Mamma
Papà
No
Ciao
Pappa
Palla
Bau
Gira
Pane
Brum
Barba
Autore: davide
A Lagolo con Diego
Tecnicamente, Diego è per la prima volta a Lagolo. Ma già l’anno scorso, nel pancione di mamma, aveva apprezzato l’aria fresca e l’acqua del lago.
In queste ultime settimane, Diego ha imparato un sacco di cose. Per esempio indica col ditino le cose che vuole, e con una combinazione di “mò” e “mà” aggiunge precisazioni in merito.
E, grande conquista, ha imparato a dire “no” (anzi, è più un “gnà”) scuotendo la testolina per maggior chiarezza.
Con questi monosillabi, in aggiunta alle parole “mamma” e “papapà”, comincia a comunicare “come i grandi”, e la cosa ci diverte un sacco. Diego dimostra una sua propria personalità, e quando non raggiunge i suoi obiettivi, protesta anche vivacemente.
Per fortuna, siamo ancora in una fase nella quale basta una piccola distrazione per distoglierlo dalle cose proibite. Così, mentre cerca di mettere i ditini nelle prese di corrente, basta mostrargli la palla per spostare la sua attenzione…
Qui al lago, indica gli alberi e vuole toccare i rami più bassi. Sul pratone, gioca con l’erba e prova a mangiare le pigne. Cammina, accompagnato, tra i bagnanti che prendono il sole, e guarda curioso tutti i cani. E gioca contento con gli amici che sono venuti con noi, e quelli che abbiamo incontrato qui: Liviano, Michele e Silvia, Lisa, Francesco e la piccola Gaia.
Pensierini dolci del mattino
Diego non ha dormito tanto bene stanotte e ci ha svegliato alle 5 di mattina. Adesso che sono le 7.30, sorride allegro nel nostro lettone.
Paola dice: “Diego, anche se non hai dormito sei allegro! Non come la mamma che se non dorme le viene il mal di gola e di schiena… Sono un rottame…”
E io: “non sei un rottame! Sei un’auto d’epoca!!!“
Storielle ammmericane – 4
Uno dei principali problemi che l’italiano medio si trova ad affrontare fuori casa, è l’alimentazione. Tutti sognano un perfetto piatto di spaghetti in qualsiasi ristorante; difficile…
Io credo che per mangiare bene all’estero bisogna mangiare le cose locali. O perlomeno provare.
Qual’è il piatto principale in America?
Immaginando di andare negli States, pensavo a quale combinazione di hamburger avrei potuto sopportare per una settimana prima di soccombere ai morsi della fame, ma per fortuna non ce n’è stato bisogno. Nè di soccombere, nè di hamburger =)
A partire dal pranzo in volo, è stato subito chiaro che qua mangiano tantissima carne. La cosa mi infastidisce un po’, ma perlomeno si può sopravvivere.
Detto questo, aggiungo che Kansas City è rinomata per il Barbeque. Qui nel midwest ci sono un sacco di fattorie, e la tradizione della griglia si è trasformata in eccellenza (secondo i loro standard, ovviamente).
Così, dopo una settimana, il nostro collega Bill ci ha accompagnato da JackStack il “top del top”. La specialità dei bbq del Kansas è la cottura, lenta e prolungata, con successiva affumicatura della carne.
Il “brisket” e i “burnt ends” sono due tagli di carne, di maiale e soprattutto manzo, che sono cotti per 8 ore e affumicati per quasi altrettante. Le costine, “dinosaur sized”, sono cucinate similmente, e il tutto è presentato con una o più salse, a base pomodoro e melassa, variamente speziate o piccanti, da accompagnare a patate fritte, al forno, ai fagioli rossi, varie insalate.
Ho provato questa “Kansas City Combo” e posso dire che la carne è incredibilmente morbida, e abbastanza saporita. Le salse, in modica quantità, si accompagnano degnamente. Troppa, no.
Come detto, i camerieri sono incredibilmente gradevoli e gentili. Abbiamo chiesto se potevamo fare un giro delle cucine, e subito il manager Travis ci ha accompagnato, spiegando tutto il processo di cottura. Cominciano a cucinare alle 4 di mattina per servire alla sera. Enorme forno, griglia e affumicatore. Tutto super sized.
Si può ordinare anche per asporto, e hanno fatto spedizioni speciali per le truppe in Afghanistan e per Haiti. A Trieste sarebbe un po’ scomodo farsi mandare il tutto.
Anche perchè, alla fine, preferisco i čevapčići.
Storielle ammmericane! – 3
A Kansas City non c’è un centro città come lo immaginiamo noi europei (palazzo del Comune, piazza con la chiesa, piazza delle Erbe…). Di conseguenza, il centro commerciale è uno dei luoghi di maggior interesse per gli americani.
Abbiamo preso un taxi per andare a uno particolarmente buono, secondo il metro dei KansasCitiani. È situato vicino all’autodromo, allo stadio del calcio (anzi, “soccer”), e ad un parco acquatico. Nei 25 minuti di strada ho chiacchierato con il tassista, un 30enne nero che lavora per pagarsi gli studi, area finanza. Nei grandi spazi che attraversiamo, mi dice che ci si può muovere solo in automobile, non ci sono trasporti pubblici che arrivano così fuori dal centro città (che poi, come dicevo, non c’è). Attraversiamo il fiume Missouri, bello grande! Conto, nei prossimi giorni, di andare a Kansas City dove c’è la confluenza del fiume Kansas e del Missouri.
Arrivati al centro commerciale, ci assicuriamo di avere il numero di telefono diretto del tassista, così non avremo difficoltà per il ritorno.
I camerieri e le cameriere, così come i commessi e le commesse dei negozi, li ho trovati tutti particolarmente gentili. In genere, nei negozi del centro commerciale, hanno tutti l’auricolare e, quando sei in cabina a provare un vestito, chiamano il collega in reparto per farti portare la taglia giusta. Non so se è tempo di saldi o no, fatto sta che in diversi negozi , all’entrata, la commessa ti spiega quali sono le caratteristiche dell’offerta del giorno.
Entro in un negozio di vestiti. Una commessa mi saluta sorridendo, si avvicina e mi spiega che l’offerta fuori tutto significa che paghi un pezzo e te ne regalano altri due (di prezzo uguale o minore). Inoltre aggiungono un ulteriore 25% di sconto. Fico! Quindi una camicia da 50$ la paghi 37,5$ e ne porti via altre due. Al cambio, con 25€ ti prendi tre camicie. Ma tutto sommato non ne ho bisogno, quindi lascio il negozio. Davanti alla porta trovo la stessa commessa dell’entrata. Con un altro sorriso, mi saluta con un “god bless your day!”.
Immagino cosa avrebbe potuto dirmi se avessi comprato qualcosa…
Cose strambe viste in giro: negozio dei dinosauri, con un acquario di pesci strani. Il pub con la più grande varietà di birre alla spina del mondo (secondo loro). E, per bigotti, reparti interi di librerie dedicati a studi biblici, compresi dizionari elettronici con tutta la bibbia inside, per chi non può fare a meno della parola del suo signore quando è in movimento…
Storielle ammmericane! – 2
Per entrare negli Stati uniti, c’è bisogno di compilare una domanda di ingresso, un “visto” semplificato. In questa domanda, da compilare online, ti chiedono, con un’ingenuità che mi stupisce e mi fa ridere insieme, se stai “cercando di entrare negli Stati Uniti per compiere attività criminali” o se sei “stato coinvolto in azioni di spionaggio, sabotaggio o azioni terroristiche”. Se rispondi di sì, non ti fanno entrare. Geniale!
Basta solo fidarsi della sincerità delle persone. La sincerità è la caratteristica tipica del criminale o del terrorista medio.

Con la domanda compilata, registrata, e collegata al tuo passaporto elettronico (che contiene un chip con le tue impronte digitali e le foto), puoi presentarti al gate di ingresso del volo. Nel mio caso, mi accoglie una hostess che parla italiano, e guarda caso, ha studiato a Trieste.
Mi dice che deve farmi delle domande di routine per capire se posso salire sul volo.
“Perché vai in America?” – “Per lavoro”
“Dove hai intenzione di soggiornare?” – “in albergo” e mi fa tirare fuori l’indirizzo preciso.
“Ti ha invitato qualcuno? Hai una copia dell’invito?” – “Non sottomano…”
“Quando e dove hai preparato il bagaglio?” “Ieri a casa mia”
“Dove è stato il bagaglio da quando lo hai preparato fino ad adesso?” – “con me”
“Cos’hai comprato in aeroporto?” – “il giornale”
“Sei stato avvicinato da qualcuno che ti ha chiesto di portare qualcosa per lui oppure ti ha dato una busta da mettere in valigia per conto suo? Perché è capitato una volta, e dentro c’era una bomba!“ – “… no”
“Bene, puoi andare”
‘Sta storia della busta che dentro c’era la bomba mi sa di leggenda metropolitana… Avete mai sentito di una storia così sui giornali?
mi ha detto mio cuggino che una volta gli hanno dato una busta e invece era una booooombaa… Mio cuggino, mio cuggino!
httpv://youtu.be/AFW81wHXcbE
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In volo, le hostess ci distribuiscono un foglio, da compilare e presentare alla dogana. All’interno non solo domande tipo “quanti soldi trasportate”,”avete merce che volete vendere negli USA”, ma soprattutto se stiamo cercando di importare agenti patogeni, malattie, terra o sementi contaminate, frutta o verdura.
In effetti portare colture o animali estranei mi sembra importante. Gli australiani ne sanno qualcosa; nell’800 hanno importato conigli per il gusto di andare a caccia, e adesso non sanno più come liberarsene, perché i conigli, in Australia, non hanno nessun predatore naturale e si riproducono senza limiti. Hanno anche importato una specie di edera rampicante e decorativa, che tanto piaceva agli inglesi, e anche questa non hanno ancora capito come distruggerla. Quindi conosco il problema, e, dopo aver compilato il foglietto, sbarco e mi metto in fila per la dogana. Fila lunga. A un certo punto passa una poliziotta, con un cane tipo bracco poliziotto anche lui, lungo tutta la fila. Il cane ha una mantellina con scritto “Proteggi l’agricoltura”, e la poliziotta ha in mano un sacchetto di plastica.
Il bracco fiuta la gente e si ferma davanti ad una donna dall’aspetto nord-europeo, scodinzola e punta la sua valigia. La poliziotta dice qualcosa tipo “bravo Fufi” al cane, e apre la valigia, trovando all’interno ben due mele di provenienza estera. Prende le mele, le fa annusare al cane, contento, e le mette nel sacchetto prendendole con i guanti. Nel sacchetto vedo altre mele, alcune morsicate, e delle banane. Saranno il premio per il bracco o saranno distrutte? Comunque prende nota del nome della donna, forse per una multa.
In fila davanti al banco dell’agente della dogana c’è un gruppo di persone dai tratti arabi. Ovviamente sono controllati a lungo. Uno di questi, evidentemente, assomiglia al tipico ritratto del terrorista, “occhi neri, barba lunga, pelle scura… È uno di loro!”. Lo controllano più volte e la sua fila si blocca per venti minuti.
Invece l’agente che controlla me, mi chiede di nuovo le impronte digitali e mi fa una foto, per confrontarle con quelle registrate nel passaporto. Un’altra volta ancora mi chiede il motivo per cui voglio entrare negli USA, quanto e dove starò. Passo indenne, mi consegna il foglio timbrato, che devo riconsegnare 50 metri più in là ad un altro agente che lo guarda e lo mette via.
Le divertenti procedure di ingresso in America, sono a prova di bomba…
Storielle ammmericane! – 1
Sto andando in America per lavoro.
E, come diceva Chuck Palahniuk in Fight Club, anche io ho conosciuto il mio amico di volo a porzione signola.
Ovviamente, essendo un americano standard, non poteva che chiamarsi John Smith! Nome standard. (E anche adesso che scrivo dal gate di imbarco per Kansas city, all’altoparlante stanno chiamando John Smith. Ma un altro, credo).
Il volo intercontinentale è stato lungo, ma non terribile. Le poltrone della classe business sono belle comode e il pranzo è stato piuttosto piacevole.
Abbastanza divertente la mossa che lo steward ha fatto per smezzarmi un bicchiere di vino che mi aveva offerto: ne avevo chiesto un poco per assaggiare, e me ne ha versato uno pieno. Gli chiedo se può mettermene meno. Prende un altro bicchiere, si mette in mezzo alla corsia, lontano dagli altri passeggeri. Si flette sulle ginocchia, mette un bicchiere quasi sopra l’altro. Prende la mira, e in un solo movimento versa dal bicchiere in alto in quello in basso, alzandosi contemporaneamente di nuovo in piedi. Mi guarda soddisfatto mostrandomi i due bicchieri con la stessa quantità di vino e mi fa cenno di scegliere quello che preferisco. Bella mossa!
Il mio amicoporzionesingolaJohn era piuttosto pratico di viaggi lunghi e quindi si è sentito in dovere di darmi un po’ di suggerimenti. Non richiesti e di conseguenza inutili…
E nel frattempo, dall’aperitivo di benvenuto in poi, si è scolato, nell’ordine: due vodka doppie con ghiaccio, due bicchieri di vino a pranzo, un gelato affogato al baileys, un whisky e cola.
Risultato: a me è venuto il mal di testa, lui invece ha dormito a lungo e benissimo…
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All’aeroporto di Chicago aspettiamo l’ultimo volo per Kansas City. L’aereo arrivava da Madison, Wisconsin, a circa 30 minuti di volo da noi. Ma da quelle parti il meteo era terribile e non potevano partire. Così, di 20 minuti in 20 minuti, il volo è stato posticipato di quasi 4 ore…
La fame si fa sentire. Tra macdonals e la concorrenza, vado dalla concorrenza. Ordino un panino, e l’ispanico al bancone mi attacca bottone spavaldo:
I:”ah, una persona felice!”
D: “Dici a me?”
I:”sì, sei felice, lo vedo dai tuoi occhi!”
Lo guardo, e non mi sembra di avere questo aspetto così sgargiante, dopo 26 ore dalla partenza…
D:”son contento che ti sembro felice, ma sto aspettando il mio volo da più di tre ore, il mio umore non è proprio…”
I:”ma se non fosse per questo saresti contento?”
D:”beh, forse sì…”
I:”vedi che avevo ragione?”
D:”ah-ha.., sìssì…”
I:”da dove vieni?… Aspetta, indovino… Germania!”
D:”no…”
I:”Polonia!”
D:”no…”
I:”allora… Russia! Sei russo!”
D:”no, vuoi provare ancora?”
I:”…”
D:”sono italiano”
I:”ah!”, e in italiano “un italiano vero!”
D:”esatto!”
L’ispanico smette di colpo di guardarmi e di chiacchierare. Due minuti dopo, “Panino pronto” e senza aggiungere altro me lo consegna…
Siamo così ben considerati nel mondo?
E soprattutto: il panino faceva cagare così di suo o me lo hai fatto cattivo apposta???
Il coro dei pompieri
Diego da un paio di giorni ha imparato, da solo, a passare con la manina chiusa a pugno sulle labbra mentre fa i suoi soliti “canti”.
Il risultato?
Come questo!
httpv://www.youtube.com/watch?v=QRl-LiF1VsU
(per la gioia e l’allegria di papà)
Che fatica, crescere!
Giusto giusto al compimento del settimo mese, a Diego è spuntato il secondo dentino. E ci stava! Ora che le minestre col formaggino e la frutta grattuggiata sono diventati una certezza del menu, Diego si tuffa in grandi mangiate e spazzola certi piattoni che sembrano da adulti.
Spende un sacco di tempo con i giocattoli, li passa con disinvoltura da una mano all’altra, e nei momenti di pausa si contempla pure le manine, roteandole pian piano, mentre con occhio attento osserva il palmo e poi il dorso e di nuovo palmo e dorso coi ditini spalancati. Ogni tanto si afferra il piedino e tende la gamba come una ballerina, uno due esercizio fatto!
Se gli leggi un libro dei suoi, seguendo pagina per pagina il racconto degli animaletti disegnati sulla stoffa, lui si concentra ed ascolta affascinato l’intonazione cantilenante, e non gli dispiace riascoltare la filastrocca enne volte. Oggi mentre giocava con la scatola dei giocattoli (perché bisogna dire che a volte la scatola da mordicchiare gli piace più dei giocattoli stessi) sono riuscita ad ipnotizzarlo battendo le mie dita a ritmo sul fondo della cassa di cartone come fosse un tamburo, e tra spazzate e picchiettate che gli ripetevo ciclicamente, Diego si è cotto addormentato: ora che so questo nuovo trucco, me lo segno!
Comunque la novità di questi giorni è per lui il tentativo di muoversi e orientarsi nello spazio. Sono solo un paio di giorni che Diego sta seduto qualche minuto in più da solo senza bisogno di aiuto (ok, dondola ancora come un birillo e a volte casca senza capire perché), e già vuole sperimentare le posizioni successive a quella da seduto, e conquistare terreno nuovo. Stamattina, ogni due minuti, dalla sua comoda posizione da seduto sulla imbottitura della palestrina, si buttava in avanti o di fianco per prendere qualche gioco lontano o per guardare cosa succedeva di lato (e magari di fianco c’ero solo io che bevevo il tè, ma che curiosità quella bianca tazza!). E così ogni due per tre Diego si trovava scomodamente piazzato a faccia in giù, intrappolato in questa nuova situazione senza visuale, e con le gambette stantuffanti cercava di uscire da questa impasse, ma non ne veniva fuori. E allora tutta la mattina è andata avanti così, con Diego inarcato sulla pancia come un delfino, intento a spingere nel vuoto per cercare di guadagnare millimetri, a nuotare senz’acqua sbuffando col visetto sulla stoffa imbottita, fino a spingere la testa oltre l’imbottitura, fuori sul parquet, stoc!, colpetto sulla fronte dall’altezza di un centimetro, uffa vien pure una arrabbiatura. A questo punto, dopo un po’ di sforzo inutile, Diego rinuncia e recupera una vecchia ancora di salvezza, usa la tecnica imparata un mese fa e sbilancia tutto il peso della testa da un lato, e.. e… argh… forse ce la faccio… ssssi… Oooh ecco, mi sono rigirato di nuovo a pancia in su. Sarà una posizione noiosa e adatta ad un bebè ancora piccolo, ma almeno a pancia in su prendo fiato un attimino. E già che ci sono, mi consolo col dito in bocca per un po’.
Che fatica imparare a muoversi. Comunque dopo ci riprovo di nuovo.
Ma che buona minestrina che ha fatto il mio papà
Sono almeno due settimane che Davide prepara con tanta attenzione le minestrine da far provare a Diego. Assieme alle patate, zucchine e biete, Dado aggiunge, con grande coraggio e sprezzo del pericolo, le carote, nonostante la sua allergia al solo contatto.
Tutto condito con un cucchiaino di olio, uno di grana e tanto amore.
Ma Diego non apprezza tantissimo, assaggia qualche cucchiaino, poi fa finta di niente, guarda dall’altro lato… e papà finisce lui il piatto ogni sera.
Fino a quando… l’intuizione! Dado ha aggiunto alla spesa di oggi l’ingrediente segreto e lo ha mescolato con cura nella minestra: il formaggino!
Diego stavolta si è pappato tutto il piatto, con grande gusto, addirittura ridendo tra un boccone e l’altro!
Speriamo che la ricetta sia quella giusta adesso!
Minestrina lallallà,
minestrina lallallà,
ma che buona minestrina
che ha fatto il mio papà










