Domenica scorsa, dopo il giro sul fiume, ho visitato la sede della Compagnia Arcieri di Codroipo.
Sapevo che c’erano delle gare in corso: in quel momento si stava svolgendo il “XIII Torneo di S. Simone di tiro con l’arco, gara indoor 18 metri interregionale, aperto alle Divisioni Arco Ricurvo, Nudo e Compound”.
Nella palestra, metà delle tribune era completamente interdetta al pubblico. Era quella del lato a fianco dei bersagli.
Le gare si svolgevano in perfetto silenzio. Si sentiva il fruscio del rilascio delle frecce, e l’impatto dei dardo sulla paglia: una soddisfazione ad ogni tiro.
Quando finiva una fase di gara, partiva un fischio dell’arbitro, e il semaforo diventava verde. Due segnali, dunque, non uno solo (a scanso di equivoci…) indicavano che i concorrenti potevano entrare nell’altra metà di campo, a ritirare le frecce. In quel momento, gli archi venivano posati sui trespoli, e restavano soli, in successione. Pieni di accessori, bilanceri, carrucole, erano tutti diversi. A ognuno il suo.
A seguire, tappa al museo delle carrozze d’epoca di San Martino, proveniente da una collezione unica di quarantaquattro modelli dei secoli XIX e XX, ceduta al comune.
Quasi tutte restaurate, ridipinte, tappezzate di fresco. E anche queste tutte diverse, e in classi di scopo dedicato. Carrozze da parata, sportive, da uso agricolo. Quelle da caccia avevano la cassa per la selvaggina. Quelle da passeggio, condotte da governanti che portavano fuori i figli della nobiltà, avevano il cestello per gli ombrellini.
E poi i calessi, le slitte, i taxi da neve bavaresi.
Ma una carrozza, della corte reale di Svezia, non era stata restaurata. Conservava le pelli consumate, i legni curvi, i giusti segni del tempo. C’era scritto: “Per intenditori“.















