Il senso dei numeri

Diego gioca a fare la spesa, e per i pagamenti inserisce le monetine di carta stagnola nelle fessure della sua cucinetta.
Diego: “Papà! Paga un soldino!”
Davide: “Cosa hai comprato?”
Diego: “Mmmmh… Minestra!”
Davide: “E quanti soldini costa, uno?”
Diego: “No, quattordici!”
Davide: “Ah, è cara, questa minestra!”

Primi pensieri al risveglio

Paola: “Diego, svègliati, buongiorno! Vieni a fare colazione!”
Diego: “E poi?”
Paola: “Alzati, che ci sono le palacinke fatte da papà!”
Diego: “E poi?”
Paola: “E poi mangiamo lo yogurt all’arancio che ti piace!”
Diego: “E poi?”
Paola: “E poi… Dimmi tu!”
Diego: “E poi giochiamo!”

Domare il cattivo tempo

In questi giorni di festività, molto tempo lo passiamo a casa o in giardinetto o in città, e Diego viene sempre con noi sulla sua bici.
Se andiamo col bus, Diego sa riconoscere il nostro quando arriva: “È la cinque!”
Se andiamo col tram, Diego ci spiega: “Va sui binari, il tram!”
Per i prossimi giorni sono previste temperature molto basse, anche sotto lo zero, e già oggi soffiava la Bora, tanto da redere difficoltoso per Diego spingere la sua bici contro vento. Ma siamo andati avanti lo stesso. Diego ha le idee chiare su chi è che comanda: alle raffiche, ha intimato: ” Spòstati, vento!”

Scoprire un posto dopo dieci anni di visite

Oggi per la prima volta, invece dell’aereo mordi e fuggi, ho preso in Finlandia un treno.
Finalmente sono uscita da quel mondo ovattato a parte, grigio di giacche e trolley, e mi sono trovata negli spazi d’abiti informali di tutti i giorni.
Il paesaggio mi è apparso finalmente vicino, dal finestrino, come qualcosa che per alcuni istanti è stranamente familiare (i campi bruni o dorati che scorrono possono sembrare della bassa friulana), e poi per tutto il resto del tempo ritorna ad essere tipicamente locale (filari continui di alberi lunghi ritti, e luce sempre più tenue sopra le loro cime).
Per quasi tutte le tre ore di viaggio passate finora, le persone che mi hanno circondato nel vagone hanno osservato un quasi completo silenzio (ci sono mille modi di dire silenzio, qui).
Ora sono sul secondo segmento di treno su tre, e un ritardo di venti minuti (anche qua?) sta per farmi perdere la coincidenza. Mi hanno detto che l’altro treno aspetta. Chiudo, mi metto la sciarpa, corro fuori e vedo come va.

****************

Sì sì l’ho preso, il treno successivo, insieme a un gruppo di ragazze bionde con i calzettoni che sono scattate nella mia stessa direzione. Mentre aspetto ancora un po’ la partenza di quest’ultimo treno (c’era margine, insomma), sbircio il binario da oltre la tendina rosa, accomodata sui sedili azzurri a righine anch’esse rosa, di una carrozza che nelle forme ricurve ricorda quelle dei nostri intercity più datati, ma che nella manutenzione rimane come nuovo.
I treni decorati al binario qua vicino, ospitano disegni di abeti e oche in volo.
I ragazzi coi capelli lunghi che aspettano di partire, tengono parcheggiata accanto a sè la fedele bicicletta da passeggio nera.

Ho trovato diversi piccoli vezzi negli accessori dei vagoni.
I distributori di fazzolettini agganciati alla parete.
I cuscinetti celeste regolabili come poggia testa.
I termometri a mercurio vicini alle porte mediane, con una scala graduata che, lo devo ammettere, non va significativamente sotto lo zero.
La donna che ha controllato i biglietti, ha verificato con precisione se il ritardo accumulato anche da questo treno avrà impatto sul mio viaggio successivo. Ho notato, sul suo foulard e sulla camicia, i colori e le geometrie di una divisa delle ferrovie, ma il suo abbigliamento mi è sembrato morbido e non ingessato.

Lo sapevo già, poiché vale anche dalle mie parti, che i mezzi pubblici vengono usati in maggior parte dalle signore. Ma adesso mi sto domandando se qui si sono anche tolte lo sfizio di renderli graziosi e comodi secondo il loro gusto.

Frammenti di atmosfera svedese

Da oggi sono di nuovo in viaggio, per i prossimi quattro giorni, e la tappa di questo momento è una attesa di quattro ore nell’aerorto di Stoccolma.
Diego ancora non lo sa, ma il primo posto in cui mi sono buttata è il negozio di giocattoli, che mi ha subito dato un bel po’ di spunti interessanti. Ho l’impressione che i giochi spiritosi, ma che fanno comunque ragionare, qua siano più diffusi.
La seconda cosa che mi è venuta in mente è il blog di un papà italiano che vive in Svezia e che racconta le sue avventure con le figlie, che ha seguito da piccole stando diversi mesi a casa, dato che in questo paese il congedo parentale può durare molti mesi ed è possibile, ben agevolato, per entrambi i genitori. Mentre passeggiavo per il corridoio mi domandavo: chissà se l’autore del blog è da queste parti, e magari lo vedo di persona invece che in formato virtuale.
La terza tappa l’ho fatta in libreria. Già in passato mi sono presa dei libri in inglese qui, e oggi in prima linea ho visto il saggio (che in realtà sto già leggendo) che ultimamente vorrei consigliare a tutti: “il Capitale nel XXI secolo”. Bene, hanno buoni gusti.
Appena per ultimo, mi è venuto in mente il punto di ristoro, dove ho trovato un muffin gigante ricoperto di cioccolata bianca: mio!
Ora la sera sta diventando più inoltrata, l’aria del nord comincia a intrufolarsi tra le corsie, e comincio a sentir bisogno del cappottino, che stamattina dopo tanti mesi ho tirato fuori dall’armadio.
La giornata sarà ancora lunga, dato che l’ultimo volo mi porterà alla meta all’una di notte. Spero di non addormentarmi prima sul divanetto, mentre l’aereo se ne va senza di me…

Quando Diego ha ragione

Nel libro con la storia di Giulio coniglio e la lumaca Laura, c’è il disegno di una tavola imbandita di prelibatezze.
Mentre lo leggiamo, Diego indica un dolcetto giallo informe, e mi chiede: “Come si chiama questo?”
“Gelato!”, gli faccio io.
“Non si chiama gelato!”, ribatte lui.
“E allora dolcetto. Biscottino. Torta. Bù! Come si chiama, secondo te?”
“Crema!”
“Aaaah, è vero, si chiama crema!”, ammetto io, vedendo la somiglianza.
E Diego, dall’alto dei suoi due anni, ribadisce: “No capito mamma!”

Non dudare

Diego guarda il panda e gli dice: “Non dudare!!”. Lo guardo e gli dico: “Cosa hai detto?”
“Non dudare… Non dudaaareeee!”
Guardo Paola che non ha capito nemmeno lei, e dico “Non ho capito”.
Diego mi guarda stupito e mi risponde “Papà non sa parlare!”