Leggere il riepilogo degli ultimi cinquemila anni, analizzati secondo la storia delle idee e delle azioni legate al concetto di debito, è una esperienza particolare quando l’autore che ti accompagna è un antropologo.
Dai saggi che ho sperimentato finora, mi sono fatta l’idea che gli antropologi guardano le vicende umane da un punto di vista decisamente esterno, che riesce a staccarsi dalle idee e convenzioni acquisite, perchè sanno che sono state relative nel tempo, e sono cambiate sempre a seconda del gruppo culturale che le ha formate e che ha vissuto credendo in esse.
Un elemento subito evidenziato, e del tutto naturale secondo la visione dell’antropologo, è la presenza di contraddizioni insanabili nel sistema valoriale di ogni tipo di società umana che venga costruita. Per cui, tanto vale descriverle guardando direttamente ai punti di crisi ciclica e ai problemi di sostenibilità dei sistemi di potere, perchè comunque avranno una loro parabola e non potranno funzionare in quello stesso modo all’infinito.
Ecco allora che la storia del concetto di debito e dello strumento “moneta” viene disinvoltamente presentata da David Graeber, autore del saggio “Debito, i primi cinquemila anni“, mostrando come questo è variato molto, prima di fissarsi nelle più recenti dottrine di economisti come Smith e Keynes, iniziando ad esistere prima ancora della scrittura e del conio. Infatti i primi documenti storici erano già mappe contabili del dare e avere dovuti in quella civiltà.
E’ subito interessante il confronto tra le molte religioni, che hanno in tutti i casi dovuto formulare la propria morale in questo senso. Nell’islam il prestito ad interesse era amorale, però essere un mercante avventuriero di successo era un ideale dal valore positivo; nelle religioni cattoliche era più glorificata la austera assenza di ricchezze, però per il prestito ad interesse molte correnti si sono espresse fissando soglie diverse di accettabilità, con i calvinisti particolarmente disponibili a colpevolizzare chi non restituiva, ad ogni condizione. Le leggi statunitensi odierne hanno praticamente eliminato la soglia dell’usura, rendendo del tutto normali anticipi sullo stipendio poi ricaricati al centoventi per cento, e il livello di indebitamento della famiglia americana media è superiore al reddito annuale famigliare (quando leggo i dettagli del loro stile di vita mi dico: meno male che non ho studiato in una università in USA, dato che poi ci vuole mezza vita per ripagare le rette d’iscrizione).
Ovviamene la varietà delle soluzioni umane, con i continui problemi incontrati (come la frequente necessità di giubilei per l’annullamento dei debiti non più sostenibili dalle masse, da parte di numerosi imperi e regni nei più diversi periodi storici) non è l’unico messaggio di questo libro.
La cruda realtà sottolineata dall’autore, che vuole svelare i meccanismi sottesi al sistema economico e allo strumento non realmente neutro della moneta, è che il debito è una variabile chiave alla base dei sistemi di potere, asservimento, esclusione sociale, spesso connesso a derive verso condizioni di schiavitù, e con stretti legami con la guerra.
Va detto che questo autore si è fatto notare all’interno del dibattito attuale, per aver coniato lo slogan “Siamo il 99% della popolazione”.
Questo slogan è stato fatto proprio dal movimento Occupy Wall Street, che è una delle frontiere critiche verso il sistema finanziario attuale.
Secondo Graeber, il meccanismo di indebitamento oggi è diffuso al massimo storico.
Spesso le rivolte popolari sono state causate da crisi debitorie e crisi di inclusione, e una generale osservazione che l’autore porta in conlcusione, che ritiene molto estremo il sistema economico odierno, è la seguente: cosa ci teniamo a fare il fardello di sistemi che non sono sostenibili e non funzionano?
interessante! me lo prenoto.
p.
A proposito, è il secondo giorno che dimentico di portarti il libro di Berlin!
Sta sul tavolo della cucina, prendilo la prossima volta!