Quattro parole di seguito

Giorno dopo giorno, Diego sta diventando sempre più una “masineta”.
Chiacchiera, commenta quello che vede, e passa dalle parole singole alle frasi.

Oggi, nella sua solita vena descrittiva, ha seguito passo passo le fasi della vestizione di papà Dado, e ha concluso soddisfatto ribadendo “cravatta“.
L’altra settimana mi ha raccontato di aver visto, la mattina, “nonno….nonna…. moto… casco” (e posso ben dire che era una storia vera: li ho visti anche io, i nonni sprint, che ci hanno salutati a cavallo della moto).
Sabato si è pizzicato il dito con la molletta del bucato; colto dalla sorpresa, invece di dire aaaaaaah, ha fatto partire l’allarme: “male-male-male!”
Da un po’ di tempo, ora, Diego gioca a cucù con i suoi pupazzetti. E mentre li nasconde, crea mistero con il suo mantra: “Dov’è? Dov’é?”
Plurali e articoli entrano nel suo vocabolario. Un mattoncino verbale dopo l’altro, cercando i suoi giochi, Diego questa mattina ci ha deliziati con: “Chitarra… Chitarra… Dov’è la chitarra?”

p.s. Dado dice che non sa disegnare. Ma quando Diego glielo chiede, è dimostrato che sa anche fare un bel ritratto di mamma e papà!

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Quando una cosa gli piace molto…

Dado ha una chitarra acustica da “battaglia”, che lo ha accompagnato in molte serate canterine con gli amici, all’aperto o in osmizza, e persino nei primi appuntamenti con me quando ci stavamo appena conoscendo. Un po’ graffiata e vissuta, in questi giorni sta vivendo una nuova avventura. Lo strapazzamento da parte di Diego.

Diego si è appassionato alla chitarra di Dado dopo aver visto all’asilo il maestro Paolo che suonava la chitarra durante le feste aperte ai genitori, con le filastrocche che fanno ballare tutti i bambini. Ah, quelle filastrocche ora le sappiamo a memoria pure noi!
A casa nostra la chitarra di Dado stava a riposo da diversi mesi sul suo trespolo, fino a quando Diego non ha cominciato a chiederci di tirarla fuori.
Una volta al giorno.
E poi più volte al giorno.
E poi ha cominciato a diventare un gioco fisso quotidiano.
Abbiamo allentato le corde perché fossero meno pericolose. Non se lo sarebbe aspettato, questa chitarra, dopo tante gloriose serate, di finire scordata e stonata tutto il giorno alla mercè di un bimbo piccolo che la pizzica, la rigira nonostante le dimensioni per lui imponenti, e si diverte a schiacciare continuamente il porta plettri! Diego è riuscito a far suonare la chitarra anche alla zampa di peluche del suo panda…

Ieri mattina, ho cominciato a mostrargli un po’ di immagini sparse dal web, foto di chitarre acustiche di varie foggie e colori. Non mi aspettavo le conseguenze di questo gesto: Diego da quel momento mi ha chiesto di rivederle almeno dieci volte!
Qualche ora dopo, ho ceduto ad una tentazione che avevo in mente già da tempo.
Sono andata a comprare una chitarrina di legno tutta per lui. Da tempo passavo davanti alla vetrina che la teneva in bella mostra, ma non ero convinta perchè era un gioco per bimbi di almeno tre anni. Ho smesso di trattenermi e mi sono detta: almeno questa ha le corde morbide di nylon, e non le corde di acciaio della chitarra vera.

Quando ho mostrato a Diego la sua nuova chitarrina, credevo non l’avrebbe considerata molto, dato che già da settimane aveva nel cuore quella grande di papà. Che erroneo pensiero adulto-centrico! Appena ha visto il suo nuovo strumento maneggevole e colorato, non l’ha più mollato un secondo! Letteralmente: da quel momento in poi, non ha voluto separarsene più!

Le rispettive appartenenze, sono diventate chiare subito. Diego è andato verso la chitarra grande, e ha detto: “papà!”, e poi ha guardato la sua, piccola: “Gegio!“, riferendosi a sè stesso. E ha continuato così, indicando a turno i due strumenti: “papà, Gegio, papà, Gegio!”
Quella stessa mattina eravamo attesi a pranzo per il compleanno di Luisa. Ovviamente la nuova chitarrina è dovuta venire con noi. Come togliergli un gioco nuovo appena spacchettato? Durante il tragitto, Diego ha strimpellato dal suo seggiolino in auto.
Al ristorante vegano, il piccolo musicista si è fatto sentire da tutti.
“Neanche Jimi Hendrix magnava con la chitarra in man!”, gli ha detto nonno Giordano!

Al ritorno a casa, la chitarra grande ha ritrovato il suo posto d’onore. Dado l’ha accordata di nuovo, e ha cominciato a duettare con Diego sulle note di Pippi Calzelunghe. Devo dire che Diego aveva la giusta postura, teneva lo strumento con le due mani come i veri!
Alla fine la sera, pronto alla nanna tra le mie braccia, Diego non ha voluto lasciar andare la sua nuova amica: gli occhi ormai gli si chiudevano, e ancora allungava la mano nel buio; con le dita al rallentatore, rompeva il silenzio pizzicando le corde…

Cinquanta parole

Siamo alle soglie dell’anno e mezzo, e la pediatra ieri ha constatato che Diego cresce con peso e altezza nella media. E’ stata sorpresa quando le abbiamo spiegato che Diego sa dire più di cinquanta parole, e che ne mette in fila due o tre per esprimersi: in questo Diego ci sta dimostrando che è avanti!

Ecco un tipico esempio.
Vediamo Diego intento a rivisitare la sua collezione di orologi di carta, tirandoli dentro e fuori dalla scatola apposita che li raccoglie. Alcuni sono ritagliati dalle pubblicità dei giornali, altri sono depliant accattivanti catturati nelle gioiellerie, e c’è anche il suo orologino giallo di carta plastificata che gli ho fabbricato a Capodanno per guardare insieme la mezzanotte. La collezione ovviamente si estende anche ai nostri polsi: il primo amore è stato quello per l’orologio di nonno Giordano, che ha la luce che si accende a comando. E in aggiunta, tutti noi veniamo controllati. Io, da diversi anni ormai, l’orologio non lo porto più: mani libere dagli impicci! E Diego questo lo verifica quotidianamente: punta il ditino sul mio polso, e ribadisce: “No orologio mamma!”.

Altro classico di questi giorni.
E’ ovvio dire che Diego è un “nativo digitale”. Conosce bene il telecomando per accendere la radio (domenica scorsa era riuscito a conquistarlo, e premeva insistentemente il pulsante centrale a forma di tondo grande; ovvio per lui che lì ci fosse la chiave dei controlli!). Adora gli smartphones e l’iPad; chiede spesso di guardare insieme i video di cani o di animali divertenti. Papà Dado lo sta catechizzando e già adesso è diventato “un evangelista di Jobs”; infatti controlla sempre se sul retro dei dispositivi elettronici c’è un logo della Apple: “mela, mela, mela!”.
A casa ha già due telefonini giocattolo quasi uguali. Noi, colpevoli di aver lavato il primo con una spugna troppo umida che ne ha fulminato la suoneria, abbiamo voluto prendergliene un altro. E con questi Diego chiama virtualmente nonno e nonna, e immagina dialoghi con loro, posandosi un telefono su ciascun orecchio. E’ molto colpito dal fatto che uno dei due si sia rotto. Infatti ci spiega sempre la differenza tra i due apparecchi giocattolo: preme il ditino sul primo, e controlla: “suona!”; e poi preme il ditino sul secondo, e ribadisce: “no suona, otto!”

Tra il dire e il fare… c’è di mezzo un tempo fatto a fisarmonica!

Due settimane fa ho detto a Dado: “Vorrei farmi una centrifuga di mele!”
Passa un po’ di tempo, e penso di nuovo: vorrei farmi una centrifuga di mele. Una bella scorta per più giorni.
(Vorrei farmi una centrifuga di mele)
(Vorrei farmi una centrifuga di mele)
Una settimana fa, Luisa ci porta un sacco pieno di mele tirate giù direttamente dall’albero.
Perfetto, proprio quello che ci voleva per fare una succosa centrifuga!
Passano i giorni, e le mele vengono mangiate, da me nell’insalata, da Diego con lo yogurt.
(Vorrei farmi una centrifuga di mele)
(Vorrei farmi una centrifuga di mele)
Due giorni fa, sabato, mi dico: ci siamo, cominciamo a pelare le mele.
Prendo il sacco per le bucce, il pelucchino… Ma Diego vuole giocare con me, non posso stare al tavolo con un coltellino in mano, devo assolutamente stare seduta per terra vicino a lui, e il lavoro resta a metà.
(Appena riesco, riprendo con la centrifuga di mele)
(Prossima volta che vado fuori al bar, ordino una centrifuga di mele…)

Domenica non riesco a ricominciare, perché ho trentotto di febbre e mi sento a terra. Come vorrei dissetarmi con una bella centrifuga di mele. Non ho il coraggio di chiedere a Dado di preparamene una, perché lui deve seguire tutto il resto e deve attendere la notte per potersi fare la valigia.
Come consolazione, al posto della cena mi mangio un po’ delle mele che avevo pelato, e che stavano lì ad aspettare un po’ ossidate, e subito dopo vado a nanna, prima di tutti gli altri, crollo… ronf.

Oggi sono rimasta a casa, non sono andata a lavorare, ed improvvisamente si è aperto uno squarcio nello spazio-tempo: un pezzetto di vita come quella di una volta, in cui ho davanti più di cinque minuti consecutivi e liberi da programmare!
Ok, un pezzetto di vita da malata, ma diciamo pure da convalescente: mi sento meglio.
E anche se faccio le cose con calma e a mezza velocità, perché sono tutte inframmezzate da pause sul divano, mi sembra di avere il turbo!
Appena Diego esce col nonno, comincio.
Metto via i vestitini sparsi.
Metto via i giochini in giro per le stanze.
Svuoto la lavastoviglie.
Piego gli ultimi due bucati.
Chiacchiero un po’ con Dado che mi fa federe il suo nuovo look con la videocamera via Skype: ha trovato un barbiere all’aeroporto di Monaco ed è riuscito a farsi la barba durante il viaggio!
Mi scrive: “Mi dispiace di non portare io Piq all’asilo oggi… potevo portarlo in viaggio con me e fargli vedere le nuvole…”

Pausa.

Ce la faccio?
Sì, c’è la faccio…
Sacco di mele, a noi due!
Per fortuna Dado prima di partire aveva fatto la spesa, rimpinguando le scorte di mele.
Pela pela pela…
Trita trita trita…
Bicchiere uno, bicchiere due, bicchiere tre… Questi si congelano per le prossime mattine… E questo si beve direttamente adesso!
Ecco fatta la scorta di centrifuga per tutta la settimana, slurp!

E dire che siamo solo a metà mattina…
Ho ancora tempo per: lavarmi i capelli scrivere le mail rispondere alle chiamate perse di ieri preparare i moduli per pagare le tasse mettere in ordine tra le mie carte e quant’altro ancora tutto di seguito… Non ci posso credere!!!

Abbigliamento invernale

Da quando fa un po’ più freddo, e stare solo con le calzette non è più sufficiente, Diego ha “scoperto” le scarpe. Dopo un primo tentativo di fargliele indossare in cui si era un po’ spaventato, ora le adora. Appena gliele mettiamo, scuote i piedini testando la sensazione che gli danno. Cammina sbattendo forte per terra, se le gusta.
Anche le nostre scarpe sono improvvisamente entrate nel suo orizzonte. Le nota quando le tiriamo fuori, le vuole toccare, e abbiamo un bel da fare nell’impedirgli di raggiungere la suola.

Ecco quindi fatto il nuovo gioco.
Gli mostro la mia pantofola. Il mio piede. Dico: “Piede. Scarpa. Piede nella scarpa“. E ricomincio, tirando fuori e dentro il mio piede, mentre Diego guarda attento; e prova a dire “scarpa”, ma il suono gli viene fuori alla rovescia: “Pa-ca“; però è chiaro che cerca di ripetere.
Poi vuole provare lui: a inserire il suo piedino nella mia scarpa!
Se qualcosa ha significato per noi, per lui è ancora più interessante.

E pure le nostre borse gli piacciono. Zaini, fibbie, targhette delle zip. La mia borsetta piccola da tracolla. Il borsello che Dado prende ogni mattina. Se Diego vede in giro il borsello nero di Dado, ne prende la fascetta e se la passa dietro la testa per indossarlo; e dice “ciao ciao!“, cominciando a passeggiare col borsello di Dado al collo, che ovviamente arriva a terra e quasi lo fa inciampare, per cui dobbiamo accompagnarlo nella sfilata.
Diego vuole già fare come i grandi!

Pensierini dolci del mattino

Diego non ha dormito tanto bene stanotte e ci ha svegliato alle 5 di mattina. Adesso che sono le 7.30, sorride allegro nel nostro lettone.
Paola dice: “Diego, anche se non hai dormito sei allegro! Non come la mamma che se non dorme le viene il mal di gola e di schiena… Sono un rottame…”
E io: “non sei un rottame! Sei un’auto d’epoca!!!“

Storielle ammmericane – 4

Uno dei principali problemi che l’italiano medio si trova ad affrontare fuori casa, è l’alimentazione. Tutti sognano un perfetto piatto di spaghetti in qualsiasi ristorante; difficile…
Io credo che per mangiare bene all’estero bisogna mangiare le cose locali. O perlomeno provare.
Qual’è il piatto principale in America?
Immaginando di andare negli States, pensavo a quale combinazione di hamburger avrei potuto sopportare per una settimana prima di soccombere ai morsi della fame, ma per fortuna non ce n’è stato bisogno. Nè di soccombere, nè di hamburger =)
A partire dal pranzo in volo, è stato subito chiaro che qua mangiano tantissima carne. La cosa mi infastidisce un po’, ma perlomeno si può sopravvivere.
Detto questo, aggiungo che Kansas City è rinomata per il Barbeque. Qui nel midwest ci sono un sacco di fattorie, e la tradizione della griglia si è trasformata in eccellenza (secondo i loro standard, ovviamente).
Così, dopo una settimana, il nostro collega Bill ci ha accompagnato da JackStack il “top del top”. La specialità dei bbq del Kansas è la cottura, lenta e prolungata, con successiva affumicatura della carne.
Il “brisket” e i “burnt ends” sono due tagli di carne, di maiale e soprattutto manzo, che sono cotti per 8 ore e affumicati per quasi altrettante. Le costine, “dinosaur sized”, sono cucinate similmente, e il tutto è presentato con una o più salse, a base pomodoro e melassa, variamente speziate o piccanti, da accompagnare a patate fritte, al forno, ai fagioli rossi, varie insalate.
Ho provato questa “Kansas City Combo” e posso dire che la carne è incredibilmente morbida, e abbastanza saporita. Le salse, in modica quantità, si accompagnano degnamente. Troppa, no.
Come detto, i camerieri sono incredibilmente gradevoli e gentili. Abbiamo chiesto se potevamo fare un giro delle cucine, e subito il manager Travis ci ha accompagnato, spiegando tutto il processo di cottura. Cominciano a cucinare alle 4 di mattina per servire alla sera. Enorme forno, griglia e affumicatore. Tutto super sized.
Si può ordinare anche per asporto, e hanno fatto spedizioni speciali per le truppe in Afghanistan e per Haiti. A Trieste sarebbe un po’ scomodo farsi mandare il tutto.
Anche perchè, alla fine, preferisco i čevapčići.

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