Il seguito del sogno

Dopo le macchine da cucire usate, ho sognato macchine da cucire con un apparato di iniezione da sostituire, telefonate di prima mattina col tecnico dell’assistenza, e acquisti di tessuto in negozi a più scomparti.

Nelle ultime visioni notturne, andavo con Diego a comprare stoffe rosse e gialle: volevo sia il rosso bordeaux che il rosso pomodoro, ma stranamente nel sogno ne avevano solo pezzi troppo piccoli, oppure già uniti nei vestiti.

La mattina dopo, ritornata nel mondo reale, ho provato di nuovo a dar seguito alle visioni oniriche.
Con la lista della spesa di colori in mano (che a Davide sembrava una ricetta), sono andata a far scorta di striscie colorate, soprattutto nelle gradazioni del rosso. Nel negozio, tra le tele esposte, Diego ha riconosciuto subito la stoffa che avevo preso l’altra volta per la sua tovaglietta. Ormai è pratico dell’argomento, e me lo dice pure lui: “Mamma, pensi solo a filare!”

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In effetti, nel giro di un paio di pomeriggi, ho unito tutti i colori della scorta.
Ecco fatta la mia prima improvvisazione: il risultato non è ancora un patchwork completo, ma l’esercizio di allegria è iniziato!

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Intervallo

Iniziano le vacanze, e le previsioni del tempo dicono: due giorni di sole, poi pioggia battente.
Prenotiamo al volo: quasi senza accorgerci del cambio di luogo, siamo già sulla neve.
Arriviamo di sera, e il tramonto dietro ai monti si tinge di viola.
Il giorno dopo, la cima del monte Lussari, inondata di sole, é più bella del solito.
La neve sui campi da golf, cristallina, é soffice e funziona bene con lo slittino.
Dado sceglie le discese a “super velocità”. A me basta la “velocità media”. A Diego va ben tutto!

Prima dell’arrivo del maltempo, torniamo a casa.
Durante la strada del ritorno, penso a come superare il problema del cucito a mano libera, che non ho risolto del tutto.
La notte successiva sogno una rassegna di macchine da cucire usate: del tipo di quelle storiche, laccate di nero, non alimentate a corrente. Nel sogno, i piedini delle macchine da cucire assumono forme misteriose, curve come fossero oggetti fluidi di un quadro di Dalì…

La mattina dopo, porto Diego a comprare elastici, spilli e materiali per cucire il copri-mixer in tela cordura per Dado, da realizzare su misura.
E poi mi lascio tentare… vado da Villini… racconto che ho provato a montare gli accessori che ho preso da loro, ma la macchina da cucire che ho, non permette di bloccare i pattini per cucire bene a mano libera. E chiedo, come se fossi ancora immersa nel sogno: “Avete forse macchine da cucire usate, dotate di pulsante blocca-pattini?”

Nel pomeriggio, la pioggia fuori dalla finestra crea l’atmosfera giusta: un intervallo in cui concentrarsi per cucire la copertina per il mixer di Dado.

Intanto, la sensazione di essere in un sogno, continua…

A mano libera

Toccare gli elementi costruttivi della macchina da cucire è un po’ come osare in territori inesplorati.
Ho preso da Villini il nuovo piedino per il cucito a mano libera (a dire il vero sono stati così gentili da regalarmelo: nel dubbio che fosse davvero compatibile con il mio modello, mi hanno detto: “Lo provi”. “E se va bene?”, ho chiesto io. “Lo tenga”, ha aggunto il proprietario).
Però ho aspettato un po’ prima di provare a montarlo, mettendomi prima a cucire tutto quello che avevo in programma di fissare con cuciture dritte. E se non fossi più riuscita a rimontare la macchina da cucire nella configurazione originale?

Sabato, alla fine, mi sono buttata.
Un cacciavite… e via: cambiato il piedino.
Pensavo che ci sarebbe voluto un secolo, e invece l’avventura del cucito e della trapuntatura a mano libera è iniziata subito.
Con pochi movimenti, come con un pennino da disegno… le figure si materializzavano davvero.

Non so ancora se userò la cucitura a mano libera più per trapuntare o per ricamare, dato che questa nuova possibilità mi apre alcuni punti di domanda (tipo: come fare un disegno con un solo inizio e una sola fine, senza mai staccare la penna dal foglio?).
Per il momento, a fine esperimento, quando sono riuscita a rimontare regolarmente il piedino originale per la cucitura standard… mi sono sentita di nuovo a posto.

il piedino standard il piedino per ricamo a mano libera spilliamo gli strati finalmente la rotella
scorta di colori ogni cucituta fa uno sfrido di filo il resto dei tagli cucire dritto

Moltiplicazione

Le prime tovagliette che ho cucito e trapuntato sono entrate in lavoro, e da qualche giorno raccolgono l’acqua ribaltata a pranzo o la polvere di zucchero a velo del pandoro addentato a colazione.
Con le striscie di stoffa colorata rimasta da questo e da altri lavori precedenti, ho composto una nuova opera che è ancora in attesa di essere consegnata, e senza saperlo ho messo in pratica alcune tecniche ben definite del patchwork, che partono dai piccoli resti di stoffa per combinare casualmente geometrie non rettilinee e nuove ricette di colore.

unione di tutte le pezze tovagliette in lavoro con l'imbottitura

Da lì, si sono moltiplicati gli spunti.

I nomi degli stili del patchwork sono i più vari e dettagliati.
“Crazy quilt” è la composizione che non bada alle linee dritte. Abbellita a volte da ricami elaborati, era nata già in epoca vittoriana.
Da principiante che stranamente trasforma tutte le diagonali in curve che virano nella stessa direzione, mi ci sono subito affezionata… e poco dopo per contrasto ho finalmente cominciato ad esercitarmi con le cuciture così dritte da cercar di seguire il singolo filo della trama.
“Modern” è lo stile contemporaneo, che non bada per forza alle geometrie perfette di stelle e quadri infiniti. Dopo aver letto la storia della sarta che mostrava la enorme trapunta regalata alla figlia dopo tre anni di lavoro di unione di triangoli perfetti, ho pensato: il geometrico classico non fa per me.
“Improv” è lo stile che improvvisa, senza un disegno prefissato, provando ad unire le striscie di colore come vengono, una pezza dopo l’altra… e il tessuto si fa tavolozza di colori che si moltiplicano.
Mi sono detta: questo è il mio.

Sono corsa in negozio a comprare striscie di rossi, verdi e blu come se fossero pastelli, e l’esercizio di accostamento pezzo dopo pezzo è cominciato.
Cosa ne verrà fuori?

Chi sceglie i colori?

Durante il fine settimana lungo, complice anche la pioggia, la macchina da cucire ha macinato parecchio.

Mi sono cimentata per la prima volta nella trapuntatura, e ho scoperto che anche questa tecnica ha i suoi segreti. Come primo progetto facile, ho completato le tovagliette per le nostre colazioni. Io inizialmente le avevo pensate tutte in verde, ma poi Diego ha voluto scegliere (direttamente dalle anteprime visibili on-line) anche le stoffe azzurre e blu per la tovaglietta che avrebbe usato lui.

queste quattro sono per noi colori allegri tovagliette in lavoro prime avventure con la trapuntatura

La sorpresa del numero 5

Per il quinto pantalone da realizzare con taglio e cucito, mi sono cimentata con un tessuto in pura lana vergine.
Già quando ho cominciato a tagliarlo mi sono accorta della differenza.
Più disteso, più rigido, poco disponibile alle pieghe.

Non credevo che la elasticità diversa avrebbe richiesto di cambiare persino il cartamodello! E me ne sono accorta dopo che avevo già tagliato la stoffa a filo!
Aggiungere un centimetro di là per compensare la mancanza di mezzo centimetro di qua? Cambiare la curvatura e riprovare più volte come mi sta, prima di confermare l’imbastitura?
Più cucivo e più notavo delle cose su cui farmi delle domande.
Ogni lavoro mi sembra più complesso del precedente, e ancora non ho trovato tutte le risposte.

Comunque, dopo molte prove e adattamenti, ieri ho finito l’opera: ora il pantalone di lana è pronto.
Giusto in tempo per le giornate più fredde!

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Il quarto pantalone

Da quando ho trovato un metodo per cucirmi i pantaloni da sola, sono entrata in una abitudine seriale, che potrei continuare per un bel po’, pur di risolvere il problema dei pantaloni per qualche anno o giù di lì.
Il giorno stesso che avevo finito il terzo, ho iniziato a cucire il quarto paio, scegliendo un cotone Shetland flannel di colore grigio, appena un po’ più chiaro di quello usato per il lavoro precedente.

Se negli ultimi lavori ho sperimentato un po’ di variazioni sul cartamodello base (più stretto, più dritto…), ora che sto cucendo il quarto pantalone, stanno già spuntando delle fantasticherie di un altro tipo.

L’altra notte ho sognato che volevo comprare stoffe nuove. Chiedevo della lana sobria a tinta unita: come tutta risposta, mi proponevano sgargianti tele rosse e blu, forse adatte per grandi tende a fiori…
Il giorno successivo, non ho resistito, e ho provato a dar seguito al sogno.
Mi sono avventurata in Emporio, dove ho comprato per la prima volta della stoffa in pura lana.
E così, ho introdotto la prossima variabile a sorpresa: come “cadrà” questo tessuto? Si comporterà in modo diverso rispetto al cotone flanellato che ho usato regolarmente finora?

Non ho ancora finito il quarto pantalone, e ho già tutto quello che mi serve per cucire il quinto.

tagliare la stoffa preparare le tasche confrontare i pantaloni
cucire i bottoni fissare il passante pantalone numero 4 finito!

Pantalone numero tre

Quando ho finito il mio secondo pantalone, quello azzurro, sono stata assalita da un dubbio.
E se la stoffa si restringesse?
Non ho lavato la stoffa prima di cucirla…
Avrei dovuto farlo, e ora?

Prima di iniziare il terzo pantalone, ho deciso di fare questo passo in più.
Ho misurato la stoffa appena acquistata, un cotone shetland flannel grigio classico spinato: duecentoundici centimetri.
L’ho tenuta ammollo tutta la notte.
L’ho stesa senza centrifugarla, fuori dalla finestra.
L’ho misurata, la sera dopo. (Si sarà ristretta? di quanto?)
Duecentotredici centimetri…
Si è allungata!
(Tutto il contrario di quello che doveva succedere…)
Eh, il peso dell’acqua non strizzata l’ha tirata in giù, mentre stava appesa ad asciugare…

Nel frattempo, il pantalone azzurro indossato dal lunedì al venerdì si allargava con l’uso… una taglia in più… due taglie in più… sempre più comodo… (meno male che il cinturino a laccio nascosto era regolabile, giorno dopo giorno).
Roba che il restringimento previsto al primo bucato, diventava necessario per tornare al punto di partenza…

Niente da dire.
La stoffa è viva.

un centimetro in meno sulla carta sul fondo vado comoda i fili del giorno caduta abbondante
siamo al fondo i test sul colore diverso i bottoni, come sempre Pantalone finito

Storia di un filo invisibile e altri misteri

Appena ho finito di confezionare il mio primo pantalone, mi sono subito buttata nella preparazione del secondo.
Credevo che la lezione imparata dalla cucitura del primo, e la introduzione di un paio di migliorie (come l’aggiunta dei rientri sulla gamba nel cartamodello del retro, e lo spostamento delle tasche) sarebbero bastate per arrivare dritta dritta alla meta.
E invece mi sono capitate delle strane avventure.

Come prima cosa, dopo aver scelto una bella stoffa di cotone spinato azzurra e nera Shetland flannel, sono andata a comprare il filo da cucire: un colore petrolio che si intonava bene con la somma di trama e ordito.

Però, dopo aver iniziato le prime cuciture, mi sono accorta che il filo da cucire si combinava così bene alla stoffa da… sparire subito dopo la cucitura. Il che non è sempre un pregio: non avevo più i riferimenti per le cuciture successive!
Allora ho deciso di tenere quel magnifico filo invisibile per il lato davanti, abbinato ad un vecchio filo nero datato non so quando, per il lato dietro delle cuciture.
Quando ho cominciato ad avvolgere il nero sulla spoletta, mi è sembrato un po’ più ruvido dell’altro, ma non mi sono fatta altre domande.
Fino a quando ho provato a cucire col punto zig zag, e anche il filo nero ha cominciato a sparire nella stoffa, senza comporre più un vero zig zag, ma piuttosto sgusciando come un serpentello.
Un mistero dopo l’altro!

Per vederci chiaro, ho ripetuto le prove su uno scampolo di stoffa flanellata rossa, ho cambiato la tensione del filo alla macchina più volte (senza ottenere grandi risultati), ho provato altri fili da cucire di cui avevo qualche residuo, e mi sono rimessa al lavoro.

Se non che, anche la stoffa del pantalone ha cominciato a ritirarsi: l’unione del lato davanti con quella del lato dietro mostrava almeno un centimetro di differenza. Meno male che mi ero lasciata un ampio margine, altrimento il fondo della gamba sarebbe stato più corto da una parte e più lungo dall’altra. Eppure, quando li imbastivo, erano uguali…

Finchè, durante un risveglio notturno, pensa pensa pensa, e mi sono illuminata.
Il filo ruvido di qua.
Il filo liscio di là.
Non sono lo stesso filo.

Mai cucire con filo di cotone da un lato e filo di poliestere dall’altro!

Non mi aspettavo che due fili da cucire, che evidentemente avevano delle elasticità diverse, avrebbero tirato la stoffa da un lato così bene, da riuscire ad allungare l’altro lato…
Come Alice nel paese delle meraviglie: mangia un dolcetto! Diventi più alta. Mangia un salatino! Diventi più bassa, così piccola che puoi passare in una minuscola porticina.
O potrei dire, in un’asola di bottone.

Chiarito il mistero, cambiata la caricatura della macchina, finito il lavoro.
E ora posso finalmente gustarmi la morbidezza di questa stoffa messa addosso: averne carpito alcuni segreti, me la fa veder più bella.

tutti i pezzi di stoffa pronti punto marca a filo carta il passante strategico binario bicolore
qui il filo blu non si vede qui il filo blu si vede ho provato una nuova fascia sulla vita dei pantaloni il secondo pantalone è finito!

Per cucire un pantalone ci vuole pazienza

Tra i miei progetti di cucito più recenti, c’era il sogno di liberarmi finalmente di un problema che mi inseguiva da anni.
Il problema dei pantaloni.

Io, quando devo comprarmi un pantalone, non ho pazienza. Non sopporto di stare lì a provare due, tre o più paia di pantaloni, e poi doverli scartare, perchè non mi vanno bene. La maggior parte dei capi testati in camerino non ha la forma giusta: ogni persona è diversa, e ci vogliono sempre vari tentativi prima di trovare l’indumento che ha la foggia adatta. Lo shopping non fa per me.
Per non parlare dei pantaloni comprati sbagliati. Quelli che, quando li provi, ti sembra che ti donino a perfezione; ma dopo la prima giornata intera che li hai tenuti addosso, non li sopporti più. Troppo stretti, da dare ai nervi. E non li metterai una seconda volta. Mi capita almeno ogni due anni. Cimeli che restano in fondo all’armadio.

Quando ho preso mano con la macchina da cucire, ho cominciato a fantasticare su questa cosa: ah, se imparassi a cucirmi dei pantaloni, me li preparerei tutti in serie, giusti perfetti, non avrei più il problema di doverli provare a vuoto nei negozi, sarebbe una liberazione! Ce la farò mai? O ci vorrà un corso di sartoria?

Quindi mi sono armata di carta velina, righello, e descrizioni di cartamodello.
E lì è cascato l’asino.
Perchè il problema mi ha inseguito fino a casa, ripresentandosi pari pari.
Riuscirò a disegnare un pantalone che mi vada bene?
Senza un cartamodello su misura per me, ero punto a capo.

Ho provato a studiare il cartamodello più facile che ho trovato in rete.
L’ho ricostruito su carta.
Disegna, cancella, ritaglia.
L’ho confrontato col pantalone che mi stava meglio.
Risultato: tutto altro.

Dopo una settimana di studio e sei tentativi di cartamodello (ritagliati prima e stracciati poi, roba che quasi finivo il rotolo), mi sono detta: ecco, il disegno è fatto.
E mi sono buttata nel cucito.

Tre giorni di filo e un po’ di trucchi del mestiere raccattati in giro, ed ho completato il mio primo pantalone.
Come cartamodello, uno schema un po’ più complesso trovato sul web, a cui ho applicato una media delle misure prese su di me e su un mio pantalone valido.
Forma a mix tra pantalone a carota e pantalone a trombetta, con rientro sopra il ginocchio (non vi dico gli altri nomi buffi che ho trovato nella lista “tutti i tipi di pantaloni che esistono”).
Disegno della stoffa dritto a piombo sulla piega della gamba (e se dritto non è, stirarlo: mantenere il “drittofilo”!).
Fondo adattato, come i “veri”: corto davanti, lungo dietro.
Infilare una gamba dentro l’altra prima di unirle (chi l’avrebbe mai detto?).
Cucitura del cavallo irrobustita da una ulteriore impuntura (come i jeans).
Niente lampo: solo bottoni (nascosti).
Quando l’ho provato, assomigliava veramente al pantalone precedente su cui mi ero basata: “cadeva” nello stesso modo, sono bastate minime correzioni. E, non pensavo, ma ogni piccola correzione si vede.

Quando il cartamodello c’è, va seguito al millimetro.

quante righe sul cartamodello ecco fatto, copiato il pantalone buono pronti a comiciare? come siamo messi col dritto filo?
giallo per punto marca, bianco per imbastitura una tasca su misura le tasche si cuciono prima delle gambe il trucco delle gambe una dentro l'altra!
impuntura sul cavallo il top della pazienza va alle asole scucirino per levare l'imbastitura la spighetta è nascosta
pantaloni coi bottoni un vero fondo di pantalone i trucchi di chiusura restano nascosti il pantalone è finito!