre Pieve di Rosa, due campanili dopo c’è Belgrado, l’ingresso al greto è abbastanza tortuoso.
Ritorno a Cormons – 3
Con tutte le volte che sono andata a pedalare presso Cormons, uno potrebbe dire che di quella zona conosco già tutto.
E invece a distanza di anni, sembra incredibile, ma ci sono zone che ancora non avevo notato, pure se mi passavano continuamente sotto il naso.
Per vedere con occhi nuovi una strada vecchia, basta percorrere la stessa strada all’incontrario.
Dopo il concerto “Jazz&Wine”, e dopo il pranzo, ho preso l’anello del Monte Quarin in senso antiorario.
Volevo vedere il bosco di Plessiva in autunno, e non sapevo che mi aspettava un parco a tema appositamente preservato.
Ho scoperto che si poteva attraversare la riserva regionale su ampi sentieri adatti anche alla bici.
Questa è la sua storia.
“Gli storici boschi di quercia che ammantavano in epoca medioevale i rilievi arenacei di origine eocenica, caratterizzanti la porzione collinare del Friuli orientale tra Gorizia e Cividale, sono un ricordo non del tutto cancellato dal passare del tempo. La proprietà regionale occupa una superficie di circa 33 ettari e si estende lungo i versanti settentrionali ed orientali del monte Mò, guardando la piana del rio Fidri ed il valico con la Slovenia di Medana.
Nel corso del secondo conflitto mondiale i fianchi delle colline furono incisi da strade ed ampie piazzole per ospitare un importante deposito di munizioni ed i pesanti tagli del primo dopoguerra degradarono la foresta ad una boscaglia invasa dalla robinia e dal castagno. Nel 1968 la Regione acquisì la proprietà e da quel momento iniziarono gli interventi selvicolturali volti al recupero dell’originaria composizione del bosco, assecondando le dinamiche evolutive naturali. Oltre trent’anni di paziente opera di modellamento forestale hanno favorito l’accrescimento delle querce, rovere soprattutto, tanto che all’attualità, ad eccezione delle porzioni ancora dominate dalla robinia, buona parte del bosco è inquadrabile nella categoria dei rovereti.
Da luogo destinato al deposito di strumenti di morte a bosco aperto tutto l’anno alla frequentazione turistica. Questo è Bosco Plessiva”
Ritorno a Cormons – 2
L’altra domenica, prima del concerto a Cormons, avevo giusto un’oretta che mi avanzava, e mi sembrava uno spreco passarla al teatro ad aspettare la musica.
Per cui ho inforcato la bici, ripromettendomi di non allontanarmi troppo, però l’esplorazione mi ha attirata fino a zone che poi non sapevo più riconoscere per tornare indietro.
E te pareva.
Quando mancavano cinque minuti alle undici (ora d’inizio della performance “Jazz&Wine”), un bivio a “T” mi era apparso davanti. E non sapevo quale direzione prendere per avvicinarmi, e non allontanarmi, da Cormons.
Ci è voluto un ciclista di passaggio, che mi ha fatto strada.
“Vieni con me“, ha detto, e io mi sono messa in scia. Mi ha portata fino alla Subida adattandosi al mio ritmo (io avevo un po’ di bagaglio che si sentiva sulle salitine, e non la bici da corsa scattante come lui), e poi è filato via appena gli ho detto: “Ora so dove siamo, grazie“.
Galateo da ciclisti.
Insomma in quell’oretta rubata ho scoperto un punto d’ingresso agli invasi del Preval.
E’ stato l’accesso a quello spazio nuovo che mi ha risucchiata fuori dal senso del tempo.
Infatti nei giri fatti in passato, alcuni invasi d’acqua, quelli nascosti e non accessibili, mi erano rimasti preclusi. Intuivo, sì, oltre gli alberi, uno spazio aperto che sicuramente conteneva l’acqua, ma l’occhio non arrivava oltre, e la selva della vegetazione faceva da muro. Quella sopra il canale della bonifica nella Piana del Preval.
Non so, sarà che l’aver incontrato un ostacolo in passato mi ha fatto venire ancora più curiosità, fatto sta che passarci di nuovo vicino stavolta mi ha fatto gola. Per cui, quando ho visto un sentierino single track che si intavedeva tra i rovi, ho mollato la bici, e mi sono buttata nel folto.
Grosse spine a mezz’altezza e mele in trasformazione sotto le scarpe!
Quando il vagamente visibile sentierino si è diviso in due, ho cominciato a domandarmi se in quell’intrico ci si poteva perdere.
Ne son venuta fuori rivestita di foglie appiccicate alla mia maglia: e l’acqua era davanti a me.
Probabilmente la vita di questi invasi è influenzata dalla cadenza delle pioggie. Poichè sono in buona parte recintati e chiusi, mi domando se se ne fa qualche uso.
Di sicuro ne approfittano gli uccelli, che qui possono nascondere ai cacciatori il loro collo lungo.
Ritorno a Cormons – 1
Quante volte sono andata a pedalare a Cormons, e non ho mai approfittato del festival che viene lì organizzato, il “Jazz & Wine“?
Questa domenica ci sono andata con l’intento di ascoltare un concerto.
Di prima mattina, alle 11.
Con arrivo trafelato quasi in ritardo, dopo un’ora sul pedale.
Che strano effetto, di botto, passare dalla strada luminosa al fondale nero del teatro.
Però la musica jazz mi ha ricordato qualcosa di famigliare.
Quelle audiocassette che ascoltavo ai tempi delle medie.
E i brani che avevo tesatato già la sera prima, messi on-line dal trio.
Non male, Fabio Giachino.
La luna e la pozza
Domenica mattina faccio colazione tardi, prendo il treno appena alle undici.
Nel vagone tiepido quasi mi addormento.
Smonto un’ora e mezza dopo, è quasi l’una, e la bici mi ha portata sul primo argine più vicino.
Quello del Tagliamento oltre Biauzzo.
Eppure quando arrivo lì, non trovo il fiume. E’ scomparso.
Non ci posso credere, mi dico che il ramo d’acqua dev’esserci da qualche parte, magari da qua non lo vedo, ma forse sta dal lato dell’altro argine.
Per cui lascio la bici sotto l’albero, a mo’ di segnale per ritrovare il sentiero di uscita dal greto nascosto nel folto (me lo fotografo pure, per poterlo riconoscere al ritorno), e mi muovo a piedi, puntando dritta all’argine opposto, cercando di non deviare.
Il paesaggio di sassi bianchi è lunare, non c’è nessun riferimento per diversi minuti, l’acqua continua a mancare.
Il silenzio è fin troppo irreale, la sabbia che era stata bagnata non molto tempo fa si screpola, e le piante cominciano a sbucarci in mezzo.
Mi domando quanto tempo fa ha attecchito quel seme, da quanto tempo qui non passa nessuno.
Alle mie spalle la bici non si vede più, i cespugli sono tutti uguali, mi sforzo a tenere la direzione. Quando sono a metà strada, quasi mi domando se è meglio continuare ad andare avanti o tornare indietro, ma mi dico: perchè rinunciare, devo controllare coi miei passi, devo vedere.
Niente da fare: quando arrivo alla sponda opposta, mi rendo conto che ho camminato per oltre un chilometro. E il fiume non c’è.
Inutile attendere, torno indietro, qua non c’è niente da fare.
Quando punto di nuovo alla sponda di partenza, con il vuoto davanti e attorno a me, non riconosco il cespuglio da cui ero partita. E dire che avevo cercato di memorizzarne la forma. Chissà se quando mi avvicino lo ritrovo.
Sì forse è quello, però ce ne sono anche altri uguali.
Bon vabbè, se anche sono andata storta, alla fine in questo paesaggio tutto uguale posso sempre mettermi alla ricerca della bici, no?
Chissà se è là.
Quando passo sulla sabbia lascio la mia impronta.
Mh, su questa sabbia ci è già passato qualcuno. Controllo lo stampo della scarpa. E lo riconosco.
Sì, è il mio, sto ritornando proprio sui miei passi!
Cavolo, quando ci si muove nel nulla conta davvero anche l’indizio di un’orma…
Ritrovo la bici. Riparto.
Ripenso al fatto che in qualche punto la sabbia mi era sembrata umida, che le ondulazioni polverose brillavano troppo uguali alla forma del solco d’acqua.
Mi ricordo dei fenomeni di risorgiva, e mi dico: possibile che un fiume intero possa sparire e tornare fuori poco dopo?
C’è un solo modo per esserne sicuri: vado a cercare se il corso riappare più a valle.
Pedalo di nuovo presso i paesi, scendo scendo fino a Pieve di Rosa.
Ok, riproviamo qui, non riesco ad attendere oltre. Ecco lo sterrato che porta fino al fiume, fino a un argine che qui è sopraelevato e spaccato di botto giù verso il greto…
E finalmente il silenzio si rompe. Ritorna il rumore d’acqua.
Lo sapevo! Il fenomeno di risorgiva c’era, e ora ne ho la certezza: può coinvolgere l’intera portata d’acqua!
Qua il Tagliamento è una meraviglia, il corso ha di nuovo l’ampiezza che conosco bene, i rami azzurri si incrociano. C’è un piccolo guado e lo attraverso (sì lo so mi bagno la scarpa, e con questo?), mi metto in mezzo a tre vie, tiro fuori il panino.
Aaaah, questo sì che è un posto buono per il pranzo.
Guarda un po’, c’è pure gente! Una moto dall’altro lato. Un cagnolino da questo.
Dietro il cagnolino c’è un tipo che si apposta un po’ più in là, e che poi viene a scambiare due chiacchiere con me.
“Come hai trovato questo posto?“, mi chiede. Io questo ingresso a fiume l’ho trovato per caso, non ritorno quasi mai nello stesso punto.
“Io invece vengo qui da trent’anni“, mi dice lui, “questo è il mio posto preferito. Lo conosco benissimo questo fiume, io sono il re del Tagliamento!”.
Mi conferma il fenomeno della risorgiva, a lui piace questa zona proprio perchè l’acqua torna fuori dalle polle perfettamente pulita.
E continua a raccontare.
“Dovresti vedere il Tagliamento quando è in piena. Succede solo se ci son due settimane di pioggia continue. Ora c’è poca acqua, perchè il fiume viene sfruttato per irrigare i campi. Sì è vero che è l’unico fiume d’Europa senza dighe, e che è il fiume d’Italia col greto più largo di tutti. Ma prova a immaginare tutto questo greto inondato. Quando il fiume è in piena, l’acqua non ha il solito colore blu, ma è marrone e rumorosa che mugghia.
Dovresti vederlo. Una forza della natura. ”
Poco dopo vado via, il treno del ritorno mi attende. E rivedo il tipo di prima un po’ più in là, che si tuffa in una pozza d’acqua fonda.
Al solo pensiero, immagino quanto l’acqua dev’essere fredda.
Però devo ammetterlo.
Sopra il fiume c’è uno splendido sole.
Eppur si muove… (l’acqua)
Domenica sono tornata in bici sullo’Isonzo… ma questa volta, in compagnia!
Ho portato Cristina nelle mie esplorazioni. Esplorazioni di quelle che, durante la ricerca di nuovi sentieri, mi vien da dire: “Eccolo là, mi sa che ora andremo a infrattarci tra le ortiche…” Con Cristina che risponde: “E tra le ortiche sia!”
Quindi, pranzo al sacco d’obbligo. A un passo dal fiume lento. Immerse nelle chiacchiere. E nell’acqua che nel frattempo, placida e silenziosa, si muove, si allarga… e ci bagna le braghe e le borse!
Un pranzo sul Tagliamento vale ben trenta chilometri di bici e tre ore di treno
Oggi sono tornata al mio vecchio amore.
Dopo il treno fino a Casarsa, prendo via Valvasone per Valvasone, via Spilimbergo verso Spilimbergo, e una volta giunta a Pozzo (oltre la chiesa, dopo via Molino) trovo via Tagliamento per il Tagliamento.
Acqua blu inconfondibile: il colore del cielo venuto a terra che contrasta col bianco dei sassi.
Dal mio posto, accoccolata sul greto, si sente il brontolio costante delle piccole onde.
E a un certo punto, quando si alza una brezza leggera, si aggiunge un nuovo rumore. Cric- crac, cric crac… Cos’è, dov’è, scruto oltre la striscia azzurra del fiume. E lo vedo. E’ il suono delle foglie che rotolano: saltano, girano, corrono. Come folletti sulle ruote del vento.








































































