Un pomeriggio a Stoccolma

La scorsa domenica sono stata caricata su un aereo con poco preavviso per questioni di lavoro, e mi sono ritrovata a bighellonare per una mezza giornata libera nella città di Alfred Nobel: una Stoccolma apparentemente uggiosa, che ho scoperto pian piano nelle poche ore che avevo a disposizione.
Alle quattro del pomeriggio, sciarpa e guanti contro una pioggerellina che era quasi nevischio, mi sono diretta verso il mare, e i grandi spazi vuoti delle piazze e delle banchine disposte tra i canali e i palazzi mi hanno stordita un po’, colpa del vento nelle orecchie.
Cerco di consolarmi in un grazioso caffè, ma non ci riesco: mi faccio preparare un tè verde e una torta al cioccolato con sbuffo di panna, ma non posso pagarli: non accettano nè gli euro nè le mie carte di credito, e devo uscire a pancia vuota lasciando tutto lì, sigh…
Orecchie (fredde) basse, sto per rinunciare al giro e quasi quasi vado a rintanarmi in hotel, ma prima faccio ancora un tentativo: giro oziosamente in un supermercato, di quelli dei grandi centri commerciali al coperto come si usa quassù, giusto per scaldarmi un po’.
Ed è lì che riscopro il lato più confortevole e popolato della città: gli ampi spazi al coperto, che sono quasi tutti interconnessi tra loro, e che mi si aprono davanti in successione: una Stoccolma vista da dentro, che però si dà abbastanza volumetria da sembrare comunque “fuori”. Splendida, ad esempio, la stazione centrale, su più piani tutti visibili attraverso le ringhiere in ferro battuto, e con le panchine centrali in legno chiaro, che sembrano le bancate di una biblioteca, o almeno questo è l’uso che ne fanno le persone tranquille che stanno lì con i loro libri e giornali.
Giro al semichiuso ancora un po’, fino alla sorpresa finale, che arriva in pieno pomeriggio: la casa delle culture, o Kulturhauset. Lì, in un ambiente trasformato in discoteca grazie alle luci ed alla tapparella abbassata, riesco ad intrufolarmi, e sento scatenarsi la musica di una ottima band sudentesca, che improvvisa infinite variazioni funky, impreziosite dai toni soul della giovane vocalist di colore, e davanti a loro si sfogano i ragazzi della scuola di hip-hop: prendono la scena a turno, con numeri di ballo tutti diversi, a volte commentati dal loro istruttore; nelle altre sale, fiorisce il disordine dei laboratori di pittura, cucito e arte varia. Il tutto, molto più colorato del cielo grigio che c’è fuori.
Eccola qua, dunque, l’anima mista di Stoccolma: fredda fuori, calda dentro.

Stockholm Stockholm Stockholm Stockholm
Stockholm central station Stockholm central station Stockholm Kulturhauset Stockholm Kulturhauset

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