Una specie di serata libera

Sabato sera, vado a dare da mangiare ai cani dei miei.
Quando ho finito, torno verso casa, e mi passa vicino l’autobus 42. La 42 mi potrebbe portare in centro in un attimo… che fare, la prendo? Salto su.
La pioggia e il vento quasi invernali si sono un poco placati, però la sciarpa e il berretto di lana che ho preso prima di uscire ci stanno benissimo.
Arrivata in centro, vado alla luminosa. Tutti i film cominciano tra un’ora. Facciamo due passi.
Arrivo al Caffè San Marco, entro e sbircio i volantini degli eventi della serata.
Ordino una specie di cena: succo alla pera, e un trasgressivo tramezzino ai gamberetti.
Il cameriere mi capisce senza parole, con un cenno gli faccio notare dove ho posato la borsa, e lui porta il vassoio sul tavolo lì vicino, mentre io giro e guardo le foto esposte.
Prendo il Piccolo, ricontrollo gli eventi della serata. C’è un concerto in Via Alpi Giulie, e ci vorrebbe un po’ di strada per arrivarci. C’è Sergio Cammariere al Teatro Bobbio, non ho mai sentito questo teatro, chissà dov’è? Il suo spettacolo è già iniziato da mezz’ora, chissà se arrivando lì a spettacolo inoltrato mi fanno entrare gratis… resto un po’ a fantasticare sulla mia ipotetica scena di ingresso a sbafo, e poi continuo a guardare il giornale.
Il Caffè S. Marco è vuoto, lo era anche prima del mio arrivo, e il cameriere procede con manovre di chiusura. Quando spegne la luce vicino alla zona dove siedo io, capisco senza parole cosa vuol dire, e poichè ho praticamente finito il giornale, saluto e vado via.
Torno indietro a piedi, poche gocce d’acqua. Alla luminosa penso di nuovo ai film che potrei vedere, l’ultimo spettacolo della notte, ma poi proseguo a piedi. Vedo un auto che sembra quella del Dado che torna a casa, la targa mi è familiare… poi me la ripeto a mente, e mi accorgo che è così familiare che assomiglia alla targa dell’auto mia. Non della sua.
Ancora due passi, e sono sulla via per casa. Vedo per terra un piccolo riccio verde, una pallina con gli aculei, e mi chino a prenderlo con cautela per evitare che mi punga. E’ morbido, è un riccio d’ippocastano poco maturo: le punte si piegano come se si trattasse di un giocattolo di gomma. Lo tengo tra le dita, ci giochicchio per tutta la strada: è carino.
Arrivo a casa, e mi preparo un tè caldo, alla liquirizia che mi addolcisce la gola. Ormai, dopo un po’ che son rimasta a scrivere, l’infusione sarà pronta.

Vado a bere il tè.

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