In questi giorni ho finito di leggere un romanzo storico appassionante che mi è stato prestato da Giordano: Canale Mussolini di Antonio Pennacchi.
Narra le vicende di tre generazioni di contadini, esperti nella mezzadria come una forma relativamente autonoma di lavoro, entrati a far parte dell’esodo di tremila persone portate dal nord alle paludi pontine, durante le bonifiche del Ventennio.
E’ nello stesso tempo semplice e complesso, questo lavoro. Tra passioni immediate trasportate nell’epica d’altri tempi, e giudizi se possibile imparziali mimetizzati nella voce della cultura di oggi, perchè (come dice la voce narrante) “il dramma della condizione umana è questo: sei condannato a vivere nel torto, pensando peraltro d’avere pure ragione“.
Ecco quindi che Pennacchi, che nella vita non da scrittore è stato operaio in fabbrica a turni di notte, esplora nel suo racconto meccanismi psicologici presenti negli antenati della saga, compresi quelli che hanno combattuto in Africa come “italiani brava gente“. Allo stesso modo, anche per le donne, incrocia i poli opposti di severità e valore: dà alle protagoniste il ruolo che si usava a quei tempi, esponendole alla condanna da parte della famiglia quando uscivano dagli schemi, però nel frattempo restituisce loro coraggio e mito, costruendo eroine come non se ne vedono altrove.
Questa saga famigliare mi ha ricordato l’epopea di “Cent’anni di solitudine“. Infatti già prima Marquez aveva immerso nel magico le vicende dei membri di una ampia famiglia, e dopo cento anni ha annullato la solitudine delle sue parti ricomponendo persino quello che non si poteva unire.