Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 4

Del mio viaggio in Ungheria devo raccontare ancora la breve visita di un’ora e mezza a Budapest, poco prima del treno di ritorno per l’Italia.

Al pranzo che precede la mia partenza, Nikolai, tra un’idea e l’altra per future collaborazioni con Andrea e Serena, mi suggerisce l’itinerario utile per visitare una bella zona della capitale.
Saluto tutti con una ultima foto di gruppo, mi faccio accompagnare alla stazione dal pulmino che porterà i miei amici al concerto successivo (mentre Serena mi tenta: “Resta con noi, vieni anche in Romania!“, e io penso: quasi quasi…); prendo il trenino locale per Budapest e poi una tratta di metropolitana (dove assaggerò anche una palacinca al cacao – che si rivelerà essere riempita da cacao in polvere!).

Sbuco in superficie presso l’area pedonale dove si trova la basilica di Santo Stefano.
Eccomi qua, in uno dei punti al cuore della città.
Un grande mosaico in pietra rende fiorita la piazza antistante la facciata.
Mi segno sul telefono una sveglia-promemoria, a distanza di tre quarti d’ora, in modo che, quando suonerà, avrò ancora mezz’ora di tempo per tornare indietro.

colazione a Vàc zeke Panzio Serena, Andrea e Nikolai partenza dall'Ungheria
un'insegna che mi chiama palacsinta palacinca al cacao promozione palacinche
basilica di Santo Stefano palazzi a Budapest mosaico di pietra basilica di Santo Stefano

E così, mi dirigo verso il fiume.
Sulle prime, non è immediato trovarlo, ma poi mi aiuta un cartello col simbolo di un ponte.
Quando arrivo sulla sponda del Danubio, il paesaggio si apre tutto in una volta, tra campanili appuntiti che si affollano di fronte al canale d’acqua, che è uno tra i più grandi di tutta Europa.
Scelgo il mio unico rito possibile durante una visita volante, e attraverso tutto il Ponte delle Catene, il Széchenyi Lánchíd, da un lato all’altro, tra bici, turisti e anziane signore.
Appena sono arrivata all’altra sponda del Danubio, guardo l’ora e parte proprio la mia sveglia del “ritorna indietro”.
Cambio lato del marciapiede sul ponte e cammino veloce, con la valigia al seguito che scorre sulle sue rotelle.

Decido di fermarmi ancora un attimo a spendere gli ultimi fiorini ungheresi in regaletti. Mi impegno ad arrivare ad un residuo di zero monete esatte, a meno delle ultime 320 HUF che mi servono per il biglietto della metro di ritorno.
Ed è lì che realizzo che devo proprio muovermi: la strada per arrivare fino a salir sul treno è fatta di tappe che hanno distanze tipiche di una capitale. Con quel tempo residuo, le svolte all’interno dei labirinti della metropolitana non possono più essere sbagliate!
Le indicazioni a più colori tra le varie linee della metro sono scritte in ungherese, e decido di imboccare alcune scale a puro intuito, senza potermi fermare a tirar fuori carte per controllare.
Quando sono sulla metro che fa le ultime tre fermate, guardo l’ora e vedo che sono rimasti dieci minuti alla partenza, e figuro nella mia mente la strada fino al binario con un brivido di preoccuapzione.
Mi rifiuto di pensare ai modi con cui potrei cercare un pernotto lì, nell’eventualità che perdessi il treno per l’Italia: farlo in quel momento, probabilmente non porta fortuna.
E sbuco dalle scale dei sotterranei della metro in una zona di città adiacente alla stazione. Che mi appare al di là di una serie di attraversamenti pedonali.
Per fortuna molti semafori si fanno subito verdi per me. Scelgo vagamente a memoria una delle entrate al grosso edificio della stazione, per arrivare trafelata davanti alla sfilza dei binari, preceduta da un enorme tabellone scritto tutto in ungherese.
L’orologio della stazione fa pochi secondi alle 17:05, l’ora della partenza!!!
Cavolo, mi domando se loro usano partire sempre puntuali, e con la mente schiacciata dalla preoccupazione faccio correre l’occhio su una delle tante scritte del tabellone, che contiene la parola “Venezia”.
Il mio treno è per Monfalcone, ma deve sicuramente essere quello che va a Venezia. A destra della riga c’è una assurda coppia di numeri, sopra un 1 e sotto un 7, che potrebbe essere l’indicazione del binario, ma perchè mai di questi numeri ce n’è una coppia? Devo scegliere, ho tempo per andare solo verso una di quelle due opzioni, vedo che davanti a me ci sono i binari di mezzo tra cui il 7: punto a quello.
All’ingresso del binario c’è un cancello, con una signora che controlla il biglietto. Le chiedo in inglese se il treno giusto è proprio quello, ma lei mi risponde in ungherese con una testa che non si capisce se sta accennando un assenso, mentre io con la coda dell’occhio vedo la tabella di quel binario che contiene un “Venezia” e un quasi famigliare “441”. Non guardo il mio biglietto per vedere se è quello il numero del treno perchè sto già correndo verso il primo vagone: però la porta non si apre. La signora mi fa cenno di andare avanti: corro alla successiva porta, sento un fischio ma spingo lo stesso forte la maniglia: questa volta si è aperta! Riesco a salire! Sono su, mostro il mio biglietto ad un addetto ristorante per chiedere ancora conferme, e mentre mi rispondono che devo andare alla carrozza successiva, il treno comincia a muoversi…
Preso per un soffio!

Ora c’è tutto quello che mi serve per tornare a casa, e un cordiale capotreno mi porta due bottigliette d’acqua, lenzuola e coperta per la cuccetta.
Però mi dico: mai più, mai più fidarsi di usare dei tempi “giusti” per prendere il treno in un paese di cui non conosco la lingua!!!

via Zrinyi utca accademia magiara ponte delle Catene Budapest, vista dal ponte delle catene
ponte delle Catene Budapest, vista dal Danubio palazzi sul fiume grandi aiuole fiorite
scale mobili profonde per la metropolitana prati verdi luce sui campi lago Balaton

Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 3

Sono nell’auditorium di Érsekvadkert in Ungheria, è passata qualche ora dall’inizio del soundcheck, quando, ad un certo punto, gli artisti spariscono tutti dietro le quinte.
“Sta per arrivare il pubblico”, vengo avvisata.
Che strano, io su quelle sedie della platea avevo fatto mio un posto in prima fila già da molto tempo prima degli altri.

Sandor esce per primo, e lo spettacolo comincia.
Si vede che questo è il suo territorio, perchè le sue lunghe spiegazioni in ungherese vengono apprezzate dal pubblico che evidentemente non disdegna di parlar di musica.
L’esibizione di Sandor, che si conclude con un affascinante pezzo tibetano, viene seguita da quella di Roland, suo allievo, e nel passarsi il testimone eseguono un brano assieme.
E’ insolita per me una rassegna in cui si susseguono quattro musicisti dediti tutti alla chitarra acustica contemporanea. Solo i Deja, che chiudono il concerto, aggiungono la voce, che è quella di Serena. “Voce arabeggiante“, le dice Nikolai, che li precede come penultimo sul palco, con una esibizione che contiene delle cantilene bulgare, insieme ai ritmi variati con improvvisazione.
Nikolai viene applaudito con molto entusiasmo, e così l’atmosfera è diventata calda al punto giusto.
Quando arriva il turno dei miei amici, con i loro pezzi solari si crea continuità al clima avvolgente portato dalla musica precedente.

Sandor e Roland Nikolai, Bulgaria l'ingresso dei Dèja l'esibizione dei Deja

Andrea e Serena aprono l’esibizione con un brano tipico del loro lavoro: “Credo alle favole“. La loop-station di Serena le permette di sovraincidere la propria voce dal vivo, costruendo polifonie vocali che riecheggiano su quattro tracce sovrappposte.
Adoro vedere come Andrea trasporta il suono sulle corde in “Tu sei qui“. Gliel’ho visto fare molte volte, ormai, ed è sempre, in qualche modo, diverso.
Durante l’esecuzione, sono colta dalla sorpresa di vedere che sulla scena c’è anche un pezzo di me. Sullo sfondo vengono proiettate immagini tratte dai cd, e riconosco il segno della mia matita, sulla proiezione di frammenti della copertina di “Laila“.
Ad un certo punto, si crea una visione sorprendente: tra i video sovrapposti sullo schermo, compare il viso di Serena che sta cantando, ripreso dalle telecamere di scena, affiancato al volto della bambina disegnata per il cd, quasi a sovrapporsi in una similitudine evidente. Nessuno in sala, in quel momento, lo sa. Ma la bambina disegnata sulla copertina è veramente Serena, ritratta da una foto recuperata da vecchi album di quando era piccola, con le foglie in mano, mentre viveva nella Russia asiatica.
Quel frammento di storia riemerso da una vecchia stampa sbiadita si è per un attimo intrufolato tra le immagini della cantante di oggi, che calca un palcoscenico dell’Europa dell’est.

decimo festival internazionale di chitarra acustica Andrea, Serena di oggi, e Serena a otto anni

Alla fine, l’ultima canzone è un tripudio di chitarre.
Tutti i musicisti sono tornati fuori assieme, e arrangiano “Norwegian Wood“, improvvisando giri tra corde e voce.
Si vede che questi giorni di tour sono serviti a creare un’intesa tra gli artisti.
Il pubblico ungherese applaude, con un ritmo delle mani che diventa cadenzato e crescente: tutti all’unisono, creano un passo battuto a più riprese per trasmettere agli autori l’energia restituita dalla platea.
Non posso capire quello che viene detto tra i saluti finali nella loro lingua, ma certo la musica è stata compresa in modo universale.

manifesti del concerto tutti sul palco per il pezzo di chiusura

Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 2

La mia tappa in Ungheria comincia mantenendosi in movimento.
Subito dopo il mio arrivo a Vác, ho appena il tempo di lasciare la valigia in camera di Serena, che si riparte.
Il camioncino che deve portare gli artisti e i loro strumenti è già pronto per andare a Érsekvadkert, la località dove si tiene il concerto, e da oltre il finestrino vedo una faccia che mi riconosce come nuova del gruppo, e mi saluta: “Paola!“. E’ Sandor, che ha sentito parlare del mio arrivo dall’Italia, e che ha dato la disponibilità a prenotarmi un posto nella stessa pensione dove pernottano gli artisti, e a darmi un passaggio nel camioncino con loro.

Faccio dunque conoscenza con Sandor, Nikolai, Roland, Laura e Barnabas.
Attraversiamo per un’oretta campi e boschi interamente verdi: è strano, per essere a non molta distanza dalla capitale, le zone fuori città non hanno nessuna casa che interrompe la continuità del colore sulle colline.

Nikolai e Roland in partenza l'auditorium durante le prove
chiesetta di paese disegni dei bambini delle scuole corridoi dell'auditorium Andrea
Serena e Andrea Serena e Andrea le chitarre sul palco Roland che prova
Andrea e Nikolai Sandor alla prova del suono fiori di campo festival di chitarra acustica

Ci fermiamo finalmente all’ingresso dell’auditorium, dove è appeso lo striscione che presenta il Festival Internazionale di Chitarra Acustica.
E qui, i tempi si dilatano improvvisamente. Posso smettere di muovermi da un luogo all’altro, per fermarmi tutto d’un colpo ad aspettare.
Mancano ore all’inizio dell’evento, e tutti i musicisti diventano impegnati nelle loro consuete manovre di prova e preparazione; io invece mi siedo in una platea temporaneamente vuota, e ascolto.
Il soundcheck viene bene per tutti al primo colpo, mi dice Serena. L’organizzazione tecnica è tutta ad un livello molto alto.
E’ una bella occasione da vedere: i miei amici si sentono più del solito a loro agio, gli altri artisti si trovano in sintonia con loro.
Non conosco la musica degli altri chitarristi, e le loro prove del suono mi mettono curiosità.
Però poi mi sgranchisco un po’: esploro i ballatoi e la cucina, esco a curiosare vicino alla chiesa e tra i fiori di campo, noto il manifesto affisso là vicino che pubblicizza i loro nomi. Italia, Bulgaria, Ungheria: diverse nazionalità saranno presenti sul palco.

Nelle pause, Andrea mi spiega che Sandor è l’organizzatore della rassegna di eventi. Oltre ad essere un chitarrista acustico sperimentale lui stesso, porta altri autori internazionali a questo pubblico, che ormai lo conosce bene, e da dieci anni torna fedele in queste sale, quando passa il festival delle chitarre.
Si vede che Sandor vuol far sentire a proprio agio gli ospiti che ha radunato. Quando si rivolge a me, mi anticipa che dopo l’evento ci sarà una festa, con cena direttamente offerta sul posto. Per rispondere alle necessità dei miei amici ha fatto preparare anche un menu vegetariano, a cui mi accoderò volentieri anche io.

Per i Deja, questa è una esperienza che fa ricaricare le batterie. Per incontrare gruppi di persone che lavorano bene, in un settore musicale che ha delle specificità, con delle professionalità di eccellenza ma anche con delle qualità umane che lasciano spazio all’empatia e ai rapporti improntati a correttezza e scambio di ispirazione, bisogna talvolta fare molti chilometri. Esserci, è una opportunità.

Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 1

Rieccomi qua.
Sono già tornata a casa.
Sto ascoltando uno dei cinque cd di chitarra acustica che ho ricevuto, nella maggior parte dei casi in dono, dai miei compagni di viaggio. Le sensazioni delle giornate scorse, brevi e intense, si affollano nella mente.

La visita ai miei amici Deja durante il loro tour in Ungheria è stata densa di stimoli. Uno per tutti, ad esempio: il discorso fatto a pranzo con Andrea, Serena e Nikolai, sui modi con cui può vivere un artista che vuole essere veramente libero dalle logiche di mercato.

Ma partiamo dall’inizio.

I primi cenni riferiti a questa storia si sono fatti sentire l’estate scorsa, quando avevamo invitato Andrea e Serena a passeggiare nel bosco tra le colline di Trieste, sulla strada del latte. In quei giorni loro erano appena tornati dall’esperienza di registrazione del loro ultimo disco in Germania, occasione che aveva portato loro importanti contatti internazionali. Durante l’attività nello studio avevano conosciuto Sandor, che li aveva invitati a tornare a suonare con lui l’anno successivo, per una breve tournèe europea.

Ed eccoci di nuovo ai giorni nostri, quando, poco più di una settimana fa, l’argomento è tornato fuori in tutti i suoi dettagli.
Serena aveva pubblicato sul web le date del loro tour in Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, al seguito di Sandor e di altri musicisti.
Queste informazioni hanno subito cominciato a rimbalzare dentro la testa dei loro fan super-sfegatati, tra cui la sottoscritta, che stava già componendo nella propria mente il film in cui si vedeva una intera serie di concerti, con me al seguito di tutto il gruppo degli artisti nel ruolo di comparsa, traduttrice, giornalista-biografa, imbucata tra gli strumenti nel loro camioncino, tutta intenta a scoprire i segreti del dietro le quinte delle band…

Fatto sta che, tenendo un piede per terra e uno sulla zattera del web, ho cominciato a visualizzare gli itinerari del loro tour su google maps, vedendo quei luoghi come sempre più vicini.
Quando ho scoperto che c’era un treno-notte diretto, da Monfalcone a Budapest, non ho resistito più, e li ho chiamati.
“Senti Serena, scusa se ti disturbo mentre state facendo le valigie, ma… potresti dirmi dove pernotterete?”
E così, sono riuscita ad organizzarmi per acchiappare una data del loro viaggio. Quattordici ore di treno andata, quattordici ritorno, e una giornata rubata al seguito dei miei amici in Ungheria.

al matrimonio di Paola e Mauro ecco il mio treno palla in partenza campi dal treno
lungo i binari il centro di Budapest la stazione di Vac aspettando il treno
attraversamento binari consentito fiori sul treno papaveri sui binari Andrea e Serena sono venuti a prendermi

Tralascio il dettaglio “freak” della partenza fatta con valigia al seguito, direttamente a fine festa di matrimonio di Paola e Mauro, in cui Dado mi porta in auto da Aquileia alla stazione di Monfalcone.
Vabbè, lo dico.
Il dettaglio era questo.
Credo che gli invitati, alle prese con gli ultimi balli della sera, non si siano accorti che la sottoscritta stava andando via dalla villa con, sotto la giacca, non più un vestito da matrimonio, bensì con un abbigliamento cambiato all’ultimo che assomigliava, se non proprio a un pigiama, perlomeno ad una tuta…

Bacio di rito sul binario al Dado, che resta da solo per un paio di giorni, comunque allietato dalle partite di hockey (si fa per dire, visto che poi in campo ha trovato pioggia e grandine…).
Salgo sul mio treno, ciaociao dal finestrino, e via, verso l’attraversamento di tre confini: Slovenia, Croazia ed Ungheria.
Dopo il check veloce dei primi due confini prima dell’alba, all’ingresso in Ungheria i controlli si dilungano: passano sia la dogana che le polizie dei due stati vicini, e ripetutamente confrontano la foto sul documento con la faccia sul cuscino. Non si può dire un sonno placido senza interruzioni.
Comunque.

All’arrivo alla stazione di Budapest Keleti, scatta il piano “precisione millimetrica”.
Cambio gli euro, cambio la metro (prima la rossa e poi la blu), cambio stazione e giungo a Budapest Nyugati.
Mostro un po’ di volte con l’indice le mie stampe del piano di viaggio a chi, interpellato per informazioni, non sa parlare inglese. Trovo dunque, indicatomi a gesti, il trenino locale che mi serve per l’ultima mezz’ora su rotaia, e arrivo fino a Vác, cittadina di campagna situata su una curva del Danubio.
Scendo dal vagone, alzo lo sguardo e vedo sul marciapiede Andrea e Serena che mi attendono.
Evviva! La tappa è cominciata!

News dall’Ungheria

Eccomi qua, che scrivo dalla camera di Andrea e Serena, che canticchiano mentre scrivo, e dall’altra camera, quella di Nikolai, si sente suono di chitarra che prova…
Andrea dice: “Qual è la nazione più lunga d’Europa? Luuuungheria! (tra parentesi, non è mia, è di Frassica)“.
Per anticipare qualcosa, dico solo che il concerto di ieri era un grande evento, da non perdere, e chi non c’era non c’era; tipo: i pink floyd a Venezia!
Ora andiamo a pranzo, il resto degli aggiornamenti arriveranno poi, saluti ungheresi!

Serena e Paola al Panzio