Tecnicamente, Diego è per la prima volta a Lagolo. Ma già l’anno scorso, nel pancione di mamma, aveva apprezzato l’aria fresca e l’acqua del lago.
In queste ultime settimane, Diego ha imparato un sacco di cose. Per esempio indica col ditino le cose che vuole, e con una combinazione di “mò” e “mà” aggiunge precisazioni in merito.
E, grande conquista, ha imparato a dire “no” (anzi, è più un “gnà”) scuotendo la testolina per maggior chiarezza.
Con questi monosillabi, in aggiunta alle parole “mamma” e “papapà”, comincia a comunicare “come i grandi”, e la cosa ci diverte un sacco. Diego dimostra una sua propria personalità, e quando non raggiunge i suoi obiettivi, protesta anche vivacemente.
Per fortuna, siamo ancora in una fase nella quale basta una piccola distrazione per distoglierlo dalle cose proibite. Così, mentre cerca di mettere i ditini nelle prese di corrente, basta mostrargli la palla per spostare la sua attenzione…
Qui al lago, indica gli alberi e vuole toccare i rami più bassi. Sul pratone, gioca con l’erba e prova a mangiare le pigne. Cammina, accompagnato, tra i bagnanti che prendono il sole, e guarda curioso tutti i cani. E gioca contento con gli amici che sono venuti con noi, e quelli che abbiamo incontrato qui: Liviano, Michele e Silvia, Lisa, Francesco e la piccola Gaia.
Categoria: giri e giretti
chi va ai monti, chi va al mare…
Di nuovo sul Tagliamento – gita a due
A Vicenza, i passeggini possono andare sul bus
Staffetta di volo
Dado è arrivato a casa domenica; il tempo di svuotare la valigia, che l’ho riempita di nuovo io.
Per me, andata e ritorno dalla Svizzera in due giorni. Anche se sono passati cinque anni, ho riconosciuto subito gli incroci della pista ciclabile dove avevamo pedalato assieme.
Storielle ammmericane – 4
Uno dei principali problemi che l’italiano medio si trova ad affrontare fuori casa, è l’alimentazione. Tutti sognano un perfetto piatto di spaghetti in qualsiasi ristorante; difficile…
Io credo che per mangiare bene all’estero bisogna mangiare le cose locali. O perlomeno provare.
Qual’è il piatto principale in America?
Immaginando di andare negli States, pensavo a quale combinazione di hamburger avrei potuto sopportare per una settimana prima di soccombere ai morsi della fame, ma per fortuna non ce n’è stato bisogno. Nè di soccombere, nè di hamburger =)
A partire dal pranzo in volo, è stato subito chiaro che qua mangiano tantissima carne. La cosa mi infastidisce un po’, ma perlomeno si può sopravvivere.
Detto questo, aggiungo che Kansas City è rinomata per il Barbeque. Qui nel midwest ci sono un sacco di fattorie, e la tradizione della griglia si è trasformata in eccellenza (secondo i loro standard, ovviamente).
Così, dopo una settimana, il nostro collega Bill ci ha accompagnato da JackStack il “top del top”. La specialità dei bbq del Kansas è la cottura, lenta e prolungata, con successiva affumicatura della carne.
Il “brisket” e i “burnt ends” sono due tagli di carne, di maiale e soprattutto manzo, che sono cotti per 8 ore e affumicati per quasi altrettante. Le costine, “dinosaur sized”, sono cucinate similmente, e il tutto è presentato con una o più salse, a base pomodoro e melassa, variamente speziate o piccanti, da accompagnare a patate fritte, al forno, ai fagioli rossi, varie insalate.
Ho provato questa “Kansas City Combo” e posso dire che la carne è incredibilmente morbida, e abbastanza saporita. Le salse, in modica quantità, si accompagnano degnamente. Troppa, no.
Come detto, i camerieri sono incredibilmente gradevoli e gentili. Abbiamo chiesto se potevamo fare un giro delle cucine, e subito il manager Travis ci ha accompagnato, spiegando tutto il processo di cottura. Cominciano a cucinare alle 4 di mattina per servire alla sera. Enorme forno, griglia e affumicatore. Tutto super sized.
Si può ordinare anche per asporto, e hanno fatto spedizioni speciali per le truppe in Afghanistan e per Haiti. A Trieste sarebbe un po’ scomodo farsi mandare il tutto.
Anche perchè, alla fine, preferisco i čevapčići.
Storielle ammmericane! – 3
A Kansas City non c’è un centro città come lo immaginiamo noi europei (palazzo del Comune, piazza con la chiesa, piazza delle Erbe…). Di conseguenza, il centro commerciale è uno dei luoghi di maggior interesse per gli americani.
Abbiamo preso un taxi per andare a uno particolarmente buono, secondo il metro dei KansasCitiani. È situato vicino all’autodromo, allo stadio del calcio (anzi, “soccer”), e ad un parco acquatico. Nei 25 minuti di strada ho chiacchierato con il tassista, un 30enne nero che lavora per pagarsi gli studi, area finanza. Nei grandi spazi che attraversiamo, mi dice che ci si può muovere solo in automobile, non ci sono trasporti pubblici che arrivano così fuori dal centro città (che poi, come dicevo, non c’è). Attraversiamo il fiume Missouri, bello grande! Conto, nei prossimi giorni, di andare a Kansas City dove c’è la confluenza del fiume Kansas e del Missouri.
Arrivati al centro commerciale, ci assicuriamo di avere il numero di telefono diretto del tassista, così non avremo difficoltà per il ritorno.
I camerieri e le cameriere, così come i commessi e le commesse dei negozi, li ho trovati tutti particolarmente gentili. In genere, nei negozi del centro commerciale, hanno tutti l’auricolare e, quando sei in cabina a provare un vestito, chiamano il collega in reparto per farti portare la taglia giusta. Non so se è tempo di saldi o no, fatto sta che in diversi negozi , all’entrata, la commessa ti spiega quali sono le caratteristiche dell’offerta del giorno.
Entro in un negozio di vestiti. Una commessa mi saluta sorridendo, si avvicina e mi spiega che l’offerta fuori tutto significa che paghi un pezzo e te ne regalano altri due (di prezzo uguale o minore). Inoltre aggiungono un ulteriore 25% di sconto. Fico! Quindi una camicia da 50$ la paghi 37,5$ e ne porti via altre due. Al cambio, con 25€ ti prendi tre camicie. Ma tutto sommato non ne ho bisogno, quindi lascio il negozio. Davanti alla porta trovo la stessa commessa dell’entrata. Con un altro sorriso, mi saluta con un “god bless your day!”.
Immagino cosa avrebbe potuto dirmi se avessi comprato qualcosa…
Cose strambe viste in giro: negozio dei dinosauri, con un acquario di pesci strani. Il pub con la più grande varietà di birre alla spina del mondo (secondo loro). E, per bigotti, reparti interi di librerie dedicati a studi biblici, compresi dizionari elettronici con tutta la bibbia inside, per chi non può fare a meno della parola del suo signore quando è in movimento…
Storielle ammmericane! – 2
Per entrare negli Stati uniti, c’è bisogno di compilare una domanda di ingresso, un “visto” semplificato. In questa domanda, da compilare online, ti chiedono, con un’ingenuità che mi stupisce e mi fa ridere insieme, se stai “cercando di entrare negli Stati Uniti per compiere attività criminali” o se sei “stato coinvolto in azioni di spionaggio, sabotaggio o azioni terroristiche”. Se rispondi di sì, non ti fanno entrare. Geniale!
Basta solo fidarsi della sincerità delle persone. La sincerità è la caratteristica tipica del criminale o del terrorista medio.

Con la domanda compilata, registrata, e collegata al tuo passaporto elettronico (che contiene un chip con le tue impronte digitali e le foto), puoi presentarti al gate di ingresso del volo. Nel mio caso, mi accoglie una hostess che parla italiano, e guarda caso, ha studiato a Trieste.
Mi dice che deve farmi delle domande di routine per capire se posso salire sul volo.
“Perché vai in America?” – “Per lavoro”
“Dove hai intenzione di soggiornare?” – “in albergo” e mi fa tirare fuori l’indirizzo preciso.
“Ti ha invitato qualcuno? Hai una copia dell’invito?” – “Non sottomano…”
“Quando e dove hai preparato il bagaglio?” “Ieri a casa mia”
“Dove è stato il bagaglio da quando lo hai preparato fino ad adesso?” – “con me”
“Cos’hai comprato in aeroporto?” – “il giornale”
“Sei stato avvicinato da qualcuno che ti ha chiesto di portare qualcosa per lui oppure ti ha dato una busta da mettere in valigia per conto suo? Perché è capitato una volta, e dentro c’era una bomba!“ – “… no”
“Bene, puoi andare”
‘Sta storia della busta che dentro c’era la bomba mi sa di leggenda metropolitana… Avete mai sentito di una storia così sui giornali?
mi ha detto mio cuggino che una volta gli hanno dato una busta e invece era una booooombaa… Mio cuggino, mio cuggino!
httpv://youtu.be/AFW81wHXcbE
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In volo, le hostess ci distribuiscono un foglio, da compilare e presentare alla dogana. All’interno non solo domande tipo “quanti soldi trasportate”,”avete merce che volete vendere negli USA”, ma soprattutto se stiamo cercando di importare agenti patogeni, malattie, terra o sementi contaminate, frutta o verdura.
In effetti portare colture o animali estranei mi sembra importante. Gli australiani ne sanno qualcosa; nell’800 hanno importato conigli per il gusto di andare a caccia, e adesso non sanno più come liberarsene, perché i conigli, in Australia, non hanno nessun predatore naturale e si riproducono senza limiti. Hanno anche importato una specie di edera rampicante e decorativa, che tanto piaceva agli inglesi, e anche questa non hanno ancora capito come distruggerla. Quindi conosco il problema, e, dopo aver compilato il foglietto, sbarco e mi metto in fila per la dogana. Fila lunga. A un certo punto passa una poliziotta, con un cane tipo bracco poliziotto anche lui, lungo tutta la fila. Il cane ha una mantellina con scritto “Proteggi l’agricoltura”, e la poliziotta ha in mano un sacchetto di plastica.
Il bracco fiuta la gente e si ferma davanti ad una donna dall’aspetto nord-europeo, scodinzola e punta la sua valigia. La poliziotta dice qualcosa tipo “bravo Fufi” al cane, e apre la valigia, trovando all’interno ben due mele di provenienza estera. Prende le mele, le fa annusare al cane, contento, e le mette nel sacchetto prendendole con i guanti. Nel sacchetto vedo altre mele, alcune morsicate, e delle banane. Saranno il premio per il bracco o saranno distrutte? Comunque prende nota del nome della donna, forse per una multa.
In fila davanti al banco dell’agente della dogana c’è un gruppo di persone dai tratti arabi. Ovviamente sono controllati a lungo. Uno di questi, evidentemente, assomiglia al tipico ritratto del terrorista, “occhi neri, barba lunga, pelle scura… È uno di loro!”. Lo controllano più volte e la sua fila si blocca per venti minuti.
Invece l’agente che controlla me, mi chiede di nuovo le impronte digitali e mi fa una foto, per confrontarle con quelle registrate nel passaporto. Un’altra volta ancora mi chiede il motivo per cui voglio entrare negli USA, quanto e dove starò. Passo indenne, mi consegna il foglio timbrato, che devo riconsegnare 50 metri più in là ad un altro agente che lo guarda e lo mette via.
Le divertenti procedure di ingresso in America, sono a prova di bomba…
Storielle ammmericane! – 1
Sto andando in America per lavoro.
E, come diceva Chuck Palahniuk in Fight Club, anche io ho conosciuto il mio amico di volo a porzione signola.
Ovviamente, essendo un americano standard, non poteva che chiamarsi John Smith! Nome standard. (E anche adesso che scrivo dal gate di imbarco per Kansas city, all’altoparlante stanno chiamando John Smith. Ma un altro, credo).
Il volo intercontinentale è stato lungo, ma non terribile. Le poltrone della classe business sono belle comode e il pranzo è stato piuttosto piacevole.
Abbastanza divertente la mossa che lo steward ha fatto per smezzarmi un bicchiere di vino che mi aveva offerto: ne avevo chiesto un poco per assaggiare, e me ne ha versato uno pieno. Gli chiedo se può mettermene meno. Prende un altro bicchiere, si mette in mezzo alla corsia, lontano dagli altri passeggeri. Si flette sulle ginocchia, mette un bicchiere quasi sopra l’altro. Prende la mira, e in un solo movimento versa dal bicchiere in alto in quello in basso, alzandosi contemporaneamente di nuovo in piedi. Mi guarda soddisfatto mostrandomi i due bicchieri con la stessa quantità di vino e mi fa cenno di scegliere quello che preferisco. Bella mossa!
Il mio amicoporzionesingolaJohn era piuttosto pratico di viaggi lunghi e quindi si è sentito in dovere di darmi un po’ di suggerimenti. Non richiesti e di conseguenza inutili…
E nel frattempo, dall’aperitivo di benvenuto in poi, si è scolato, nell’ordine: due vodka doppie con ghiaccio, due bicchieri di vino a pranzo, un gelato affogato al baileys, un whisky e cola.
Risultato: a me è venuto il mal di testa, lui invece ha dormito a lungo e benissimo…
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All’aeroporto di Chicago aspettiamo l’ultimo volo per Kansas City. L’aereo arrivava da Madison, Wisconsin, a circa 30 minuti di volo da noi. Ma da quelle parti il meteo era terribile e non potevano partire. Così, di 20 minuti in 20 minuti, il volo è stato posticipato di quasi 4 ore…
La fame si fa sentire. Tra macdonals e la concorrenza, vado dalla concorrenza. Ordino un panino, e l’ispanico al bancone mi attacca bottone spavaldo:
I:”ah, una persona felice!”
D: “Dici a me?”
I:”sì, sei felice, lo vedo dai tuoi occhi!”
Lo guardo, e non mi sembra di avere questo aspetto così sgargiante, dopo 26 ore dalla partenza…
D:”son contento che ti sembro felice, ma sto aspettando il mio volo da più di tre ore, il mio umore non è proprio…”
I:”ma se non fosse per questo saresti contento?”
D:”beh, forse sì…”
I:”vedi che avevo ragione?”
D:”ah-ha.., sìssì…”
I:”da dove vieni?… Aspetta, indovino… Germania!”
D:”no…”
I:”Polonia!”
D:”no…”
I:”allora… Russia! Sei russo!”
D:”no, vuoi provare ancora?”
I:”…”
D:”sono italiano”
I:”ah!”, e in italiano “un italiano vero!”
D:”esatto!”
L’ispanico smette di colpo di guardarmi e di chiacchierare. Due minuti dopo, “Panino pronto” e senza aggiungere altro me lo consegna…
Siamo così ben considerati nel mondo?
E soprattutto: il panino faceva cagare così di suo o me lo hai fatto cattivo apposta???
Foto di un’ora di sole a Creta
Lunghe attese da viaggio: manuale di sopravvivenza
Ok, lo avevo anticipato, sono di nuovo all’aeroporto di Atene, e questa volta per il viaggio di ritorno.
Cosa ci può essere di interessante in questo momento da viaggiatore fermo, momento peraltro lungo, che ora è solo all’inizio e in cui devo cercare di non consumare troppo i miei passatempi, per salvarmeli a rotazione fino alle 11 di questa sera, ora del ritorno a casa?
Non so perchè, ma essere in giro da qualche parte del mondo, senza dover fare per forza qualcosa di definito, mi affascina in qualche modo.
Tanto ora me lo sono rimesso in testa, che la libertà è sempre vincolata (il tempo durante un viaggio a volte è libero, ma libero non è il luogo, non può trasformarsi nel salotto di casa come se avessi un tappeto volante immediato *puff*). Per cui tanto vale andare a caccia in ogni occasione del margine di manovra che per quei minuti viene offerto, e giocarci un po’ su.
Per esempio, ora, uno dei miei nuovi giochini da viaggio è beffare il limite nel trasporto bagaglio a bordo. “Un solo bagaglio a mano, di peso e dimensioni consentite”. In questo caso, la caccia è ai limiti letterali delle regole nella loro più o meno efficace implementazione.
Non ho dimenticato la massima che un collega mi aveva consegnato anni fa (“Ci sono solo due tipi di bagaglio: il bagaglio a mano, e il bagaglio perso”), e ne ho visto prova nelle peripezie di altri viaggiatori frequenti (“mi hanno restituito la valigia persa dopo otto mesi, e nelle etichette degli aeroporti che aveva visitato prima di ritrovare casa, si vedeva che aveva fatto il giro del mondo”).
Quindi ho messo nella vista il radar per individuare le macchinette di check-in automatico, quelle che ti permettono di saltare il primo paio della lunga serie di occhi umani che guardano quante valigie hai con te, per spedire a parte peso e ingombro in eccesso, prima di lasciarti salire a bordo. Con gesti svelti tra la folla lenta, cerco di passarla liscia tra i buchi di attenzione del personale, occupato a guidare il flusso sparso di massa umana verso i posti incasellati nel velivolo.
Oggi ad esempio un funzionario della sicurezza mi ha controllato il biglietto prima di farmi entrare nella zona vassoi-nastri trasportatori-copripiedi di plastica della verifica ai raggi x. Poichè in quell’istante ero veramente da sola, senza fila a far volume dietro a me, questo addetto ha visto le mie due grosse valigie e mi ha chiesto “Questo è il suo bagaglio a mano?”. Ma io gli ho risposto con gentilezza: “Sì”, e lui ha esitato, ma mi ha fatto passare, forse domandandosi se era suo compito controllare anche il troppo bagaglio, o solo la corrispondenza gate-biglietto sulla carta che gli avevo esposto sorridendo.
Ma torniamo alle libertà minimaliste e un po’ meno connotate di sfida, che possono riempire tutti gli altri minuti del tempo di attesa.
Ora sono in un caffè in open-space, con tavolini neri a varie altezze (se vuoi scegli quelli alti da drink con sedie-trespolo, oppure piazzi tutte le tue cose più largamente come ho fatto io ora, spalmando pc giornali e vassoio sul tavolo da quattro pur essendo in uno).
Ovvio che la conquista di questa postazione è per ben poco tempo dedicata davvero alla fase pranzo, che non ho concluso perchè il mio bicchiere non è del tutto vuoto, ed è invece mirata a tutte le utenze e ai servizi che posso richiamare a me con un solo passo da questo comodo punto di incrocio.
Il monitor con aggiornamenti sui voli è giusto a portata d’occhio (che non mi capitasse che mi distraggo troppo): il conto alla rovescia verso il momento in cui mi dovrò alzare dice: meno cinque ore.
Il punto ricarica-le-tue-batterie è offerto da uno sponsor che ha fissato il suo totem pubblicitario alle mie spalle (ho detto alle spalle, non ho scelto per panorama la pubblicità).
La porta d’imbarco del mio prossimo volo è traguardabile oltre le porte a vetri alla mia destra. Inutile andarci già ora (sarebbe come finire il gioco dell’oca troppo presto), però non si sa mai che venga veramente mantenuta quella uscita, o che sia cambiata per qualche motivo di traffico volo.
Per il pranzo ho conservato l’atmosfera del paese ospitante, scegliendo una classica insalata greca.
Ho raccolto pazientemente in un angolo i troppi coriandoli rosa di cipolla cruda tritata. Me li sono ritrovati stampati poco dopo sull’angolo del giornale che stavo leggendo, e quasi quasi li avrei fotografati, per ricordare gli aromi che possono ancora emergere da un settimanale datato 12-18 aprile. Me lo porto in giro ormai da tempo, si vede che ho pochi altri momenti per leggerlo.
Insomma, una attesa potenzialmente infinita va studiata sotto la luce dei frammenti di libertà che può offrire.
Ma per i bimbi che viaggiano con i turisti vicini a me, è molto più difficile resistere alle costrizioni dell’aeroporto.
A volte immagino Diego che si materializza tra le mie braccia sul sedile con cintura di sicurezza, e mi rendo conto che per lui la postazione fissa nel cubicolo avrebbe un tempo di tolleranza tipo un decimo della durata del volo. Non me lo vedo costretto al suo posto, come gli altri pupi che frignano in braccio agli altri passeggeri genitori. Nel mio orecchio mentale, piuttosto, suona la sua vocina squillante, che giubila “uak uak” di allegria, per aver -fuori d’ogni regola- conquistato la corsia di emergenza su cui gattonare a cinquemila metri, schiaffando sui metri conquistati una manina appiccicosa dopo l’altra, per agguantare palmo a palmo tutto lo spazio della moquette che ricopre il piano di camminamento dell’aereo.
Un’ora fa ero alla porta di imbarco dell’aeroporto di Creta, in una zona sovraffollata di persone assiepate in piedi.
I bambini dei turisti finivano presto abbarbicati sui loro genitori-albero. Come potevano accettare l’immobilità forzata, senza saper ancora leggere il loro destino di volo sui monitor?
Anche lì, pensavo a cosa avrebbe voluto fare Diego.
Per lui, avrei potuto svuotare completamente l’aeroporto, tornandoci la sera dopo l’orario di chiusura, appena lavato il pavimento. In questa trama immaginaria, la signora delle pulizie è una mia amica disposta a farci intrufolare. Così aggiustato, il terminale basso dell’aeroporto di Creta è tutto per lui, movimentato solo da alcune luci colorate della notte. Gambe di sedia come pertiche fisse al suolo, ecco pronta una nuova piazza grande per il gioco, con pareti-limite lontanissime tra loro, misurabile anche da bebè esploratori. Questo divertimento quasi impossibile non glielo posso veramente regalare, ma prestare per un momento con la fantasia forse sì.


























































