Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 1

Rieccomi qua.
Sono già tornata a casa.
Sto ascoltando uno dei cinque cd di chitarra acustica che ho ricevuto, nella maggior parte dei casi in dono, dai miei compagni di viaggio. Le sensazioni delle giornate scorse, brevi e intense, si affollano nella mente.

La visita ai miei amici Deja durante il loro tour in Ungheria è stata densa di stimoli. Uno per tutti, ad esempio: il discorso fatto a pranzo con Andrea, Serena e Nikolai, sui modi con cui può vivere un artista che vuole essere veramente libero dalle logiche di mercato.

Ma partiamo dall’inizio.

I primi cenni riferiti a questa storia si sono fatti sentire l’estate scorsa, quando avevamo invitato Andrea e Serena a passeggiare nel bosco tra le colline di Trieste, sulla strada del latte. In quei giorni loro erano appena tornati dall’esperienza di registrazione del loro ultimo disco in Germania, occasione che aveva portato loro importanti contatti internazionali. Durante l’attività nello studio avevano conosciuto Sandor, che li aveva invitati a tornare a suonare con lui l’anno successivo, per una breve tournèe europea.

Ed eccoci di nuovo ai giorni nostri, quando, poco più di una settimana fa, l’argomento è tornato fuori in tutti i suoi dettagli.
Serena aveva pubblicato sul web le date del loro tour in Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, al seguito di Sandor e di altri musicisti.
Queste informazioni hanno subito cominciato a rimbalzare dentro la testa dei loro fan super-sfegatati, tra cui la sottoscritta, che stava già componendo nella propria mente il film in cui si vedeva una intera serie di concerti, con me al seguito di tutto il gruppo degli artisti nel ruolo di comparsa, traduttrice, giornalista-biografa, imbucata tra gli strumenti nel loro camioncino, tutta intenta a scoprire i segreti del dietro le quinte delle band…

Fatto sta che, tenendo un piede per terra e uno sulla zattera del web, ho cominciato a visualizzare gli itinerari del loro tour su google maps, vedendo quei luoghi come sempre più vicini.
Quando ho scoperto che c’era un treno-notte diretto, da Monfalcone a Budapest, non ho resistito più, e li ho chiamati.
“Senti Serena, scusa se ti disturbo mentre state facendo le valigie, ma… potresti dirmi dove pernotterete?”
E così, sono riuscita ad organizzarmi per acchiappare una data del loro viaggio. Quattordici ore di treno andata, quattordici ritorno, e una giornata rubata al seguito dei miei amici in Ungheria.

al matrimonio di Paola e Mauro ecco il mio treno palla in partenza campi dal treno
lungo i binari il centro di Budapest la stazione di Vac aspettando il treno
attraversamento binari consentito fiori sul treno papaveri sui binari Andrea e Serena sono venuti a prendermi

Tralascio il dettaglio “freak” della partenza fatta con valigia al seguito, direttamente a fine festa di matrimonio di Paola e Mauro, in cui Dado mi porta in auto da Aquileia alla stazione di Monfalcone.
Vabbè, lo dico.
Il dettaglio era questo.
Credo che gli invitati, alle prese con gli ultimi balli della sera, non si siano accorti che la sottoscritta stava andando via dalla villa con, sotto la giacca, non più un vestito da matrimonio, bensì con un abbigliamento cambiato all’ultimo che assomigliava, se non proprio a un pigiama, perlomeno ad una tuta…

Bacio di rito sul binario al Dado, che resta da solo per un paio di giorni, comunque allietato dalle partite di hockey (si fa per dire, visto che poi in campo ha trovato pioggia e grandine…).
Salgo sul mio treno, ciaociao dal finestrino, e via, verso l’attraversamento di tre confini: Slovenia, Croazia ed Ungheria.
Dopo il check veloce dei primi due confini prima dell’alba, all’ingresso in Ungheria i controlli si dilungano: passano sia la dogana che le polizie dei due stati vicini, e ripetutamente confrontano la foto sul documento con la faccia sul cuscino. Non si può dire un sonno placido senza interruzioni.
Comunque.

All’arrivo alla stazione di Budapest Keleti, scatta il piano “precisione millimetrica”.
Cambio gli euro, cambio la metro (prima la rossa e poi la blu), cambio stazione e giungo a Budapest Nyugati.
Mostro un po’ di volte con l’indice le mie stampe del piano di viaggio a chi, interpellato per informazioni, non sa parlare inglese. Trovo dunque, indicatomi a gesti, il trenino locale che mi serve per l’ultima mezz’ora su rotaia, e arrivo fino a Vác, cittadina di campagna situata su una curva del Danubio.
Scendo dal vagone, alzo lo sguardo e vedo sul marciapiede Andrea e Serena che mi attendono.
Evviva! La tappa è cominciata!

One thought on “Una giornata da supporter… in Ungheria – parte 1”

  1. Posso confermare che nessuno si era accorto della tuta al matrimonio!
    D’altra parte il nero fa sempre elegante! ;P

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