La donna nuova, oggi, secondo Disney

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Quando siamo andati al cinema venerdì scorso con gli amici, e abbiamo inforcato gli occhialini per la visione della animazione in 3D, non avevo aspettative particolari nei confronti del film che stava per iniziare.
Avevo già letto le recensioni dell’ultima versione di Alice in Wonderland. Sapevo che nel film non c’era nessun ricordo della critica sociale multistrato tipica dei libri di Carrol, nessuna traccia dell’anarchia fantasmagorica del regista. Gli ex-fan dicevano che Tim Burton era stato piegato ai diktat di Walt Disney, e che ormai non era più lui. L’autonomia di pensiero dell’originario personaggio di Alice se n’era andata per fare spazio al conformismo di un destino già segnato.
Dunque mi sono apprestata alla visione, curiosa e tranquilla: volevo sapere qual era il messaggio del conformismo odierno. E l’ho trovato.

(Attenzione, qui segue uno spoiler, con descrizione del finale del film).
La storia comincia con Alice che scappa da uno spasimante che ha problemi digestivi. Vediamo Alice che entra nel mondo delle meraviglie attraverso un buco nel terreno, e che trova un papiro con il suo destino descritto fino all’ultima riga. Questo destino le viene spiegato più e più volte: gli amici del mondo delle meraviglie non fanno che ripeterglielo, finche lei non cede e a fine film va ad accettarlo.
Che cosa, Alice, dovrà fare? Il suo compito sarà quello di “superare” l’avversione ad uccidere (da lei ripetuta per tutto il film meno che alla fine), considerando ciò una prova di “coraggio”, e “andare in guerra”.

La vecchia caccia al principe azzurro non prende più (conformismo versione 1.0): è proprio da quello che Alice scappa. Il messaggio per le ragazze di oggi, dalla premiata ditta Disney, non è però l’avere un pensiero indipendente. E’ semplicemente un messaggio aggiornato (conformismo versione 2.0).
La ragazza che vuole evitare di subire un matrimonio indesiderato, deve ora, come Alice, lasciar perdere comportamento originale e affetti (addio Cappellaio Matto, addio). Ecco che Alice ora può avventurarsi, solitaria e sicura di sè, in mare aperto. Dopo aver provato la sua capacità di eseguire una decapitazione, il sogno di Alice, molto moderno, è occuparsi di commercio con la Cina.

Quindi, carissime, se siete stufe di subìre ruoli femminili mortificanti, la vostra alternativa è: comportatevi come un vero uomo.

il display della Prius in ascensore verso il cine Torri d'Europa, lo scalone Carla al cine

Intervista a Sylvie Coyaud

Sylvie Coyaud è una giornalista nata a Parigi che si occupa di divulgazione scientifica su giornali e radio. Scrive per il supplemento culturale del Sole-24 Ore e per “D”, supplemento di Repubblica, e ha collaborato con l’Unità, Linea d’Ombra, Etica e Economia. Traduttrice di una trentina di libri scienifici, ha ricevuto diversi premi per la divulgazione.

Ci siamo appassionati del suo blog dopo la lettura del libro La scomparsa delle api. Indagine sullo stato di salute del pianeta Terra.
Lo scorso fine settimana, al Teatro Miela, ha partecipato a due eventi della serie Mi&LAB, un microfestival su scienza, musica, e molto altro.
Con l’occasione, l’abbiamo intervistata.

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FATTI PIÙ IN LÀ: DONNE E SCIENZA TEMPO E VIRTUALITÀ NELL’EPOCA DEL SIMBIONTE

Lei è giornalista scientifica e divulgatrice.
Quali sono i luoghi, oggi, in cui si svolge la divulgazione scientifica?

La cosa che mi colpisce, da 25 anni che faccio questo mestiere, è come siano cambiati i luoghi. Una volta, quando ho cominciato io, in radio c’erano pochissime trasmissioni che parlavano di scienza, credo solo due in tutta Italia: una molto inamidata, e una un po’ sul ridere, che era Il Ciclotrone a Radio Popolare (poi diventato Le Oche di Lorenz, su Radio Rai3 e Radio24) una volta a settimana.
Ora, per le notizie scientifiche, non c’è un giorno alla settimana dedicato. Escono quando sono di attualità. Non sto parlando della qualità, ma della frequenza, che è enormemente aumentata.
Allo stesso tempo, meno in Italia, e sicuramente di più all’estero, c’è scienza nei film, nei romanzi, nelle opere liriche. Ad esempio, l’ultima opera di Philip Glass si chiama “Keplero”, ed è sulla musica delle sfere. La divulgazione scientifica non è più contenuta in un ghetto a sè.
E questa è una notizia fantastica.
Mi piace moltissimo vedere che il tema scientifico viene ripreso da artisti, tanti, anche visivi, anche scultori. La relatività si presta ad essere tradotta in balletto? Qualcuno ci ha provato, a ballare l’unificazione tra spazio e tempo. Questo, venti anni e rotti fa, non c’era. C’era pochissimo.

Secondo lei, quanta parte del “seminato” in attività divulgativa, lascia il segno nel pubblico e riesce ad influenzarlo?

Ho conosciuto un musicista a cui piaceva il nome del bosone di Higgs. Mi ha detto che voleva fare una banda che si chiamava bosone di Higgs: aveva una curiosità al proposito, che gli era rimasta nell’orecchio. Poi un giorno se avrà un motivo di incuriosirsi di nuovo sull’LHC del CERN di Ginevra che dovrà catturare il famoso bosone, si informerà, e vedrà che non c’è solo quello, che ci sono anche le teorie delle particelle simmetriche, che si possono misurare eventuali nano buchi neri, e così via.
Questo è il mestiere del divulgatore scientifico. Sentendo quel musicista mi dicevo: ho raggiunto il mio scopo.
Divulgazione non è fare una lezione. La scienza si insegna, si impara. Ma l’insegnamento è un rapporto tra le persone. Invece i giornali, le radio, non sono interattivi, non sono un rapporto didattico. È inutile sperare che la gente impari la scienza leggendo i giornali o guardando la televisione, è una follia. Quello che si può buttare lì è la parola che resterà nell’orecchio, un senso di familiarità, un’idea generale di quello che sta succedendo.
A volte mi pento del seminato. C’è una coppia di conoscenti che mi dice: “È tutta colpa sua se mia figlia ha ascoltato una trasmissione scientifica in radio, ha provato a fare carriera nella scienza in Italia, e adesso sta in America e non torna quasi mai”. I suoi genitori ce l’hanno con me. Però lei ha scritto, tra le altre cose, una copertina su Science.

Sabato sera, al Teatro Miela, si è svolto un incontro intitolato “Fatti più in là: donne e scienza”, in cui oltre a lei ha partecipato Raffaella Rumiati, professore associato in Neuroscienze Cognitive alla SISSA.
Il suo punto di partenza era questo: forse le donne, per la scienza, sono proprio negate…
Ce lo può spiegare meglio?

Quando dicevo che le donne per la scienza sono proprio negate facevo una provocazione, perché ovviamente sono convinta del contrario.
Sono così brave da laureate, e nel dottorato ottengono dei voti superiori alla media. Eppure le donne, dopo gli studi, hanno difficoltà a fare carriera nella scienza. Allora la provocazione potrebbe essere riformulata così: tanto vale chiudere loro l’accesso allo studio della scienza, perché si buttano via soldi. Perché educare, formare, uno scienziato o una scienziata che costa sui trecentomila euro (un po’ meno in biologia, un po’ più in fisica), se poi questi scienziati e queste scienziate emigrano? L’Italia non ha tutta questa ricchezza da sperperare. Eppure i nostri ricercatori finiscono per andare a lavorare nei paesi ricchi, quelli più ricchi dell’Italia: i paesi del nord Europa, gli Stati Uniti… Io trovo che regalare, ad esempio alla California, trecentomila euro per un ricercatore ormai formato, sia un po’ disgustoso. Perché io, che sono di Action Aid, direi: se proprio dovete regalarlo, almeno regalatelo ai poveri. Regalate dei grandi virologi per affrontare il problema della malaria nel Burkina Faso. Oppure metteteli all’asta, e guadagnateci qualcosa, perché l’Italia non ha i mezzi per permettersi di buttare via degli scienziati.

Qual è, oggi, lo stato del dibattito sulle questioni di genere?

Il dibattito sulle questioni di genere c’è, ed è avanzato, ma non esce assolutamente nello spazio pubblico, perché i media sono degli uomini e loro non li mollano.
Ma torno alla mia esperienza con Action Aid, e alla crescita del mondo del volontariato.
La prima ONG è dell’Ottocentotrenta: si tratta della lega contro la schiavitù. Per quasi un secolo, le ONG sono pochissime. All’inizio della prima Guerra Mondiale arrivano a mille, e oggi sono due milioni e mezzo.
Le cose non cambiano, se non si esce dalla povertà, se non si assicurano alle bambine l’educazione, la libertà, ovvero se non vengono riconosciuti alle donne i diritti umani. Su un miliardo di persone che hanno fame, il settanta per cento sono donne: il divario è enorme. Nei paesi come India e Cina lo squilibrio tra il numero dei bambini che arrivano a cinque anni, e il numero di bambine che arrivano a cinque anni, è di ottanta bambine per centoventi maschi.
Ora, nel mondo del volontariato, le donne sono diventate importantissime, e stanno sempre più prendendo le cose in mano. Non a caso, il cambiamento parte dal basso, parte dalla pancia delle donne: la specie parte da lì, nasce da lì.

Se invece parliamo del dibattito sulle questioni di genere qui vicino a noi, per fortuna, abbiamo finalmente degli esempi quotidiani di donne nella scienza. Una volta si citava Marie Curie, ma chi è che si sente capace di prendere due premi Nobel, oggi, in due materie, fisica e chimica? Marie Curie era eccezionale anche per i suoi tempi, come maschio o come femmina non importa. Non ci si può misurare con Einstein e la Curie. I modelli di riferimento si possono trovare in chi fa la scienza quotidianamente, in chi è riuscito a dirigere un laboratorio, o un istituto. Figure femminili di questo tipo in cui riconoscersi ci sono. Questo vale di più in altri paesi che in Italia, ovvero nei paesi dove la scienza stessa conta di più, come l’Inghilterra. I paesi che investono di più sulla scienza stanno attenti alla presenza delle donne, perché hanno capito che conviene non fare a meno della loro intelligenza.

Vorrei cogliere l’occasione per proporre dei modelli di riferimento.
Ad esempio, può raccontarci quanta parte della sua attività professionale è dedicata alle varie componenti del mondo scientifico e della comunicazione (attingere dalle fonti, viaggiare, produrre contenuti originali…)?

Io ho viaggiato molto quando facevo la radio, spesso lo facevo direttamente dalle conferenze e dai laboratori. Mi piace vedere come la gente lavora e come usa gli strumenti, perché ogni strumento ha dei coni d’ombra, dei limiti da gestire. E poi, come dice Noam Chomsky, il linguaggio si usa soprattutto per scambiarsi pettegolezzi, e solo in un secondo momento si usa per scambiarsi informazioni. Per cui, moltissime cose si imparano alla macchinetta del caffè. Io imparo, lo scienziato mi insegna, e viceversa. Non si finisce mai di studiare. Inoltre, a me fa piacere ricevere delle critiche. Innanzitutto, se ricevo una critica, vuol dire che ho un “peer reviewer” in più (ovvero un revisore), e poi questo conferma che il mio contributo è stato letto.

Nel mio lavoro ci sono dei grandi modelli a cui ispirarsi, e molti di questi sono delle donne: Alison Abbot su Nature, grandissima; Elizabeth Pennisi su Science (io sono una sentimentale, lei no), Elizabeth Kolbert sul New Yorker, quella che è andata nell’Artico con gli Inuit a vivere il cambiamento climatico. Ci sono anche dei grandi uomini da cui trarre esempio. Io scrivevo su l’Unità, e lì c’è stato Pietro Greco; oppure sul Guardian scrive Tim Bradford, una persona che guarda criticamente la scienza.
Bradford parla della ricerca come si parlerebbe di un libro, come un critico letterario. Osserva la produzione della cultura, e non fa semplicemente la claque. Anche a me in Italia viene chiesto spesso di fare la “pon-pon girl”: vengo tartassata a parlare per forza di una ricerca che è uscita su un grande giornale italiano, anche se ha qualcosa che non va. Ma allora lasciatecelo dire, che c’è qualcosa che non va, magari controllando con qualcuno che ne sa più di noi.

Se emerge un dubbio su come è fatta una ricerca, dobbiamo poter dire, come ho scritto su Il Sole 24 Ore dopo l’annuncio che è stato clonato il primo embrione umano, “Aspettiamo che qualcun altro riesca a farlo, perché in questo momento non ne sono convinta”.
Ed infatti, quella si è poi rivelata una truffa.
Ora, potrebbe essere stato un puro caso, ma sempre in quell’occasione un amico mi aveva avvisato: “Hai visto quanti ovuli hanno usato? Duecento. E quanti ovuli ci sono voluti nella catena di esperimenti che hanno portato a Dolly, la prima pecora clonata? Meglio fare attenzione, perché i dati di questo paper sono strani”. Ho cominciato a chiedere: “In questo tipo di prove, si usano duecento ovuli, in tutto?” E mi rispondevano: “Tu non devi criticare, perché qua c’è già il Vaticano che critica…”. Ma i risultati clamorosi bisogna sempre prenderli con le pinze. Noi avevamo dei dati statistici sulla clonazione animale, e sapevamo che duecento ovuli era un numero ridicolo, perché ci sono tanti motivi perché le cose non bastino: per colpa della metilazione, del legame carbonio che crolla, e così via.

Un’ultima domanda. Se torniamo all’indietro nel tempo, arriviamo alla Creazione o al Big Bang?

…Al Big Bang! Arriviamo all’Universo Mamma da cui siamo nati! Arriviamo ad una genitrice, forse, ad una matrice di universi. Io penso che gli Universi siano più di uno, ma è una opinione assolutamente personale.

Trieste Film Festival: i vincitori e il pubblico

Questo articolo, come il precedente sullo stesso argomento, è stato pubblicato su Bora.la

l'accredito

Il Trieste Film Festival è finito, e sono stati annunciati i vincitori.
Innanzitutto, a bilancio della rassegna, ho visto che il pubblico si è sempre fatto vedere ampiamente nelle sezioni serali, pur in assenza della sede centrale del cinema Excelsior, oggi chiuso, e del quale si sente la mancanza. Nel pomeriggio ho notato un’affluenza minore, e questo non rendeva giusto merito alle pur ottime proiezioni presentate in quell’orario. La mia sensazione è che le poche “pigne” e i buoni lavori siano stati distribuiti abbastanza equamente nell’arco della giornata, ad esempio il premiato STURM è stato proiettato alle 18.
Non sono mancate le tipiche “facce da festival”, quelle da maratoneta che presenzia a tutta la rassegna, preferibilmente nelle prime file, e ancora meglio se sempre sulla stessa sedia.

A posteriori della premiazione, mi ritrovo a concordare con i risultati della sezione “premi del pubblico”.
Nella sezione documentari ha vinto DIE FRAU MIT DEN 5 ELEFANTEN – LA DONNA CON I CINQUE ELEFANTI, di Vadim Jendreyko, e il responso del pubblico ha coinciso con quello della giuria.
Nella sezione cortometraggi troviamo il video di animazione intitolato BOB, già descritto nell’articolo precedente; un corto che non si può negare abbia strappato diverse risate al pubblico oltre che un buon applauso in chiusura.
Il premio del pubblico nella sezione lungometraggi è andato a STURM (TEMPESTA), prodotto da Germania – Danimarca – Paesi Bassi, e proiettato al Miela mercoledì pomeriggio. Confermo infatti che questo è stato anche il mio preferito personale in assoluto.

STURM è la storia inventata di un processo all’Aia per crimini di guerra in Serbia, un’opera realizzata con un discreto livello di realismo. Infatti viene dato spazio ai retroscena professionali e personali dei personaggi mentre portano avanti le attività processuali. Si racconta di testimoni in bilico tra il rischio di ritorsione e gli ingranaggi della legge internazionale, di operatori giudiziari più o meno vicini alla politica e di complicati equilibri di compromesso negoziale. In particolare ho apprezzato il filo rosso che legava le sorti delle protagoniste femminili. Di queste, si sono messi in evidenza i pochi appigli presenti al di fuori della condizione di subalternità, le oscillazioni e i dubbi personali, ma anche la loro determinazione ad uscire a testa alta da un sistema che non è il loro.

Per quanto riguarda le altre sezioni del concorso, faccio un cenno a KYNODONTAS (CANINO), di Yorgos Lanthimos – cinema greco, menzione speciale della giuria per i lungometraggi.
Si tratta della tipica costruzione di un micromondo artificiale, che ovviamente ha molto da rivelare sul nostro mondo reale.
La storia è centrata sulle strane abitudini di una famiglia che vive segregata in una villa sin dalle sue origini: i tre figli, in particolare, non hanno mai superato la soglia del cancello, e perciò l’ambiente ha le inquietanti sfumature dell’idillio che nasconde un campo di concentramento. Infatti si tratta di un “concentramento” applicato sulla mente, mediante l’insegnamento e l’educazione. Il risultato che i figli non escano mai dal perimetro è stato ottenuto semplicemente perchè i genitori li hanno istruiti così fin dalla nascita. Emerge dunque l’apparentamento tra l’approccio educativo e le tecniche di addestramento adottate per i cani (da cui il titolo, che fa riferimento alla passione del padre per i cani da guardia addestrati).
Ne emerge una parodia del termine ‘capofamiglia’: il padre è l’unico che esce per andare al lavoro e tornare a casa liberamente. Inoltre è necessario un contributo collaborazionista: la madre non esce mai, ma avvisa il marito telefonandogli in fabbrica, se qualcosa di difficilmente spiegabile si è verificato, in modo che al suo rientro vengano create nuove fandonie che permettano di continuare a reggere il palco. Spettacolare è ad esempio la scena in cui il figlio maggiore non osa superare la soglia del cancello pur aperto, e posiziona accuratamente il piede in un punto adiacente al confine concesso, mentre il padre varca il limite e poi rientra, semplicemente per riprendergli un areoplanino giocattolo caduto fuori.
Il regista non si risparmia il gioco della riproposizione di alcune scene di sesso in chiave assurda, perchè condizionate anch’esse dalla logica imperante. Ne è un esempio il rapporto tra le due sorelle minori adolescenti, una continua alternanza punizione/premio, del tipo: “Se mi regali quel ferma capelli ti lecco. Dove vuoi tu. Per esempio sulla spalla”.
Per il resto, lascio all’immaginazione del lettore il crescendo delle dinamiche di gruppo portate sempre più al limite del sostenibile.

Recensioni dal TFF

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Domenica sera vado a vedere un documentario del Trieste Film Festival.
Fuori dall’Ariston c’è un po’ di fila, devo dire che con questo freddo non me l’aspettavo: credevo fossero rimasti tutti a casa. E invece all’interno trovo una discreta folla: da compatti ci si scalda di più.

Si proietta Uomini e vino di Giampaolo Penco. Un giro tra i produttori di vino della nostra regione, con qualche sconfinamento, e con i salti nel tempo offerti da foto di famiglia, registri storici d’azienda, e recensioni sui passi dell’enologo Mario Soldati ripercorsi trent’anni dopo.
Si va dai vigneti centenari di Rosazzo ai pregiati ettari di “superficie vitata” presso Bosco Romagno; dal “vino di quattro anni che è come un bambino non ancora cresciuto”, al Terrano acido che buca le tovaglie; dall’artista che si nasconde tra le “vigne che attutiscono il mondo”, alla mularia che canta in osmizza da Ferluga a Pis’cianzi.

Il lavoro mi sembra abbastanza genuino e ingenuo. La varietà dei quadretti è ottenuta con interviste brevi, e rivela le contraddizioni di un mondo che sta passando. Indimenticabile l’esempio del vino prodotto in anfora alla “vecchia maniera”, trattato con antiparassitari fuori moda e dai nomi che fan venire i brividi…

Fuori dall'Ariston Nell'ingresso dell'Ariston

Lunedì sera, torno al Festival al teatro Miela.
Al pomeriggio, un film greco. Alla sera, un corto tedesco e dei lavori sloveni.
Durante la pausa delle otto cerco di andare al bar, ma le maschere mi impediscono di uscire dalla sala da quel lato: “C’è un muro di gente che sta per entrare, di qua non riesci a passare, riprova dopo”.
Hanno ragione.
All’apertura delle porte, la sala si riempie tutta.

Le storie del giorno sono legate a personaggi in cerca di una vita migliore, ma in realtà non se la possono permettere.
Tralascio il giovanotto greco de La fotografia, che costruisce un intrico crescente di equivoci ed inganni (“meglio essere in una fossa di leoni ben sfamati, che in una fossa di leoni affamati”, gli suggerisce la vecchia mamma).
Cito un solo personaggio per tutti: il mitico criceto del cortometraggio animato intitolato Bob, di J. Frey e H. Fast. Il tipico criceto nella ruota, il criceto che corre e corre e corre.
(Attenzione: spoiler!).
L’inizio è furbo: la ruota sembra un’optional, un accessorio di cui poter fare a meno. Identificandoci col criceto, anche noi corriamo sulla ruota, corriamo fino a Roma, a Parigi, a New York…
Senonchè riappaiono Roma, Parigi, New York…
Troppo circolare questo viaggio.
Un viaggio che sa di gabbia.
Ma questo è il meno.
Il problema è passare la vita ad inseguire la criceta della gabbietta vicina.
Alla fine dell’inseguimento, l’incontro.
E la criceta si presenta: “il mio nome è Bob”…

Le recensioni ufficiali di davidaola

Di recente Dado è entrato a far parte della redazione del giornale on-line bora.la, producendo articoli che sono tra i più visitati di tutto il sito.

Anche io ora ne ho scritto uno, su un tema a me caro, ovvero le questioni femminili. Questo, perchè sono stata invitata a contribuire con un breve discorso ad una tavola rotonda, e già l’elenco delle altre illustri partecipanti era motivo sufficiente di entusiasmo. Potete immaginare come sono stata contenta quando mi è stato detto: “Sono una tua fan”, da una delle brillanti signore di cui io stessa sono ammiratrice a mia volta.

Di seguito riporto il testo integrale dell’articolo.

locandina evento

Riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste

Sabato 12 dicembre si è riunito il primo Consiglio delle Donne di Trieste, presentando importanti contributi di Poropat, Blazina, Serracchiani, Pedicchio, Richter, Carignani e molte altre donne che ricoprono posizioni di rilievo sul territorio. Erano attese anche l’assessore Rosolen e Margherita Hack. Quest’ultima ha inviato un saluto, essendo all’estero per un’iniziativa scientifica inderogabile.
Il convegno è stato organizzato dal Forum delle Donne di Trieste, nato nel 2006, durante le campagne elettorali comunali e provinciali. Costituendosi come organizzazione trasversale di donne provenienti da tutti i partiti, ha promosso numerose iniziative, tra cui l’adesione alla campagna “50 e 50″ lanciata dall’UDI (Unione Donne Italiane) per un’equa rappresentanza delle donne in Parlamento; l’istituzione di incontri con forze politiche, e la presentazione delle candidate di tutte le liste.

Sabato mattina dunque, nella sala conferenze del Grand’Hotel Duchi d’Aosta, i lavori sono stati aperti da Ester Pacor, presidente del Forum, affiancata da Luisa Fazzini e Ilde Poggi. Scopo della tavola rotonda era l’individuazione delle linee guida principali da seguire nel corso dell’anno successivo da parte del Consiglio delle Donne di Trieste, interessate a promuovere i temi del femminile sul territorio.
Dagli oltre quindici interventi, sono emerse distintamente le problematiche dell’integrazione e del lavoro, oltre a quelle della conciliazione e dei servizi, dell’urbanistica (sottolineata dalla consigliera comunale Bruna Tam), dell’ambiente, e della cultura sulle questioni di genere.

Vediamo dunque alcuni dei contributi proposti.
Cristina Pedicchio, presidente del centro di Biomedicina Molecolare, ha animato la discussione ricordando come, a seguito di un questionario presso i dipendenti di Area Science Park, era emersa netta la richiesta dell’asilo nido aziendale, servizio oggi reclamato anche dai nonni e dalle nonne, ancora presenti ed attive nel mondo del lavoro. Ripercorrendo l’iter di realizzazione della struttura nido, ha citato le numerose volte (ben cinque) in cui il progetto era stato presentato prima del suo accoglimento, e la resistenza incontrata per il suo finanziamento.
Maria Stella Malafronte, vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti FVG, ha raccontato appassionatamente quante giovani donne escano con voti brillanti dalle scuole di giornalismo in Italia, incontrando però poi grosse difficoltà ad accedere ad incarichi di responsabilità nel settore (tra i quotidiani nazionali troviamo una sola donna che ricopre il ruolo di direttrice).
Carla Mocavero, scrittrice, ha menzionato gli illustri nomi della scrittura a Trieste: Svevo, Saba, Joyce, che possono essere affiancati da molti altri nomi portatori di diversità culturale. “L’identità di Trieste come città della scrittura ha già basi evidenti; e queste basi, ora, le dobbiamo arricchire”.
Debora Serracchiani, arrivata verso la fine, ha partecipato portando ad esempio gli strumenti incontrati presso il Parlamento Europeo. Ha segnalato una iniziativa adatta ad essere ripetuta a Trieste, e che finora ha avuto attuazionea Milano. Una tavola rotonda sul tema delle migranti, per lo studio del fenomeno e per proposte concrete. Ha osservato come l’immigrazione femminile avvenga per diverse motivazioni: donne al seguito del marito per ricongiungimento famigliare, migranti autonome alla ricerca del lavoro, e molte altre tipologie. Di quali strumenti di supporto si possono avvalere queste figure femminili? Non ce ne sono di diversi a seconda del tipo di migrazione, è presente un unico “calderone” in cui vengono catalogati anche gli uomini, senza che sia reso possibilile distinguere tra le necessità espresse da ciascun gruppo.
In chiusura, la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat ha espresso con forza il valore della competenza. “Prima di poter scegliere candidature al femminile per la politica”, ha dichiarato, “si devono dare alle donne degli strumenti di formazione adeguati. La politica è un settore che richiede delle competenze specifiche, per cui le candidature devono essere scelte a seguito di un solido iter formativo”.
Chiude il convegno Ester Pacor con un augurio, ovvero quello di poter passare il testimone dell’impegno per i diritti delle donne alle giovani generazioni.

Personalmente ho trovato l’iniziativa molto interessante. Innanzitutto mi ha dato l’opportunità di parlare allo stesso tavolo di illustri rappresentanti del mondo femminile cittadino. Presentandomi come “probabilmente la più giovane”, pur se con un’esperienza professionale di dieci anni, da ingegnere e poi manager, ho potuto dare un esempio della mia generazione. Ho confermato come ancora oggi la segregazione professionale femminile nasca già al momento delle scelte formative, per motivi culturali. Le statistiche Almalaurea mostrano chiaramente quanto le ragazze scelgano di costruire il proprio futuro ispirandosi ancora ad identità stereotipate.
Inoltre già l’evento in sè ha potuto offrire delle risposte alla problematica culturale del dibattito sulle questioni di genere. Quante delle donne presenti in sala avrebbero potuto costutire degno modello di riferimento per le nuove generazioni? Molte, se non tutte.
Ad esempio, ho apprezzato molto l’intervento di Etta Carignani, già presidente nazionale Associazione Donne Imprenditrici e Direttrici d’Azienza. La Carignani è intervenuta con un commento, con cui ha voluto condividere la propria esperienza di impegno per la promozione dell’impresa al femminile. Il suo attuale incarico di segretario generale FCEM (donne direttrici d’impresa nel mondo) l’ha portata a conoscere in prima persona le capacità delle donne sullo scenario internazionale. Ha sperimentato gli effetti del “digital divide” presente nei paesi in via di sviluppo, i problemi di conoscenza della lingua in nazioni pur tecnologicamente avanzate come la Corea, e le difficoltà incontrate sui diversi processi produttivi (come la realizzazione del sapone nei villaggi africani, che per motivi di temperature non potevano adottare il processo standard). Nelle sue parole (come in quelle di molte delle altre oratrici) era ben visibile il tipico esempio di modello professionale positivo: “Grazie alla mia attività”, affermava Etta, “ho avuto l’opportunità di rileggere il libro della storia attraverso le vicende delle donne dei vari paesi”.

Ilde Poggi, vicepresidente del Forum, dopo la chiusura, mi ha confermato il suo apprezzamento per questo evento. “Lo considero un punto di riferimento per idee ed opinioni. Spero che sia l’inizio di una serie di incontri futuri, che fino ad oggi si sono svolti su base annua, ma che meritano di essere trasformati in un appuntamento mensile, per passare al programmare ed al fare”.